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Due anni fa entrava in vigore la legge Biagi... La delusione de lavoratori precari

09 novembre 2005

Legge Biagi, dopo due anni precari sempre più delusi
di Rosaria Amato (Repubblica.it)

Due anni fa entrava in vigore la legge Biagi. E' il momento di tracciare un primo bilancio della normativa che ha dato un nuovo volto al mondo del lavoro, tanto più che il 24 ottobre scorso è scaduta anche l'ultima delle proroghe per le collaborazioni coordinate e continuative, che dovrebbero trasformarsi in contratti di lavoro a progetto.

Il Nidil, sindacato dei lavoratori atipici della Cgil, proprio il 24 ottobre ha organizzato insieme all'Arci una serie di appuntamenti (compresa la proiezioni del film ''Il Vangelo secondo Precario'') per 'riflettere' sulla legge 30 che, a quanto risulta da un'indagine svolta dall'istituto di ricerche Ires, non ha migliorato le condizioni professionali e sociali dei lavoratori atipici, anzi in molti casi le ha peggiorate. Mentre indagini pubblicate dai quotidiani Il Sole24Ore, e Italia Oggi, mettono in evidenza come la legge Biagi abbia dato una forte spinta alla diffusione dei rapporti di lavoro a tempo determinato e, in definitiva, alla crescita dei posti di lavoro.
In effetti, si tratta di due facce della stessa medaglia: più posti di lavoro, ma di qualità scadente, denuncia il presidente dell'Ires Agostino Megale: ''La legge 30 ha prodotto l'esatto opposto di quanto il governo aveva promesso, e cioè sicurezza e tutele. E' vero che il tasso di disoccupazione in questi anni è sceso, anche per effetto della regolarizzazione degli immigrati e dello scoraggiamento dei lavoratori e soprattutto delle lavoratrici al Sud, ma quello di cui il Paese ha bisogno davvero è buona occupazione, fatta di tutela delle persone. E' a questo che bisogna puntare secondo noi nella prossima legislatura''.

L'indagine di Italia Oggi. ''Boom di rapporti a tempo determinato'', titola Italia Oggi. E' quanto emerge da un rapporto che ha elaborato i dati dell'Inail relativi al periodo 2002 - 2005. Dal quadro si evince, sottolinea il quotidiano, che in tutti gli anni presi in considerazione, i posti di lavoro crescono: 914.657 sono i nuovi lavoratori registrati nel 2002; 608.869 nel 2003; 558.895 nel 2004 e al 19 ottobre 2005, 950.447.
Fino al 2005 si tratta per lo più di nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato, mentre per quest'anno l'andamento cambia: il dato parziale registra la creazione di 53.735 nuovi posti a termine e di 896.712 a tempo indeterminato. In percentuale significa che dal 2004 al 2005, sul totale dei nuovi posti di lavoro di quest'anno (950.447), i rapporti a termine hanno avuto un incremento del 29,12%: un terzo delle nuove assunzioni, dunque, riguarda un contratto flessibile.

Il sondaggio del Sole24Ore. Secondo il sondaggio commissionato dal Sole24Ore a Ipr Marketing, il 35% delle aziende italiane ha almeno un contratto di collaborazione continuativa, il 15% ha almeno un lavoratore a progetto, e il 42% dichiara di avere almeno uno di entrambe le posizioni lavorative.

L'Ires denuncia il fallimento della legge 30. ''L'introduzione del lavoro a progetto nelle intenzioni del legislatore avrebbe, infatti, dovuto spingere verso il lavoro dipendente le false posizioni autonome - spiegano i curatori della ricerca Nuovo contratto. Stessi problemi. Gli effetti della legge 30/03 nel passaggio dalle collaborazioni coordinate e continuative al lavoro a progetto, diretta da Giovanna Altieri - così che le critiche condizioni di lavoro e di vita dei 'falsi collaboratori', che le ricerche degli ultimi anni hanno concorso nel mettere a fuoco, avrebbero dovuto trovare una loro positiva risoluzione''.
Mentre invece dall'entrata in vigore della legge 30, accerta l'Ires, è aumentata fortemente la percentuale di crescita delle collaborazioni. Infatti nell'arco di due anni quasi la metà (46%) dei collaboratori coordinati e continuativi è diventato un lavoratore a progetto, il 23% è rimasto un co.co.co nel pubblico impiego (per via della possibilità di proroga); il 5,8% è stato costretto ad aprire la partiva Iva, con un forte aggravio di costi.

Pochissime le assunzioni. Di contro, la percentuale delle stabilizzazioni è piuttosto bassa: il 6,5% degli ex collaboratori ha infatti oggi un contratto a tempo indeterminato e il 6% è invece stato assunto a tempo determinato, mentre infine un altro 5% ha un contratto di lavoro in somministrazione o a contenuto formativo. E un 7,3%, infine, soprattutto donne e lavoratori meridionali, è stato espulso dal mercato del lavoro: non lavora più, o lo fa in nero.
Solo i collaboratori occasionali (che sono stimati in 106.000, contro 1.177.000 di co.co.co. e lavoratori a progetto) hanno visto qualche miglioramento, con situazioni relativamente più stabili. Non si tratta di assunzioni: meno del 6% è infatti stato assunto, e in prevalenza con un contratto a tempo determinato.
Le condizioni dei precari non sono migliorate. Il che significa che, a fronte di una regolamentazione giuridica diversa e, all'apparenza migliore, le condizioni di vita dei precari sono rimaste quelle che ormai sindacati, associazioni e coordinamenti dei lavoratori denunciano da tempo.

Le collaboratrici non hanno figli. ''E' emblematico che alla soglia dei 40 anni il 60% delle collaboratrici non abbia figli'', denuncia Giovanna Altieri. ''E' una grande mistificazione dire che i contratti di collaborazione o a progetto costituiscono una forma d'ingresso nel mercato del lavoro, e questa ricerca lo dimostra - aggiunge Altieri - per lo più i collaboratori sono persone che hanno dai 30 ai 39 anni, non alla prima esperienza e altamente qualificati, con una laurea o un postlaurea. Si tratta di giovani adulti che avrebbero tutto il diritto di riconoscimento della loro condizione di capitale sociale, e invece non si riesce a garantire loro neanche una forma di futuro, dal momento che i redditi sono bassi e quelli pensionistici lo sono ulteriormente''.

Orario lungo, retribuzioni basse. E infatti a fronte di un orario di lavoro che supera ampiamente le 38 ore settimanali, soprattutto nel privato, il 46% dei collaboratori ha una retribuzione inferiore a 1.000 euro al mese. Tra questi, poco meno di un quarto guadagna meno di 800 euro. E comunque anche i redditi più elevati non superano i 1.500 euro al mese.
L'80% è insoddisfatto. Scarse le gratificazioni: l'80% del campione si dichiara infatti poco o per niente soddisfatti. E non solo per la retribuzione: un grande elemento di scontento è dato dal fatto che si svolgono mansioni impiegatizie, ma con un trattamento economico e contributivo che è ben lontano dall'esserlo. In particolare, le tutele dalle quali i collaboratori si sentono più esclusi sono legati a diritti basilari: la maternità, seguita dai diritti sindacali e dalla malattia.
E' per questo che l'86% degli intervistati preferirebbe un lavoro dipendente, ma di fatto, non solo di nome: in effetti, l'80% è comunque tenuto a rispettare un orario di lavoro e il 76,7% lavora presso l'azienda. Sono situazioni che si cristallizzano: il 36,6% lavora con l'attuale committente da almeno due o tre anni.

- Legge Biagi

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09 novembre 2005
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