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Dietro il suicidio del prof. Adolfo Parmaliana...

In una lettera i motivi del suo gesto: ''La cupola giudiziaria mi ha isolato''

06 ottobre 2008

Una tragedia dai risvolti amari ed inquietanti, nella quale la stanchezza, il senso di isolamento e la disperazione hanno raggiunto le estreme conseguenze. Il professore Adolfo Parmaliana, 50 anni, docente di Chimica all'Università di Messina ed esponente della Sinistra messinese, che in passato aveva denunciato le collusioni politico-mafiose in alcuni comuni della provincia "babba", quella di Messina, non ce l'ha più fatta e quindi ha deciso di farla finita lanciandosi da un viadotto dell'autostrada Messina-Palermo.
Le motivazioni del gesto sono contenute in una lettera che il docente ha lasciato al fratello, l'avvocato Biagio Parmaliana.

Nella missiva, sequestrata dai carabinieri, il professore Parmaliana - un passato attivissimo nel Pci, prima, e poi nei Ds - avrebbe denunciato una sorta di complotto ordito contro di lui dai vertici della Procura di Barcellona Pozzo di Gotto che, recentemente, l'aveva rinviato a giudizio per diffamazione. "Per lui è stato un colpo durissimo - ha detto il suo legale, l'avvocato Fabio Repici -. Si è sentito tradito dalla giustizia".
Nella lettera, Parmaliana punterebbe il dito contro una sorta di "cupola giudiziaria" colpevole, in passato, di avere ignorato le sue denunce su collusioni tra cosche e insospettabili amministratori; ora di averlo punito con un rinvio a giudizio illegittimo, proprio per le battaglie di legalità combattute anche contro certa magistratura.
Il docente avrebbe dovuto rispondere davanti ai giudici delle accuse mosse all'ex vicesindaco di Terme Vigliatore, paese in cui viveva, e di due manifesti affissi in paese dopo lo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose. "Giustizia è fatta - scrisse nel 2005 il professore -, gli onesti hanno vinto".

"In nessun caso - ha detto ancora l'avvocato - il mio cliente fece nomi. Le querele sporte contro di lui, inoltre, erano tutte fuori termine e, nonostante ciò, è arrivato il rinvio a giudizio. Parmaliana era totalmente sfiduciato dalla giustizia barcellonese". Una sfiducia, che - a dire del penalista - l'avrebbe spinto ad organizzare il suicidio in modo tale da far ricadere la competenza territoriale su eventuali indagini, non sulla Procura di Barcellona, ma su quella di Patti. Lo proverebbe il fatto che il docente avrebbe scelto di morire buttandosi da un viadotto nel territorio comunale di Patti. Sulla vicenda, ad aprire un fascicolo è stata proprio la Procura di Patti.

E sabato scorso a migliaia hanno partecipato ai funerali del prof. Parmaliana. Sono accorse così tante persone che la Chiesa dei Benedettini di Terme Vigliatore non ce l'ha fatta ad accogliere tutte. Oltre alla chiesa anche la piazza ed un parco pubblico erano affollati di amici e concittadini che hanno voluto rendere l'ultimo saluto al professore.
In chiesa, oltre ai parenti, anche il senatore del Pd Beppe Lumia ed il rettore dell'Università di Messina, Francesco Tomasello. Proprio quest'ultimo ha voluto ricordare la figura professionale di Parmaliana. Molto toccante la lettera letta dalla figlia Gilda, che ha ricordato il padre concludendo con la frase: "Le persone oneste si ricorderanno sempre di te".

