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Dell'Utri resta detenuto a Beirut

L'ex senatore di Forza Italia potrebbe rimanere in stato di arresto in Libano fino alla decisione finale sulla richiesta di estradizione dall'Italia

15 aprile 2014

Era attesa per ieri mattina, ma l'udienza sulla convalida dell'arresto di Marcello Dell'Utri a Beirut non c’è stata. Perché la legge libanese non la prevede.
"In linea di principio", l'ex senatore di Forza Italia potrebbe rimanere in stato di arresto a Beirut fino alla decisione finale sulla richiesta di estradizione dall'Italia. Lo ha sottolineato ieri il procuratore generale della Cassazione libanese Samir Hammud. "Fino alla ricezione del dossier con la richiesta di estradizione - ha sottolineato l'alto magistrato - non ho nemmeno l'obbligo di vedere il detenuto per un'udienza". "Quando riceverò il file dall'Italia - ha detto Hammud ricordando le norme previste dalla convenzione tra Italia e Libano per l'estradizione - dovrò studiarlo e interrogare Dell'Utri. Successivamente dovrò presentare al ministro della Giustizia una relazione con parere favorevole o contrario alla richiesta. Sarà poi il potere esecutivo a prendere la decisione finale con un provvedimento che dovrà essere firmato dallo stesso ministro della Giustizia, dal primo ministro e dal presidente della Repubblica".
In base alla convenzione bilaterale in vigore, le autorità italiane hanno trenta giorni di tempo per presentare la richiesta formale di estradizione a quelle libanesi con tutti i documenti del caso.

Dell'Utri si trova ancora nella caserma della polizia dov'è stato portato dopo il fermo. Ieri pomeriggio ha potuto incontrare la moglie e uno dei figli. L'ex senatore, al quale la moglie ha consegnato alcuni libri e farmaci, ha detto di essere "trattato bene" ed è parso di buon umore. L'incontro con i familiari è durato circa 15 minuti. Dell'Utri è rinchiuso nella sezione dei servizi di Intelligence del Comando della polizia. Ma, secondo quanto si è appreso, quello in cui è ospite avrebbe le caratteristiche di un appartamentino più che di una cella di sicurezza. L'ex senatore non può ricevere giornali né guardare la televisione perché è in isolamento, ma ieri gli è stato consentito, appunto, ricevere libri.

Intanto, la decisione definitiva sulla condanna a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa oggi si aprirà comunque. Solo che gli ermellini (faranno parte del collegio i magistrati Maria Cristina Siotto, Maurizio  Barbarisi, Margherita Cassano, Antonella Patrizia Mazzei e Giuseppe Locatelli) come prima decisione dovranno prendere quella del rinvio o meno. La decisione appare scontata, visto che non si può celebrare il processo in assenza di entrambi gli avvocati. I due legali di Dell’Utri, infatti, sono malati. A quanto si è appreso ieri, il certificato di malattia dell'avvocato Massimo Krogh è pervenuto in Cassazione da almeno una settimana, mentre quello dell'avvocato Giuseppe Di Peri è arrivato sabato.
La Procura della Cassazione potrebbe anche chiedere un accertamento alle Asl competenti sulla effettività dello stato di malattia dei due difensori di Dell'Utri. Ma questa ipotesi appare molto remota.

Chi ha trovato un amico... si ritrova un amico
E mentre, sostanzialmente, si prevede uno stallo nella vicenda Dell’Utri, dal Libano l'ufficio stampa del presidente del partito libanese delle Falangi, Amin Gemayel, "smentisce" in una dichiarazione "il presunto ruolo del presidente russo Vladimir Putin e dell'ex presidente italiano del Consiglio Silvio Berlusconi nel sostenere Gemayel alle prossime elezioni presidenziali".

Ma, facciamo un passo indietro, e spieghiamo cosa c’è dietro questa smentita... "Marcello è in Libano e l'ho mandato io". E’ quanto avrebbe detto ad alcuni suoi collaboratori Silvio Berlusconi, il giorno in cui è stata resa pubblica la notizia sull’irreperibilità di Dell’Utri ricercato dalla squadra mobile di Milano che avrebbe dovuto eseguire un ordine di custodia cautelare emesso dalla Corte d’Appello di Palermo.
"L'ho spedito a Beirut qualche giorno fa perché Vladimir Putin mi ha chiesto di sostenere la campagna elettorale di Amin Gemayel" avrebbe detto Berlusconi ai dirigenti di Forza Italia andati a Villa San Martino per discutere di candidature per le Europee.

L'ex Cavaliere ha continuato a spiegare di averlo inviato in missione per verificare la possibilità di un sostegno finanziario all'ex presidente della Repubblica libanese in procinto di ricandidarsi alle elezioni di novembre. Mission puramente politica, dunque. Berlusconi lascia intendere ai suoi interlocutori di avere avuto garanzie da "Marcello" di un suo rientro a breve in Italia, comunque "prima della sentenza" di oggi.
A quanto pare, però, niente di più falso. Probabilmente l’azione di un amico nei confronti di un amico in difficoltà. Grosse difficoltà.
Lui ci ha provato Marcè, ma sono oramai passati i tempi nei quali poteva dire che una Ruby Rubacuori era nipote di Mubarak e avere un Parlamento pronto a crederci.

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15 aprile 2014
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