Dalla strage di via D'Amelio al ritrovamento del "papello"

Non si sa ancora nulla, per così dire, eppure la verità è ormai sotto gli occhi di tutti. Noi aspettiamo con fiducia

30 ottobre 2010

"Stiamo cercando di chiudere nei prossimi due o tre mesi l'indagine su Spatuzza, speriamo di riuscirci". Queste le parole dette nei giorni scorsi dal procuratore capo di Caltanissetta, Sergio Lari, parlando della nuova indagine sulla strage di via D'Amelio, dopo le dichiarazioni rese dal pentito di mafia Gaspare Spatuzza (che si è autoaccusato raccontando una versione diversa da quella finora conosciuta sulla strage in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta).
Dunque, a questo punto, è probabile che si annunci un svolta per l'indagine con la richiesta di revisione del processo. Un'ipotesi che si fa sempre più concreta, anche se ancora è presto perché bisogna aspettare la decisione formale della Procura di Caltanissetta.

Nei giorni scorsi, alla Dia di Caltanissetta, al pentito Gaspare Spatuzza è stato mostrato, dietro un vetro, il funzionario dei servizi segreti Lorenzo Narracci, indagato nell'ambito dell'indagine come annunciato nell'estate scorsa anche dal presidente della commissione nazionale Antimafia Giuseppe Pisanu.
Spatuzza non è stato in grado di riconoscere la persona "estranea a Cosa nostra" avvistata per pochi attimi nel garage mentre veniva imbottita di tritolo la 126 usata per la strage di via D'Amelio ma si è limitato a confermare che Narracci corrisponde alla persona individuata in fotografia come "somigliante" con quella persona.
Rimane aperto, a questo punto, il troncone che vede il coinvolgimento di tre funzionari di polizia indagati con l'accusa di avere 'pilotato' le dichiarazioni del collaboratore Vincenzo Scarantino, l'ex collaboratore che si era autoaccusato di aver partecipato alla strage del '92 in via D'Amelio. Secondo il pentito Spatuzza, Scarantino non avrebbe raccontato la verità. In caso di revisione del processo potrebbe nuovamente riaprirsi una pagina ancora avvolta nel mistero.

Proprio Vincenzo Scarantino ha inviato dalla cella del carcere di Velletri una lettera ai familiari di Paolo Borsellino, tra cui la moglie del giudice, Agnese. "Non ne sapevo nulla della strage in cui venne ucciso il giudice Borsellino, non avevo motivo di depistare le indagini. Ma hanno vinto 'loro', le indagini sono state depistate, oggi sono un uomo solo, abbandonato da tutti e dalla famiglia", si legge in uno dei passi della missiva.
La lettera di Scarantino è contenuta nel libro "Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino" di Lorenzo Baldo e Giorgio Bongiovanni, ed è stata pubblicata da Repubblica.
Scarantino, che sta scontando una pena definitiva a 18 anni, scrive ai familiari di Paolo Borsellino, di "essere stato oggetto e vittima di piani e strategie che non mi appartenevano. Questo già perché quando sono stato portato all'aeroporto militare di Boccadifalco ho subito evidenziato che io nulla sapevo della 126 imbottita di tritolo sia della strage". Scarantino scrive di essere stato sottoposto a sevizie psicologiche e a minacce, che gli inquirenti gli fecero credere di aver contratto l'Aids, e che lui non aveva motivo per depistare le indagini "fatto sta che hanno vinto Loro, le indagini le hanno depistate".
"Caro Vincenzo - gli ha risposto con una lettera Agnese Borsellino - ti fa onore che tu abbia avvertito il bisogno di chiedermi perdono, è un sentimento che accetto. Mi chiedo quali siano i motivi per i quali mi chiedi perdono, quale ribellione ha la tua coscienza, come sei stato coinvolto in questa immane tragedia? Dopo la strage di via D'Amelio quali sono le persone che ti hanno 'zittito' e 'minacciato'? Quali istituzioni avevano interesse a depistare le indagini? E secondo te perché?". [Il falso pentito scrive alla Borsellino di F. Viviano e A. Ziniti]

Dalla strage di via D'Amelio al ritrovamento del "papello"...

