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Depositate le motivazioni del processo ''Talpe alla Dda''

''Cuffaro fece un accordo criminoso, mentre il suo amico Aiello era organico a Cosa Nostra''

02 luglio 2008

"Cuffaro non è stato per nulla un mero e passivo recettore di notizie, ma l'autore consapevole di un accordo criminoso con Borzacchelli (ex sottufficiale dei carabinieri condannato per concussione in un altro processo  e coinvolto nella stessa inchiesta n.d.r.) finalizzato al disvelamento sistematico di notizie segrete su indagini in corso da parte dell'autorità giudiziaria ed il beneficiario di un sistema privato di intelligence finalizzato alla tutela ed alla impunità sua e del suo sistema di potere".

E' questo uno dei passaggi delle motivazioni della sentenza del cosiddetto processo alle "Talpe alla Dda", che vedeva imputati, tra gli altri, anche l'ex governatore siciliano Salvatore Cuffaro, depositate ieri dai giudici della III sezione del tribunale di Palermo. L'ex presidente fu condannato a 5 anni per favoreggiamento e rivelazione di notizie riservate. I giudici esclusero, però, l'aggravante dell'avere agevolato Cosa nostra, contestata dai pm.
Nella sentenza si fa riferimento esplicito alle fughe di notizie su inchieste in corso di cui Cuffaro fu responsabile come quella, che risale al 2001, relativa alla presenza di microspie a casa del boss Giuseppe Guttadauro. Per i giudici è stata raggiunta la prova della responsabilità dell'ex governatore che apprese della "cimice" proprio da Borzacchelli.

"Pur di realizzare l'accordo criminoso stretto con Borzacchelli e di tutelare i suoi interessi Cuffaro è stato disposto a fare eleggere al parlamento regionale a tutti i costi (anche creando una lista appositamente a tal fine) un soggetto che non era un 'candidato appetibile', come sostenuto improvvidamente dalla difesa, ma uno squallido ricattatore ed un traditore dell'Arma dei carabinieri e delle istituzioni per brama di potere e di denaro".
I giudici fanno qui riferimento all'ex maresciallo dei carabinieri Antonio Borzacchelli, eletto deputato regionale nel 2001 e condannato nell'ambito della stessa inchiesta che rivelò al governatore informazioni riservate su inchieste di mafia in corso.
I giudici ritengono "certo" il passaggio di numerose notizie da Borzacchelli a Cuffaro, tra le quali: quella, del 2001, relativa alle intercettazioni in casa del capomafia di Brancaccio Guttadauro, realizzata nell'interesse dell' ex assessore comunale dell'Udc, "delfino" del governatore, Mimmo Miceli, condannato poi per mafia e abituale frequentatore della casa del boss. Provata, per il collegio, anche la fuga di notizie "sulle indagini in corso a carico di Francesco Campanella (all'epoca amico e collaboratore del Cuffaro), (poi pentito n.d.r.), in relazione ai suoi rapporti con i Mandalà, uomini d'onore della famiglia mafiosa di Villabate".

"Estremamente probabile" - secondo il tribunale - la rivelazione delle informazioni sull'iscrizione nel registro degli indagati dei marescialli Ciuro e Riolo, coinvolti e condannati nella stessa inchiesta, che Cuffaro, ha girato "al suo amico Michele Aiello", ex manager della sanità privata condannato nello stesso processo a 14 anni per associazione mafiosa. "Risulta, pertanto, logico, conseguente e conforme alle prove emerse - concludono - ritenere che Cuffaro, avendo stipulato un simile accordo criminoso con  Borzacchelli, avesse un personale interesse al raggiungimento di un risultato comune". 

Per quanto riguarda Michele Aiello, questo secondo i giudici "era un imprenditore di fatto organico all'organizzazione mafiosa all'attività di imprenditore organico a Cosa nostra e costituiva per Provenzano una pedina fondamentale del suo sistema di potere". "Aiello, dunque, - scrivono i magistrati - per la mafia non era un socio di fatto o un mero prestanome ma un punto di riferimento nel settore economico-imprenditoriale, tanto da divenire, con espressione usata dallo stesso Giuffrè (collaboratore di giustizia n.d.r.), il 'fiore all'occhiello' di Provenzano e dei mafiosi di Bagheria".
Quanto al fatto che l'imprenditore era soggetto alla richiesta di pizzo - argomento usato dalla difesa per definire Aiello 'vittima' di Cosa nostra - la sentenza scrive: "Fatti salvi i casi eccezionali, non poteva essere sistematicamente dispensato dal versamento della 'messa a posto', in quanto, come è noto, a tale pratica erano soggetti tutti gli imprenditori anche quelli formalmente affiliati all'organizzazione. Ma poteva essere segnalato e 'seguito' per evitargli ogni altra possibile imposizione delle varie famiglie mafiose locali a titolo di forniture di materiali, di noleggio di macchinari ed attrezzature, di piccoli sub-appalti quali il movimento terra e gli scavi ed, infine, di assunzione di personale".
"L'imputato - concludono i magistrati - ha dato chiara prova di riuscire ad avvicinare e 'tenere buoni' pressocché tutti i soggetti che, in qualche modo ed a qualsiasi livello, avessero un ruolo nello svolgimento della sua attività imprenditoriale". 

Fonte: La Sicilia Web

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02 luglio 2008
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