Sonia Alfano attacca la Procura di Barcellona - "Rivolgiamo un accorato appello al procuratore di Messina, Guido Lo Forte, affinché presti la massima attenzione alle dichiarazioni contenute nel carteggio lasciato da Adolfo Parmaliana". E' la richiesta che Sonia Alfano, presidente dell'Associazione nazionale famigliari vittime di mafia, ha rivolto a nome degli oltre settanta componenti dell'associazione, al capo della Dda di Messina. "Chiediamo - si legge nella nota - che venga fatta piena luce sulle pesanti accuse che Adolfo ha rivolto alla magistratura barcellonese e che si accertino tutte le responsabilità dei componenti di una Procura che non ha mai brillato per etica professionale e lotta alla criminalità mafiosa". La richiesta di Sonia Alfano è rivolta a "impedire che la famiglia di Adolfo Parmaliana subisca un calvario giudiziario, lo stesso che molti di noi hanno subito, fatto di scorrettezze ed atteggiamenti deontologicamente deprecabili. Il carteggio lasciato da Adolfo - aggiunge - che ben conosceva la realtà di quel territorio, è un vero e proprio atto di accusa nei confronti della magistratura barcellonese".

«MI HANNO LASCIATO SOLO»
di Alfio Sciacca (Corriere.it, 4 ottobre 2008)

L'ultimo appello lo aveva rivolto dieci giorni fa al senatore Ds Beppe Lumia: «Mi hanno isolato e ora me la vogliono far pagare».
Era disperato Adolfo Parmaliana, 50 anni, docente di chimica all'Università di Messina con un passato di battaglie antimafia nel suo Comune, Terme Vigliatore. Era stato lui nel 2005 l'artefice dello scioglimento per mafia del Consiglio comunale. Ma dopo il clamore era rimasto totalmente isolato. Non solo: i processi contro boss e politici si sono impantanati mentre lui era stato rinviato a giudizio per diffamazione.
L'ultima beffa, a cui non ha retto. Giovedì ha parcheggiato l'auto nei pressi di un viadotto della Messina-Palermo e si è buttato giù. Sul sedile un biglietto che rimanda a un dossier lasciato al fratello avvocato. Il carteggio è stato sequestrato dalla Procura di Patti: è il compendio di anni di denunce con nomi di boss, politici e una sorta di «cupola giudiziaria» che, a suo dire, avrebbe operato per rallentare le indagini sull'intreccio mafia-politica.

Il caso Parmaliana ricorda la vicenda di Rita Atria, la pentita gestita dal giudice Borsellino suicidatasi una settimana dopo la strage di Via D'Amelio. Anche lei si era sentita sola dopo la morte del magistrato. E a lei fa riferimento il senatore Lumia, che mesi fa ha presentato un'interrogazione sulle commistioni tra mafia e pezzi di istituzioni a Barcellona Pozzo di Gotto. «Parmaliana è vittima di Cosa Nostra come Rita Atria - dice - è urgente far luce su ciò che è avvenuto in quel territorio e su quanto ha fatto la Procura di Barcellona». Anche il fratello di Parmaliana, Biagio, crede si tratti di un suicidio a cui è stato spinto dal muro di gomma creato attorno lui: «Le sue battaglie davano fastidio a pezzi di Stato e magistratura - spiega - diceva di sentirsi vittima di ritorsioni da parte di questi uffici. Ritorsione diventata manifesta col rinvio a giudizio per diffamazione. L'ha vissuto come la rappresaglia di un sistema deviato che domina nella zona e che lui ha pensato di sconfiggere sacrificando la vita».

Una storia di coraggio e solitudine. A riguardare le motivazioni che nel 2005 portarono allo scioglimento per mafia del Consiglio comunale di Terme si trovano tutte le denunce di Parmaliana, che dopo il provvedimento fece un manifesto per affermare «giustizia è fatta». Un testo sobrio, in cui non venivano fatti nomi, ma che gli costò una causa per diffamazione: due settimane fa il rinvio a giudizio. Parallelamente, invece, i processi sull'intreccio mafia-politica, come l'operazione «tsunami», vanno a rilento col rischio che molti reati si prescrivano.
Sembrerà strano, ma Terme Vigliatore (7 mila abitanti) non ha una caserma di carabinieri. Dal 2003 non si trova un locale e 5 militari sono ospiti nella caserma di Furnari, a 15 chilometri. Un anno fa Parmaliana scrisse al capo dello Stato: «Come si possono conseguire gli obiettivi dello scioglimento per mafia senza un presidio stabile delle forze dell'ordine?».

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06 ottobre 2008
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