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Ferdinando Scianna e la Sicilia - da Porta a Porta

Un immaginario percorso che lega l'artista siciliano a Palermo

20 dicembre 2011

La mostra "FERDINANDO SCIANNA E LA SICILIA - DA PORTA A PORTA", a Palermo fino al 22 Gennaio 2012, non è soltanto una ricca esposizione di foto: con i suoi 62 scatti fotografici Ferdinando Scianna racconta la sua isola, quella Sicilia che ha esportato nel mondo con la magia e la bellezza dei suoi luoghi e la solitudine dei suoi uomini.
Organizzata da Archimedia, da Arte Service & Management e Accento Acuto Associazione Culturale, promossa dalla Presidenza dell'Assemblea Regionale Siciliana in collaborazione con la Fondazione Federico II, dall'Assessorato Regionale al Turismo e dalla Provincia Regionale di Palermo, la mostra, se da una parte propone il gusto estetico dell'artista e la sua personale visione della Sicilia, dall'altra focalizza l'attenzione su un'insolita presentazione e fruizione dell'arte, che per la prima volta entra nel tessuto sociale e nella struttura urbana della città.

"FERDINANDO SCIANNA E LA SICILIA - DA PORTA A PORTA" si snoda lungo un percorso che vede idealmente collegate le due principali porte della città di Palermo: Porta Nuova, nei pressi di Palazzo dei Normanni, e Porta Felice, al Foro Italico. Sono due infatti, le sedi espositive coinvolte: l'Oratorio dei SS. Elena e Costantino, con 20 foto a colori, e il Loggiato San Bartolomeo, con un'esposizione di 42 scatti in bianco e nero.
Corso Vittorio Emanuele è "il filo rosso" che mette in relazione le due sedi espositive - da Porta a Porta per l'appunto: 70 banner bifacciali personalizzati da 35 artisti con opere ispirate alle fotografie del maestro, arrederanno per un mese una delle principali arterie cittadine, rendendo omaggio all'arte fotografica di Ferdinando Scianna.

"Fotografare la Sicilia è per me quasi una ridondanza verbale - afferma Ferdinando Scianna - Ho cominciato a fotografare intorno ai diciassette anni e la Sicilia era là.  Ho cominciato a fotografare perché la Sicilia era là. Per capirla e attraverso le fotografie per cercare di capire, forse, che cosa significa essere siciliano. Interrogazione ossessiva questa dei siciliani su se stessi e la terra cui appartengono. Interrogazione che continua, forse ancora più ossessivamente, quando dalla Sicilia si va via. E andarsene via ed essere siciliani è stato per tanto tempo, molto lo è ancora, quasi la stessa cosa".

"L'idea è quella di una kermesse contemporanea - spiegano le curatrici della mostra, Doretta e Laura Landinoche si avvale di un linguaggio di comunicazione particolare; volevamo qualcosa di più, qualcosa che legasse Ferdinando Scianna alla città e l'abbiamo trovato in un immaginario parterre che va da una parte all'altra della città e che vede collegate idealmente le due Porte, il cuore e il mare di Palermo, con un intervento sull'arredo urbano il cui punto di forza sta nella innovativa forma di promozione pubblicitaria. Attraverso un concorso indetto tra i mesi di giugno ed ottobre 2011, sono stati selezionati 35 artisti che hanno lavorato prendendo spunto dalle immagini del maestro bagherese, realizzando 70 banner bifacciali di grandi dimensioni (125x175) che arrederanno per un mese l'intero asse viario di corso Vittorio Emanuele".

FERDINANDO SCIANNA - Riconosciuto come uno dei più grandi fotografi dei nostri tempi, nasce a Bagheria, in Sicilia, nel 1943. Si trasferisce a Milano dove collabora con il magazine L'Europeo come fotoreporter e inviato speciale. Introdotto a Parigi da Henry Cartier-Bresson, entra a far parte della Magnum, la più prestigiosa Agenzia fotografica europea, che lo consacra come uno dei mostri sacri della fotografia. Scianna alterna reportages, fotografie di moda, pubblicità e pubblicazioni, ma mantiene sempre costante il suo legame con la Sicilia. Fondamentale, nel 1963, il suo incontro con Leonardo Sciascia che segna l’inizio non solo di una collaborazione professionale, ma anche di una lunga e sincera amicizia.
Con Sciascia, Scianna pubblica, a soli ventun'anni, il primo dei numerosi libri poi fatti insieme "Feste religiose in Sicilia" con cui ottiene il prestigioso premio Nadar.
Seguono altre pubblicazioni importanti, tra cui, per citarne solo alcune: I Siciliani, Parigi 1977; Le forme del Caos, Udine 1988; Leonardo Sciascia, Milano 1989; Marpessa, Milano 1993.

