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L'Unione europea riconosce finalmente il fenomeno dell'immigrazione clandestina come problema unitario e non esclusivo dell'Italia

06 giugno 2005

Dall'Africa in Sicilia, dalla Sicilia in Italia, dall'Italia al resto d'Europa. La scala consequenziale dell'immigrazione clandestina non può essere più presa in esame come metro esplicativo con il quale lasciare al governo italiano tutti i problemi causati dai massicci esodi clandestini, divenuti dramma del quotidiano. Gli sbarchi a Lampedusa e nelle coste dell'agrigentino e quelli di Ragusa, non sono fenomeno che la Sicilia deve piangere e che l'Italia da sola deve risolvere. E' un problema europeo. E' già da tempo che lo si dice e a contrariare questa verità nessuna autorevole voce si è mai alzata. Accettando tacitamente la realtà dei fatti, finora dall'Europa nessuna mossa concreta era stata mai fatta.
Finalmente, alla fine della scorsa settimana, i ministri degli interni dell'Ue hanno adottato il testo delle conclusioni che dà il via libera alla cooperazione tra Ue e Libia per combattere l'immigrazione clandestina, cooperazione che vede la Commissione europea pronta ad inviare in tempi rapidi una missione a Tripoli per stabilire la base di collaborazione con il governo libico.
Collaborazione con la Libia che si spera più trasparente di quella che già da parecchi mesi esiste con l'Italia, dimostratasi ampiamente inefficace e carica di un ambiguità colpevole di continue lesioni nei confronti dei diritti umani.

In un articolo di Repubblica di stamani, gli esperti dell'Immigrazione del Viminale spiegano qual'è stato uno dei fondamentali motivi che ha convinto i Paesi europei a firmare il piano di aiuti e cooperazione con la Libia per combattere l'immigrazione clandestina. E' sostanzialmente, si legge nell'articolo, la svolta tipologica dell'immigrazione: ad arrivare sulle coste italiane infatti, non sono più solo egiziani o nordafricani clandestini che possono essere mandati indietro in base agli accordi bilaterali, ma cresce esponenzialmente un'immigrazione di gente che scappa dal Niger, dal Ciad, dalle carestie e dalle guerre etniche nel Corno d'Africa e nei paesi dell'Africa subsahariana.
''Gli ultimi sbarchi, circa cinquecento persone arrivate in meno di 24 ore venerdì scorso - spiegano gli esperti del Viminale -, segnano una svolta: almeno il settanta per cento sono in fuga dalla fame e dalla guerra e chiederanno asilo e rifugio politico'', e una massa di ''circa quindicimila persone che hanno già lasciato le regioni del subsahara si stanno avvicinando alla costa libica per cercare di raggiungere l'Italia e l'Europa''.
Insomma, non numeri di rilevamenti statistici, ma quindicimila arrivi reali e solo nei prossimi mesi estivi, equivalenti ad un numero pari quasi al totale degli sbarchi in un anno.

Uno scenario apocalittico ampiamente dimostrato e conosciuto dai Paesi europei, che hanno visto i dossier con le immagini dei tanti cadaveri senza nome che affiorano dal mare o dalla sabbia del deserto, e che non può essere più rimandato con infinite discussioni.
Dal Viminale spiegano che "Il piano - firmato per ora dai ministri dell'Interno e della Giustizia della Ue, che ha già valore vincolante e che sarà ratificato la prossima settimana a Bruxelles dal Consiglio europeo - fa diventare la Libia una specie di provincia europea in Africa''. Un avamposto al di là del Mediterraneo da dove valutare, gestire e coordinare il flusso ininterrotto di immigrati. 

Il piano consiste in dodici punti e può accedere, per i finanziamenti, ai fondi del progetto Eneas, che dispone di qualcosa come cinque miliardi di euro.
Un parte del piano riguarda aspetti più concreti e immediati come la creazione di una task force ''a disposizione della quale i paesi membri dovranno mettere navi, aerei e altri mezzi per il pattugliamento dei porti, degli aeroporti e delle frontiere interne'', praticamente quello che l'Italia sta già facendo da oltre un anno, inviando al governo di Tripoli navi e altri mezzi, diventa responsabilità condivisa con i paesi della Ue.
La parte più innovativa riguarda i progetti da realizzare in Libia, che dopo la caduta dell'embargo segnerebbe una svolta nei rapporti tra Tripoli e Bruxelles, e che si spera non vengano disattesi come quelli presi dall'Italia alla firma dell'accordo del piano di collaborazione anti-immigrazione.

Come già accennato la Commissione europea si è detta immediatamente pronta ad attivare la cooperazione, e in tempi brevissimi un gruppo di esperti sarà inviato nella regione subsahariana per valutare i rischi dei flussi migratori in Africa, per vedere cosa si sta muovendo dal Mali, dal Ciad, dal Niger, dal Sudan e dal Corno d'Africa e per capire come intervenire.
Dalla parte libica intanto, stanno partendo tutta una serie di programmi di formazione per poliziotti e civili per addestrarli sulla ''gestione dei flussi migratori improvvisi'', affinché la Libia possa rendersi autonoma per quanto riguarda la gestione delle frontiere, su visti, asilo e permessi di soggiorno.
Come si legge nell'articolo di Repubblica il piano di collaborazione crea quasi una frontiera europea in Libia che dovrà alleggerire la pressione dei clandestini sul paese. Il piano, inoltre, impone anche di 'studiare un'azione comune per prevenire le morti durante le traversate in mare e di favorire progetti operativi che coinvolgano altri paesi africani interessati al fenomeno, come l'Egitto e il Niger.

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06 giugno 2005
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