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Ecco perché Cuffaro doveva essere assolto

In 80 pagine i legali dell'ex governatore spiegano la sua estraneità dal processo alla ''Talpe''

03 ottobre 2008

Nei giorni scorsi i pubblici ministeri della Procura di Palermo, Maurizio De Lucia e Michele Prestipino, hanno depositato l'atto di appello alla sentenza emessa dal tribunale di Palermo, il 18 gennaio scorso, nell'ambito del cosiddetto processo alle "Talpe alla Dda", che vedeva imputati, tra gli altri, l'ex governatore siciliano Salvatore Cuffaro e il manager della sanità privata siciliana Michele Aiello. Ricorso riguardante le posizioni processuali di tre soli imputati su 14. I pm, infatti, hanno impugnato esclusivamente le condanne di Cuffaro, Aiello e dell'ex sottufficiale del Ros Giorgio Riolo.
Ricordiamo che Aiello è stato condannato a 14 anni di carcere per associazione mafiosa, rivelazione e utilizzazione di segreto d'ufficio, truffa, accesso abusivo al sistema informatico della Procura e corruzione; l'ex presidente della Regione a 5 anni per favoreggiamento semplice e rivelazione di notizie coperte da segreto d'ufficio e Riolo a 7 anni per favoreggiamento, accesso abusivo al sistema informatico della Procura, rivelazione e utilizzazione di segreto d'ufficio, corruzione e interferenze illecite nella vita privata altrui.

Nella fattispecie, parlando del ricorso presentato nei confronti della posizione di Cuffaro, i pm hanno principalmente sostenuto la presenza dell'aggravante mafiosa. Dicono infatti i magistrati che l'ex governatore siciliano, facendo sapere ai boss che c'erano indagini su di loro, rivelando la presenza di microspie a casa del capomafia di Brancaccio Giuseppe Guttadauro, voleva agevolare l'intera associazione mafiosa. Nel ricorso di 34 pagine, depositato lo scorso 30 settembre, De Lucia e Prestipino bacchettano la motivazione del verdetto relativa, appunto, all'aggravante, definendola "insufficiente" e ribadendo che, attraverso le fughe di notizie su inchieste antimafia in corso, l'ex presidente era intenzionato ad aiutare le cosche.
L'ex governatore, sostengono in sintesi i magistrati, era a conoscenza dello spessore criminale del boss Giuseppe Guttadauro e sapeva anche che il suo delfino, l'assessore comunale Mimmo Miceli, frequentava abitualmente la casa del capomafia.Quando seppe dal suo collega di partito, l'ex carabiniere Antonio Borzacchelli, che i carabinieri indagavano su Guttadauro e avevano piazzato una cimice nel suo appartamento e lo rivelò a Miceli, dunque, "Cuffaro decise di agevolare non solo Guttadauro, ma l'intera organizzazione".

Accanto alle motivazioni personali, dunque, secondo i pm, "Cuffaro, che il sistema di pressione e sopraffazione mafioso conosce bene, ha nutrito un'ulteriore convinzione criminosa, ben sapendo che l'individuazione della microspia presso la casa del boss avrebbe avuto quale effetto la salvaguardia di quel sistema, impedendo di fatto lo smantellamento dell'organizzazione sul territorio".
In uno dei passaggi salienti dell'appello depositato i pm hanno scritto: "Cuffaro era ed è un uomo politico di cui Cosa nostra, e in particolare Provenzano, sostanzialmente apprezzava la linea politica definita di vecchio stampo clientelare e ritenuta utile nel contesto di quella strategia della sommersione adottata dopo le stragi e che trova nell'intermediazione e nell'inserimento del mafioso in ogni profilo della vita sociale ed economica (ed in particolare nelle amministrazioni pubbliche) uno dei suoi momenti essenziali". "L'imputato - hanno aggiunto i due magistrati - non poteva non essere consapevole di questa 'benevolenza' dell'associazione mafiosa che si sostanziava, almeno in parte, in appoggio elettorale". De Lucia e Prestipino nelle loro conclusioni hanno fatto riferimento alle dichiarazioni dei pentiti Nino Giuffrè e Maurizio Di Gati da cui "emerge la decisione di Cosa nostra di appoggiare la candidatura di Cuffaro" per un giudizio positivo della mafia sulla sua politica e per la convinzione di Cosa nostra che era il candidato che avrebbe comunque vinto le elezioni. (Leggi "Ritornano le 'Talpe alla Dda'", Guidasicilia.it, 01/10/08)

E già all'indomani dal deposito del ricorso contro la sentenza emessa nei confronti dell'ex governatore, ieri è arrivato l'appello della difesa che spiega, in 80 pagine, perché l'imputato, doveva addirittura essere assolto.
"Nessuna rivelazione di notizie riservate al boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro avrebbe avuto come protagonista Salvatore Cuffaro. Non ci sarebbero prove in tal senso".
Fondamentalmente, gli avvocati Nino Mormino e Nino Caleca, legali di Cuffaro, è con questi punti contestato le conclusioni dei giudici della III sezione del tribunale di Palermo, che condannarono a 5 anni per favoreggiamento semplice l'ex presidente della Regione.
Argomentazioni, quelle dei penalisti, diametralmente opposte a quelle dei pm che contestano, invece, la decisione del collegio di escludere l'aggravante dell'avere agevolato la mafia e condannare l'ex governatore per avere favorito solo singoli esponenti dell'associazione.

Inoltre, secondo gli avvocati Mormino e Caleca, non sarebbe stato provato che la rivelazione di notizie riservate sia stata "determinante per il ritrovamento presso l'abitazione di Guttadauro delle microspie ivi collocate". I giudici, accogliendo l'assunto della Procura, avevano ritenuto che l'ex presidente aveva fatto sapere al boss di Bancaccio, attraverso l'assessore comunale Mimmo Miceli, che in casa sua era stata piazzata, dagli investigatori, una cimice.
Non è dimostrato, dicono i legali, come non è dimostrato che Cuffaro, "rivelando la notizia segreta a Miceli si sarebbe rappresentato la possibilità, se non addirittura la consistente probabilità, che questi la avrebbe a sua volta riferita al suo amico Guttadauro?".
Netta la posizione dei legali anche sull'altra fuga di notizie per cui Cuffaro è stato condannato e che avrebbe avuto come beneficiario l'ex manager della sanità privata Michele Aiello, coimputato dell'ex governatore e condannato a 14 anni per mafia. "E' del tutto evidente - si legge nell'appello - come nella specie, piuttosto che manifestare la volontà di favorire Aiello, e addirittura i marescialli Ciuro e Riolo, Cuffaro agisse con la esclusiva volontà di tutelare se stesso". 

Si aspetta adesso che venga fissata la data per il secondo grado di giudizio.

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03 ottobre 2008
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