Da piccolo ladruncolo affamato a Premio Nobel per la medicina. La storia del prof. Mario Capecchi

09 ottobre 2007

Il Premio Nobel 2007 per la medicina è andato un po' anche all'Italia, tra i vincitori infatti c'è infatti uno studioso di origini italiane. Il prestigioso riconoscimento è stato assegnato all'americano Oliver Smithies, al britannico Martin Evans e all'italiaamericano Mario Capecchi, nato a Verona ma residente negli Stati Uniti da oltre mezzo secolo.
Il massimo riconoscimento e il corrispettivo premio in denaro di dieci milioni di corone svedesi è stato assegnato per il lavoro del team dei tre scienziati sulla possibilità di introdurre modifiche genetiche nelle cavie di laboratorio attraverso le cellule embrionali.

Mario Capecchi è nato a Verona nel 1937, ma ha sempre studiato e lavorato negli Stati Uniti, dove si è laureato in biofisica nell'università di Harvard e dove ha avuto come relatore della sua tesi di dottorato uno degli scopritori del Dna, James Watson. Emigrato con la famiglia dall'Italia negli Stati Uniti quando aveva appena 7 anni, ha ottenuto i più importanti riconoscimenti scientifici.
Laureatosi nel 1961 in Chimica e Fisica all'Antioch College, Capecchi segnò allora il suo primo passo verso una carriera eccezionale che lo ha portato fino al Nobel.
''E' un grande onore condividere questo premio con Oliver Smithies e Martin Evans - ha commentato Capecchi - Siamo stati tutti molto fortunati nell'avere una lunga amicizia scientifica, potendo contribuire profondamente al lavoro di ciascun altro. Questo premio è un tributo ai nostri sforzi collettivi''.

Il 12 maggio scorso l'Università di Bologna aveva insignito lo studioso di origine italiane della Laurea honoris causa in Biotecnologie mediche. Capecchi è diventato famoso in particolare per il suo lavoro pionieristico sullo sviluppo del ''gene targeting'' nelle cellule staminali di embrioni murini (ES cells). Questa tecnologia è utilizzata oggi dai ricercatori di tutto il mondo per 'costruire' topi con mutazioni inserite in un qualsiasi gene.
La potenza di questa tecnologia è tale che il ricercatore può scegliere sia quale gene mutare che come farlo. In pratica il ricercatore può scegliere come e quali sequenze di Dna del genoma di topo vuole cambiare e ciò permette di valutare in dettaglio la funzione di ogni gene durante lo sviluppo embrionale o nelle fasi successive. Poiché tutti i fenomeni biologici sono mediati da geni, il 'gene targeting' sta avendo una ricaduta importante su praticamente tutti gli aspetti della biologia dei mammiferi, inclusi gli studi sul cancro, sull'embriogenesi, sull'immunologia, sulla neurobiologia e in pratica su tutte le malattie umane.
Questa tecnologia ha inoltre molte applicazioni per la medicina clinica. Infatti attraverso di essa si può costruire qualsiasi modello di malattia genetica umana in animali da laboratorio, studiarne l'evoluzione e verificare l'efficacia di potenziali terapie contro la stessa. In un prossimo futuro, poiché si può scegliere quale gene modificare e come, nuovi approcci alla terapia genica basati sul 'gene targeting' potranno essere usati per correggere un gene endogeno difettoso nel tessuto umano appropriato.

Dai furti durante la guerra ai segreti del Dna
''Ero un ragazzo di strada mia madre mi ha salvato''
di Vittorio Zucconi (Repubblica.it, 09 ottobre 2007)

La voce viene da molto lontano, dal Lago Salato dello Utah dove insegna e dagli abissi di una storia italiana che forse anche lui preferirebbe dimenticare, ma che lo ha prima distrutto e poi fatto.
Mario Capecchi, il Nobel americano per la medicina con il sangue veronese, il cognome italiano, un padre morto in Africa combattendo nella contraerea contro gli americani, un'infanzia da zingaro trascorsa rubando il cibo con bande di ladruncoli nella Bassa Padana e una vita che si stenta a credere anche se è la sua voce a raccontarmela, è una storia profondamente italiana, anche se nulla c'è di italiano nel suo curriculum di studente, nel suo trionfo di scienziato e nella sua lingua. ''Forse per questo mi sento profondamente vicino alla nazione nella quale sono nato e cerco di fare tutto quello che posso per l'Italia, nel mio campo''. Sembra quasi che voglia scusarsi con noi, per non essere abbastanza italiano.
''Sono nato a Verona, il 6 ottobre del 1937, quasi esattamente 70 anni or sono, e ho festeggiato il mio compleanno appena due giorni prima di ricevere la comunicazione del Nobel, regalo migliore non avrei potuto chiedere''.