SCIANNA PENSIERO...
La Sicilia era là. Ho cominciato a fotografare perché la Sicilia era là. Era naturalissima cosa per me portare lo sguardo, la curiosità e la mia passione di ragazzo sulla maniera di vivere e sui riti delle feste del luogo dove ero nato e vivevo. Per qualche anno feci un po' la vita dei venditori di torrone o di tamburelli, che spesso erano anche i miei migliori informatori. Andavo di paese in paese alla ricerca delle feste meno conosciute e frequentate, più forti e autentiche. Mi sono così ritrovato, sbalordito, in mezzo a impressionanti pellegrinaggi, come quello per i santi Alfio, Cirino e Filadelfo al santuario di Tre Castagni, sulle falde dell’Etna, dove migliaia di penitenti in mutande recano ogni fine maggio, correndo, pesantissimi ceri, urlando le lodi dei santi martiri. O a Butera, a seguire il rito del serpentazzo. A Baucina, dove una interminabile, notturna processione mette in scena i molti martirii cui è stata sottoposta la miracolossima Santa Fortunata, che probabilmente non è mai esistita. E in tanti altri luoghi, tra feste splendide e intensissime.
«Ma una festa religiosa, che cosa è una festa religiosa in Sicilia? Sarebbe facile rispondere che è tutto, tranne che una festa religiosa (ma con una grande eccezione, come vedremo). È, innanzitutto, una esplosione esistenziale. Poiché è soltanto nella festa che il siciliano esce dalla sua condizione di uomo solo».

Così scriveva Leonardo Sciascia, trentatré anni fa, in prefazione al volumetto che la casa editrice Leonardo da Vinci di Bari pubblicò con le mie fotografie sulle Feste religiose in Sicilia. Quel libro, primo frutto di un incontro fondamentale per la mia storia di fotografo, e ben di più per la mia vita. Allora, come poi sempre per Sciascia, il libro, e soprattutto il testo in cui definiva la materialistica concezione religiosa dei siciliani, fecero infuriare molti. Oggi, senza citarne la fonte, quasi tutti, tranne pochi imbecilli, condividono quell’analisi. Quel tipo di ricerca fotografica, allora insolita, si è poi trasformata in un filone durato anni, fino a diventare un quasi insopportabile e conformista luogo comune. Oltre che esplosione esistenziale, quelle feste sono oggi diventate spettacolo, occasione mediatica. Spesso nelle processioni ci sono più fotografi e cineoperatori che penitenti. L’eccezione indicata da Sciascia era quella della Settimana Santa, in cui si contempla il dolore di una madre per un figlio ammazzato e tradito da un amico. Vicenda di eterna attualità, come si vede. Ed è vero che imbattersi nella solennità straordinaria della processione di Enna del venerdì santo, con centinaia di penitenti incappucciati che sfilavano interminabilmente per la città, in silenzio, con sivigliano sfarzo, mi ha provocato un’emozione indimenticabile. E poi il silenzio, lo strazio della funebre musica della banda, l’Addolorata che oscilla al dondolio dei portatori, il tutto immerso in una nebbia che tutto rendeva ancora più misterioso e ovattato. Ma a me pare che, fatti salvi i sentimenti più profondi di ciascuno, anche i riti pasquali, e non solo in Sicilia, naturalmente, siano oggi diventati momenti di leggera mondanità: non per nulla hanno offerto occasioni per i giochi più o meno seri della moda. Queste feste, però, rimangono bellissime e per me, poi, quarantacinque anni fa solitario ragazzo con la macchina fotografica, felice in mezzo a quella densa umanità cui così profondamente appartengo, furono occasione di straordinaria scoperta sulla maniera di essere della gente della mia terra e sono oggi motivo di struggente nostalgia.

