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Controesame per Massimo Ciancimino

Il generale Mario Mori: ''Non ho mai trattato con la mafia. Contro di me un processo mediatico''

02 marzo 2010

Questa mattina, all'aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo, si è tenuta un'altra udienza del processo al generale Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano. Oggi è stata la giornata del controesame di Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, che nelle scorse udienze è stato interrogato dai pm sulla cosiddetta 'trattativa' tra i boss e lo Stato dopo le stragi mafiose. Ciancimino jr, nelle scorse volte, rispondendo ai pm Antonino Di Matteo e Antonio Ingroia, aveva raccontato che i carabinieri avrebbero assicurato l'impunità al boss mafioso Provenzano in cambio della fine della strategia stragista di Cosa nostra.
Il generale Mario Mori al termine dell'udienza ha reso tutta una serie di dichiarazioni spontanee.

Ed è stato un inizio polemico quello del contro-esame cominciato in torno alle dieci. L’avvocato della difesa, Pietro Milio, ha infatti subito chiesto che Massimo Ciancimino guardasse unicamente la corte, in modo da non ricevere "suggerimenti". Richiesta a cui il pm Nino Di Matteo ha risposto seccamente chiedendo la trasmissione del verbale d'udienza alla Procura per chiarire a cosa si riferisse il legale. I punti salienti dell'interrogatorio hanno poi riguardato l'identità del "signor Franco", il misterioso agente dei Servizi segreti che avrebbe avuto un ruolo nella trattativa tra mafia e Stato, e le contraddizioni presenti nel lungo racconto sui rapporti tra i carabinieri del Ros e l'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino.
 
Tre gli aspetti su cui ha puntato la difesa che ha cercato di far emergere presunte versioni contrastanti delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino. Una è relativa alla consegna del cosiddetto papello con le richieste allo Stato del boss Totò Riina. Secondo l'avvocato Milio il testimone avrebbe prima dichiarato di averlo ricevuto dal medico mafioso Antonino Cinà, poi dal signor Franco. Ciancimino jr ha spiegato che lo ricevette a fine giugno del '92 da Cinà in una busta chiusa di cui non conosceva il contenuto e che solo a luglio del '92 il sig. Franco, a cui venne mostrato, glielo fece vedere.
Altro punto debole del racconto, secondo il legale è rappresentato proprio dall'identificazione del sig. Franco, mai individuato nonostante - ha ammesso il teste - più volte siano state mostrate a Ciancimino foto di appartenenti ai Servizi. Ai legali sembra incredibile che, nonostante anni di rapporti e contatti con l'agente Ciancimino non abbia consentito la sua identificazione né ne ricordi il numero telefonico.
Altro aspetto contraddittorio delle dichiarazioni di Ciancimino sarebbe il racconto della richiesta di passaporto, fatta dal padre ai carabinieri per incontrare all'estero il boss Bernardo Provenzano e che, secondo l'ex sindaco, i militari avrebbero autorizzato per potere poi incastrare Ciancimino e arrestarlo. I legali hanno messo in evidenza che in più occasioni il teste si sarebbe contraddetto dicendo che a sollecitargli la richiesta del documento sarebbe stato Provenzano, per poi sostenere che l'input sarebbe venuto da signor Franco.
Massimo Ciancimino, sollecitato dai legali della difesa, ha ammesso che l'iter della sua collaborazione con i pm, cominciata ad aprile 2008, ha avuto un'evoluzione e che la verità sarebbe venuta fuori in modo "progressivo" nel tempo. Ciancimino ha anche spiegato di essersi avvalso della facoltà di non rispondere, nel 2005, in quanto sollecitato dalla procura, che lo indagava per riciclaggio , in un interrogatorio "anomalo".

E' stato poi il momento delle dichiarazioni spontanee del generale Mori, che ha esordito dicendo: "Non ho mai trattato con la mafia. I rapporti tra me, De Donno e Vito Ciancimino, introdotti in questo processo, rientrano nell’ambito di relazioni confidenziali che non hanno nulla a che vedere con una trattativa, come molti, come tanti pappagalli sostengono". "Ma quale trattativa? A Ciancimino dicemmo esplicitamente, più volte, che pretendevamo la resa incondizionata dei boss di Cosa nostra, in particolare Riina e Provenzano, e che in cambio di questo avremmo trattato bene le loro famiglie".
Nel corso delle sue dichiarazioni Mori ha ripercorso tutti i suoi incontri con Vito Ciancimino, a partire dalla fine di luglio del '92. Secondo l'ufficiale, Ciancimino, con il quale l'Arma aveva intrapreso rapporti confidenziali per potere giungere alla cattura dei latitanti mafiosi, in uno degli incontri chiese, in cambio di un suo contributo investigativo, "la possibilità di andare all'estero, il riconoscimento del ruolo di mediatore ed un occhio di riguardo per i suoi problemi giudiziari". "Noi rispondemmo - ha spiegato Mori - senza esitazione, cosa che non avremmo potuto fare se avessimo agito su mandato altrui e chiedemmo la resa dei latitanti". "Ciancimino, a quel punto - ha concluso - balzò in piedi e disse che lo volevamo morto".
Il generale Mario Mori ha poi stigmatizzato le accuse rese nei suoi confronti da Massimo Ciancimino: "Cerca di essere credibile agli occhi dei magistrati, ma le sue sono rivelazioni a rate, diluite nel tempo, e rese a distanza di 16 anni dai fatti”. "Grazie alle interviste - ha continuato Mori - rilasciate sui giornali, ad apparizioni televisive concertate, studiate fughe di notizie e annunci di rivelazioni eclatanti è stato celebrato, contro di me, un processo mediatico che non ha nulla a che fare con quello giudiziario celebrato da questo tribunale. Tutto ciò – ha aggiunto – ha ingenerato la convinzione che io sia l’ufficiale dei carabinieri che in modo disonorevole ha trattato con la mafia".
Infine, prima di concludere le proprie dichiarazioni ai giudici il generale Mori ha detto: "Il papello non è mai esistito, l’unica cosa che Ciancimino ha consegnato è la bozza del libro 'Le mafie'... il post-it con scritto 'consegnato spontaneamente al colonnello Mori del Ros' è stato fittizziamente inserito in un falso”.

I giudici hanno rinviato il dibattimento all'udienza del 6 aprile disponendo la citazione dell'ex ministro della Giustizia Claudio Martelli e dell'ex direttore degli affari penali del dicastero di via Arenula Liliana Ferraro.

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ing, ANSA, La Siciliaweb.it, LiveSicilia.it]

- IL TESTIMONE - I e II atto (Guidsicilia.it, 02/02/10)

- IL TESTIMONE - III atto (Guidasicilia.it, 08/02/10)

 

 

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02 marzo 2010
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