I suoi genitori erano antifascisti?
''Inizialmente no. La mia mamma, che si faceva chiamare Lucy quando parlava con gli stranieri, e Lucia quando parlava con me, era una poetessa, una del gruppo bohemien, che viaggiava molto e aveva insegnato e lavorato alla Sorbona, a Parigi. Era figlia di una famiglia di artisti, la sua mamma, mia nonna materna, era una pittrice nata in America, Lucy Dodd, sposata a un tedesco, Ramberg, e infatti ha firmato i suoi quadri come Dodd Ramberg''.

Una famiglia colta, piccolo borghese, di artisti lontanissimi dal mondo della scienza.
''Mio padre, che si chiamava Luciano, sapeva che sua moglie, la mia mamma, si sarebbe messa nei guai con il suo temperamento ribelle. Quando furono approvate le leggi razziali, anche se non ci riguardavano perché noi non eravamo ebrei, Lucy, mia madre, cominciò a scrivere e far girare opuscoli antifascisti e anti tedeschi. Mio padre fu arruolato in aviazione, come mitragliere contraereo e spedito in Africa, ma prima di partire, andò da una famiglia di contadini altoatesini, a sud di Bolzano, e diede loro dei soldi perché mi ospitassero e mi mantenessero, nel caso lui fosse morto e mia madre deportata''.

Suo padre morì sul fronte africano?
''Credo, ufficialmente fu classificato come disperso''.

E sua madre arrestata?
''Dalla Gestapo che venne a prelevarla, in pieno giorno. La portarono a Dachau, prigioniera politica. Io non avevo ancora compiuto cinque anni''.

Andò sfollato dai contadini?
''Per un anno. Poi finirono i soldi e loro dissero che non ce la facevano più a mantenermi. Mi cacciarono via''.

Per andare dove?
''Da nessuna parte. Ricordo che vagando per la strade fra Bolzano e Verona incontrai una banda di bambini come me, senza adulti, che vagavano cercando di mangiare quello che potevano''.

Con lavoretti?
''No, rubando. Rubavamo nelle cascine, nelle città che attraversavamo camminando verso Sud. Ci davano la caccia, noi ci nascondevamo nei barili vuoti, nelle stalle, spostandoci in continuazione. Comincia a stare malissimo e non ricordo neppure bene come, mi ritrovai in una corsia di ospedale a Reggio Emilia, nel 1945''.

Chi l'aveva ricoverato?
''Qualcuno, un ignoto, un samaritano italiano. Ero stato colpito dal tifo e sarei morto se i medici di quell'ospedale non mi avessero curato''.

Fu lì che Lucia, sua madre, lo trovò?
''Sì. Era sopravvissuta a Dachau e quando gli americani avevano liberato il campo era tornata in Italia, cominciando a cercarmi. Un giorno me la trovai davanti al letto d'ospedale, avevo da poco compiuto 8 anni''.

E lei decise di emigrare.
''Immediatamente. Ci imbarcammo su una nave di profughi e sbarcammo a New York, dove ci aspettava suo fratello Henry, mio zio, che eravamo riusciti ad avvertire. Appena fummo esaminati e spidocchiati a Ellis Island, l'isola degli emigrati, lo zio ci mise su un treno diretto a Sud e poche ore dopo eravamo a Princeton, dove lui insegnava alla facoltà di Fisica. C'era ancora Einstein, a quell'epoca, e ricordo di averlo visto. Ma allora che sapevo di Einstein''.

Da allora, andò a scuola negli Stati Uniti.
''Il giorno dopo, si rende conto, il giorno dopo essere uscito da Ellis Island con mia madre ero già in una classe elementare, dove non capivo niente. Non sapevo neppure leggere bene, ero solo un bimbo di strada''.

Come campavate?
''Prima con l'aiuto dello zio Henry, poi con i guadagni di mia madre, che aveva trovato lavoro come interprete negli ospedali del New Jersey e di New York''.

Il resto di questa storia italiana di un Nobel americano, sta nelle biografie ufficiali. Il liceo a New York, l'università nel piccolo e molto ''liberal'' Antioch College, nell'Ohio - che ora sta per chiudere per mancanza di finanziamenti - dove si laureò in Chimica e Fisica, poi la scoperta della Biologia Molecolare, l'ammissione a Harvard e l'incontro che avrebbe fatto di lui un Nobel, l'incontro con Jim Watson, il padre della genetica moderna, lo scopritore della ''doppia ellissi'', del nostro Dna, il segreto della vita.
Oggi, a 70 anni, Mario Capecchi vive e insegna nella Università statale dello Utah, a Salt Lake City, quanto di più distante si possa immaginare dalla valle del Po dove sopravvisse alla crudeltà di contadini e poi visse grazie alla pietà di un ospedale emiliano.

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09 ottobre 2007

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