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Debutto in aula con protesta

Il neopentito Tranchina per la prima volta in pubblica udienza al processo per il sequestro e l'omicidio del piccolo Di Matteo

01 luglio 2011

Il pentito Fabio Tranchina, che da poco ha deciso di collaborare con la giustizia, ha deposto ieri in aula per la prima volta in pubblica udienza al processo per il sequestro e l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo. Il bambino venne rapito per indurre il padre, il collaboratore Santino, a ritrattare, e poi fu ucciso nel 1995.
Quello di Tranchina, che per il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano (imputato per l'omicidio Di Matteo) ricopriva gli incarichi di autista e vivandiere, è stato un debutto in aula con protesta: il neo collaboraatore ha infatti esordito davanti alla corte d’assise di Palermo protestando contro "il servizio di protezione dei pentiti che non onora il lavoro dei legali, ledendo il diritto di difesa dei collaboratori di giustizia".
Subito stoppato dal presidente della corte che non ha ritenuto pertinenti al processo le dichiarazioni, Tranchina ha cominciato a parlare dei suoi rapporti con Graviano a cui ha fatto da guardaspalle da maggio del 91 a gennaio del 1994. Rivelazioni che dovrebbero smontare la difesa del capomafia che smentisce un ruolo nel sequestro del bambino sostenendo che nel periodo del sequestro del piccolo lui era già latitante a Milano. Tranchina, tirato in ballo dal collaboratore Gaspare Spatuzza anche nella strage di via d’Amelio, è stato arrestato il 19 aprile scorso.

La frase di Tranchina che smonta l'alibi del boss di Brancaccio è questa: "Nel 1993 accompagnai almeno 5 o 6 volte Giuseppe Graviano in un casolare di Misilmeri". Era stato Spatuzza, anche lui imputato, a rivelare in Aula che Graviano avrebbe deciso il sequestro del bambino, poi sciolto nell'acido, "in un casolare di Misilmeri, durante un incontro".
"Ho conosciuto Giuseppe Graviano attraverso mio cognato Cesare Lupo nel maggio del 1991 - ha raccontato Tranchina rispondendo al pm della Dda Fernando Asaro - Lupo mi chiese di occuparmi della latitanza di Graviano e io gli feci da vivandiere fino al suo arresto, avvenuto nel gennaio del 1994". "Ricordo che al primo incontro, in una porcilaia a Bolgonetta, Graviano mi consegnò una grossa somma di denaro in contanti e mi chiese di contarli. Erano 88 milioni di lire e lui mi regalò un milione".
Il racconto del pentito è stato anche una sorta di sfogo. Davanti ai magistrati, infatti, rispondendo alle domande di Asaro, Tranchina ha detto: "Devo pulire la mia coscienza, ho un peso che non mi fa vivere. Io sono stato condannato per mafia ma ero a conoscenza, e per questo me ne sento responsabile, di fatti atroci". Il pentito si riferiva evidentemente alla strage di via D’Amelio per la quale è ora indagato. "Non si può vivere con questo peso - ha ripetuto tre volte con voce rotta - io non posso". [Informazioni tratte da Adnkronos/Ing, ANSA, Lasiciliaweb.it, Corriere del Mezzogiorno, Repubblica/Palermo.it]

Il servizio protezione senza più fondi scatta la protesta dei pentiti nei processi
di Salvo Palazzolo (Repubblica/Palermo.it, 30 giugno 2011)

Il servizio centrale di protezione batte cassa, da mesi non ci sono più fondi per i collaboratori di giustizia. Alcuni pentiti sono stati addirittura sfrattati per morosità dalla casa in cui abitavano, in località segrete, perché lo Stato non riesce più a pagare gli affitti ai proprietari. Qualcuno è finito ospite anche di comunità religiose, con tutti i problemi di sicurezza che ne derivano, per il diretto interessato e per gli ignari volontari che si occupano della sua assistenza. E si è arrivati al paradosso che l’ex mafioso catanese Roberto Spampinato non può neanche scontare gli arresti domiciliari, perché dopo lo sfratto non ha più una fissa dimora. Al giudice del tribunale di sorveglianza di Roma non è rimasto che rinviare l’udienza e dunque la data in cui il pentito dovrà iniziare a scontare la condanna.
Per mancanza di fondi, un altro pentito si è ritrovato senza auto blindata per andare a deporre in Calabria. E tanti collaboratori sono senza assistenza sanitaria per le proprie famiglie, come invece il programma di protezione dovrebbe assicurare. Da sei mesi, infine, gli avvocati dei collaboratori lavorano gratis: anche queste spese non sono più onorate dal servizio centrale di protezione.

Ecco perché sale il malcontento fra i collaboratori di giustizia e i loro legali. Ed è già partita una singolare forma di protesta prima di ogni deposizione: un gruppo di pentiti siciliani ha deciso di denunciare pubblicamente che "lo Stato ha violato l’impegno" nei loro confronti. I collaboratori non rinunciano al patto che hanno fatto con la giustizia, continueranno a deporre, ma vogliono porre il caso davanti ai giudici. E prima o poi qualche magistrato potrebbe anche far scattare un’inchiesta per i disservizi di questi ultimi mesi nella lotta alla mafia: un giudice di Palermo, Lorenzo Matassa, ha già inviato il verbale con la dichiarazione fatta da un collaboratore durante un’udienza al presidente del tribunale, "per le determinazioni di conseguenza".
Nei giorni scorsi, hanno già fatto la loro dichiarazione di protesta i pentiti siciliani Emanuele Andronico, Stefano Lo Verso, Gaetano Grado, Maurizio Spataro e Francesco Briguglio. Chi nelle aule dei processi, chi durante gli interrogatori davanti ai pubblici ministeri. Altri pentiti parleranno a breve.
Intanto, una trentina di avvocati dei collaboratori ha costituito un’associazione e annuncia battaglia. "La realtà del contrasto alla criminalità organizzata è diversa da quella rappresentata – dice l’avvocato Maria Carmela Guarinosi proclamano i successi per la cattura dei latitanti, ma si tace sulle emergenze strutturali ed economiche che gli operatori della giustizia e della sicurezza quotidianamente devono sopperire per assicurare i risultati".
Il caso è stato posto nei giorni scorsi anche da Antonio Di Pietro, leader di Italia dei valori. "Il governo Berlusconi sta intaccando i caposaldi della lotta alla mafia tagliando i fondi per la protezione dei collaboratori di giustizia e riducendo drasticamente le intercettazioni", è scritto in un’interrogazione presentata ai ministri dell’Interno, della Giustizia e dell’Economia. Nei mesi scorsi, anche il sottosegretario all'Interno Alfredo Mantovano aveva lanciato l’allarme per l’assenza di fondi da destinare a collaboratori e testimoni di giustizia: erano 52 milioni nel 2008, sono scesi a 49 l’anno successivo e sono crollati a 34 nel 2011. Si tratta di un taglio del 35 per cento.
Dice l’avvocato Monica Genovese: "I collaboratori non sono imputati di serie B, come tutti gli altri imputati hanno diritto a una difesa adeguata. Ma nessuno sembra prendersi cura di questa grave situazione, che incide anche sui diritti previsti dal programma di protezione".
Il segretario provinciale del Siulp di Firenze, Riccardo Ficozzi, ha denunciato che i poliziotti si ritrovano ormai a fare da paciere, "per calmare i titolari di alberghi della Toscana che aspettano di riscuotere dallo Stato ingenti somme relative all'ospitalità di collaboratori di giustizia e testimoni". Per il Siulp "è una situazione paradossale".

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01 luglio 2011
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