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E in Italia il ''movimento'' degli psichiatri pro-elettroshock decide di mobilitarsi: ''Basta con la sanità ideologica''

08 marzo 2008

In Italia, rispetto al resto dei Paesi euopei, esiste un numero nettamente inferiore di strutture che possono trattare con l'elettroshock i pazienti con depressione grave. Nel nostro paese sono soltanto undici (6 appartenenti al Servizio sanitario nazionale e 5 cliniche private convenzionate al Ssn), e nessuna di queste strutture è vista di buon occhio, mentre nelle altre nazioni europee da anni si fa largo uso di questa terapia "confortati da test clinici che ne dimostrano l'incontestabile efficacia".
In Olanda esistono 35 servizi di Tec, in Belgio 32, in Germania 159, in Svezia 65, in Norvegia 44, in Finlandia 40, in Ungheria 34, in Scozia 27, in Irlanda 16, nel Regno Unito 160.

A denunciare questa ''carenza'' di strutture sono stati gli psichiatri dell'Associazione italiana per la terapia elettroconvulsivante (Aitec), che recentemente hanno presentato una petizione al ministro della Salute nella quale chiedono l'apertura di un centro Tec ogni milione di abitanti.
"E' paradossale - sottolinea Athanasios Koukopoulos, presidente uscente dell'Aitec - che proprio in Italia, dove abbiamo inventato l'elettroshock nel 1938, ci sia questa chiusura".
L'esperto si è scagliato contro la scarsa informazione che si dà su questi argomenti. Una disinformazione che tocca tutti: "politici, psichiatri, mass media. Tutto questo confonde l'opinione pubblica".
Gli psichiatri italiani pro Tec si sono incontarti nelle scorse settimane a Roma e all'incontro era presente anche Tom Bolwig, psichiatra all'università di Copenaghen, che ha spiegato la propria posizione: "in Danimarca vivono 6 milioni di persone eppure abbiamo 35 centri specializzati nella Tec. Ne abbiamo addirittura uno in Groenlandia e non vedo quindi perché anche in Italia non si possa fare ugualmente". Koukopoulos, a fine incontro, ha cercato di spiegare il motivo. "Come sempre in Italia ci si ferma di fronte a problemi etici. Speriamo però che lo scenario cambi presto". [Informazioni tratte da Adnkronos Salute]

Gli psichiatri dicono sì all'elettroshock: "Basta con la sanità ideologica"
di Monica Marcenaro (il Giornale, 25/02/08)

«L'elettroshock viene usato in tutto il mondo civile», per curare alcune forme di depressione grave e non rispondente ai farmaci, «solo in Italia non accade e per ragioni puramente ideologiche». A sostenerlo, un veterano della psichiatria italiana, Bruno D'Avossa che già negli anni Ottanta all'ospedale Forlanini di Roma dovette fare carte false per riuscire ad avere la macchina e aprire il servizio all'interno del nosocomio.
Forte della sua esperienza e motivato dall'ultimo caso che non era riuscito a salvare per mancanza dei mezzi adeguati, quello di una donna americana in gita a Roma, ricoverata nel suo reparto perché in preda a una feroce crisi depressiva che già era stata curata con l'elettroshock negli Usa, D'Avossa tanto fece e tanto ottenne: «In quegli anni fu l'unico centro pubblico di tutto il centro-sud dove veniva praticata la Tec». Una battaglia che pagò a caro prezzo, con «grane tutti i giorni», sabotaggi dentro e fuori dall'ospedale, e che culminò in articolo a pagina intera che gli dedicò l'Unità in cui lo specialista venne dipinto come un «torturatore fascista» per le sue scelte terapeutiche.

«Da vent'anni a questa parte, però, la situazione non è cambiata: quello dell'elettroshock è un falso problema - incalza Enrico Smeraldi, professore di psichiatria all'università Vita e salute del San Raffaele di Milano - in tutto il mondo è una terapia accettata e riconosciuta. Da noi è diverso, il motivo è presto detto: Ugo Cerletti e Lucio Bini la inventarono negli anni Trenta, nel pieno dell’epoca fascista, e da allora la Tec ha sempre avuto la stessa etichetta politica. Invece si deve poter fare nei casi in cui i medicinali non hanno efficacia».
Pare incredibile che una cura che in molti casi può salvare la vita sia rimasta al palo, pressoché inesistente in Italia all'interno del Servizio sanitario nazionale dove si contano una decina di centri su tutto il territorio nazionale. «La comunità scientifica non si interroga più sulla validità della Tec ormai da tempo è stato dimostrato che la terapia elettroconvulsivante dia una risposta positiva nel trattamento di alcune forme di depressione grave che non traggono beneficio dai farmaci - aggiunge Claudio Mencacci, primario della Psichiatria dell'ospedale Fatebenefratelli di Milano - la questione non è più all'ordine del giorno della psichiatria mondiale che la considera una della tante pratiche che può essere utilizzata e che studia, invece, le nuove frontiere delle terapie antidepressive, come quella magnetico trans-cranica oppure quella del pace-maker».

Tutti d'accordo, quindi, con l'appello lanciato dalla Società italiana di psicopatologia in cui viene chiesto al ministro della Salute di riabilitare la terapia elettroconvulsivante e di attivare almeno un servizio in tutte le regione italiane: «il desiderio degli specialisti più equilibrati - conclude Mencacci - è di poterla utilizzare senza criminalizzazioni».
Tutti, quindi, in sintonia con Giovan Battista Cassano, ordinario di Psichiatria all'università di Pisa, medico di fama mondiale e tra i firmatari dell'appello che ricorda: «Qualcosa vorrà pur dire se l'elettroshock ha superato l'esame della Comunità europea, del Consiglio superiore di sanità e delle commissioni etiche e bioetiche».
C'è però chi, come Giorgio Antonucci, psicanalista che lavorò al fianco di Franco Basaglia è convinto che i problemi della mente debbano essere risolti con «le buone maniere».

- Per maggiori informazioni sulla ''Terapia elettroconvulsivante'' clicca qui

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08 marzo 2008
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