Processo Mori, un carabiniere: "Il colonnello disse di non prendere il papello" - Il "papello", con i termini della trattativa tra mafia e pezzi dello Stato nel periodo delle stragi, nel 2005 si trovava nella casa all'Addaura di Massimo Ciancimino. I militari lo trovarono ma il capitano Antonello Angeli avrebbe avuto l'ordine da parte del suo superiore il colonnello Giammarco Sottili di lasciar perdere il documento e di non sequestrarlo perché si trattava di documentazioni già acquisite. Lo dice il carabiniere Saverio Masi, sentito dalla Procura di Palermo il 7 luglio del 2009, ai pm che conducono l'inchiesta sulla presunta trattativa.
Il verbale della sua deposizione spontanea è stato depositato agli atti del processo al generale Mario Mori, accusato di favoreggiamento aggravato alla mafia e ora indagato per concorso in associazione mafiosa nell'ambito dell'inchiesta sulla trattativa. Masi avrebbe saputo questi fatti da Angeli che glielo avrebbe raccontato alcuni anni dopo. Il capitano avrebbe detto anche di aver comunque fatto fotocopiare quei documenti da un altro carabiniere e di avere tenuto quelle copie, mentre gli originali sarebbero stati riposti nel luogo dove erano stati trovati. Masi, risentito dalla procura il 23 marzo scorso, ha inoltre confermato di essere andato a casa del giornalista Saverio Lodato assieme a un collega per raccontargli questa storia. Cosa che però non avvenne. Anche Lodato è stato ascoltato dai pm.

Alcuni fogli a quadretti, altri documenti e dei post-it sarebbero stati trovati dai carabinieri durante la perquisizione nella casa all'Addaura di Massimo Ciancimino, nel 2005, ma al momento della catalogazione di questo materiale non c'era più traccia. Lo ha raccontato il carabiniere Samuele Lecca, del nucleo radiomobile di Palermo, che partecipò alla perquisizione coordinata dal capitano Antonello Angeli. Anche il verbale di Lecca, sentito dai pm di Palermo il 6 ottobre scorso, è stato depositato agli atti del processo al generale Mario Mori.
Secondo Lecca, in un magazzino vicino la casa di Ciancimino e sempre di proprietà del figlio dell'ex sindaco fu trovata una grossa scatola di cartone con vari documenti. "C'erano anche dei fogli a quadretti scritti a penna - dice Lecca - Appena vidi il carteggio lo diedi ad Angeli il quale, appena lo vide, e si allontanò per fare una chiamata. Dopo tornò e mi chiese se conoscessi una copisteria vicina e, alla mia risposta positiva, mi disse di andare a fotocopiare tutto. Poi, sempre eseguendo i suoi ordini, lasciai originali e fotocopie nella sua stanza". Lecca ha poi partecipato anche alla catalogazione dei documenti trovati all'Addaura. "In quell'occasione non vidi più - ha detto - i documenti che avevo fotocopiato". ["Trovai il papello di Ciancimino ma il colonnello mi disse: lascialo lì" di S. Palazzolo]

Infine, il generale dei carabinieri Francesco Delfino nega di aver mai riferito nel 1992 all'ex ministro della Giustizia, Claudio Martelli, qualcosa in merito alla imminente cattura del boss Totò Riina. Delfino è stato sentito dalla procura di Palermo, che indaga sulla trattativa tra Stato e mafia, il 22 aprile scorso, in merito alle dichiarazioni di Martelli durante l'udienza del 6 aprile (LEGGI) in cui ha deposto al processo per favoreggiamento alla mafia all'ex generale dei carabinieri Mario Mori. Il verbale di Delfino è stato depositato agli atti del processo. Martelli disse in quell'occasione che "Delfino, nell'estate del '92, vedendomi preoccupato, mi disse che dovevo stare tranquillo perché mi avrebbero fatto un bel regalo di Natale e aggiunse che Riina me lo avrebbero portato loro". La circostanza è stata negata da Delfino perché, come ha detto ai pm, "nel 1992 ero già in servizio in Piemonte e non mi recai mai appositamente al ministero di Giustizia per incontrare Martelli".

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ing, Ansa, La Siciliaweb.it]

- Il terribile intrigo (Guidasicilia.it, 28/10/10)

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30 ottobre 2010

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