Essere siciliani è una condanna e un privilegio. E' un destino. Io mi sento terribilmente siciliano, ma anche italiano. Basta che io sia in Francia, per scoprire di essere siciliano e italiano contemporaneamente. A Milano, a chi pretende di considerarmi diverso perché sono siciliano, rispondo che mi sento non meno milanese di Stendhal, che questa sua patria spirituale volle addirittura fosse scritta sulla sua tomba. Non so che cosa significhi esattamente essere europei, se non per il fatto che quando sono in India so di essere europeo perché paradossalmente in oriente, e soprattutto in Giappone, ho scoperto che l’enorme distanza culturale che divide un siciliano da un danese, per dire, diventa vicinanza se la si paragona a quella che mi divide da un giapponese. Quindi ecco che le nostre appartenenze si allargano.

L'essere siciliano è una vicenda che riguarda il caso e la storia. Ci sono situazioni storiche in cui da certi posti, per fuggire la miseria, o quando si vogliono fare certe cose, purtroppo si è costretti ad andare via. Ho sentito un'intervista a un direttore di orchestra siciliano, credo Mannino. Da ragazzino suonava il pianoforte, era una sorta di enfant prodige. Raccontava che una volta, a 14 anni, aveva fatto un concerto e che fra gli ascoltatori c’era Luigi Pirandello. Alla fine del concerto Pirandello andò a complimentarsi con lui e gli disse "Naturalmente anche tu andrai via dalla Sicilia. Cerca di conservarne il profumo". In quel "naturalmente" c’era la sanzione di un destino.
Essere siciliani e andare via dalla Sicilia è stato per secoli quasi un sinonimo. Nell'andarsene si vive l'esperienza dolorosa dello sradicamento, della nostalgia ingannatrice e la scoperta del fatto che dopo un po' non puoi tornare più. Perché quando torni non sei più a casa tua, Itaca è scomparsa, sei in un altrove che è quello della tua memoria devastata.

Quando ho fatto a Milano la mia prima mostra antologica, nel 1978, l’ho intitolata "Sicilia e dintorni" e c’erano anche fotografie del Giappone. Atteggiamento allo stesso tempo ironico e arrogante. Arrogante perché tutto il mondo è, per un siciliano, dintorni della Sicilia, ed ironico perché dovunque tu vada, ti porti dietro il siciliano che sei, e continui a guardare il mondo con lo sguardo che hai costruito negli anni determinanti dell’infanzia.
Come fai a guardare il mondo senza tenere conto che appena hai aperto gli occhi intorno a te hanno chiuso le finestre perché c’era troppo sole? Le nostre case sono piene di persiane, di luce che filtra, di finestre a bocca di lupo. In Olanda fanno case di vetro perché di luce ce n’è talmente poca. E già questo ti da un’idea diversa della luce e quindi una maniera diversa di guardare le cose. Per me il nord ha una luce esotica, mentre dal nord vengono in Grecia, in Sicilia a cercare l'apollineità, il classico, il solare. I fotografi siciliani amano la Sicilia nera. Io, per esempio, dico che il sole mi appassiona perché fa ombra. "La luce e il lutto", un titolo di Gesualdo Bufalino che esprime bene questo sentimento. Questa sorta di seme della contraddittorietà profonda che da fatto fisico, atmosferico, diventa anche culturale, psicologico. Da noi il lutto è sempre una cosa molto violenta, teatrale. A volte persino una tragica risata. Così come la carnalità, la sensualità. Sono rimasto stupito quando, guardando le mie prime fotografie di moda dicevano "Il tuo sguardo sensuale sulle donne...". Io non penso che la sensualità di un fotografo, se ne ha, si riveli solo quando fotografa le donne, perché nelle mie fotografie nere siciliane, per dire, a me pare che la luce abbia la stessa sensualità che si trova nelle immagini di donne.

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INFO
Sedi mostra:
Oratorio SS. Elena e Costantino - Piazza della Vittoria 22, Palermo
martedì/sabato 9:30 - 13:00 / 16:00 - 18:00*
domenica e festivi 9:30 - 13:00
chiusura lunedì

Loggiato San Bartolomeo - Corso Vittorio Emanuele 25, Palermo
martedì/sabato 9:30 - 13,00 / 16:00-19:00
domenica e festivi 9:30 - 13:00
chiusura lunedì

* la mostra all'Oratorio SS. Elena e Costantino chiude con un'ora
di anticipo rispetto all'esposizione al Loggiato San Bartolomeo

INGRESSO GRATUITO



- www.ferdinandosciannaelasicilia.com

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20 dicembre 2011
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