Fine di un ''Grande Mandamento''

Condanne per tre secoli di carcere ai ''colonnelli'' dell'ex boss dei boss Bernardo Provenzano

16 novembre 2006

Era il boss dei boss. In Sicilia, in tutte le sue province, non c'era foglia che si muoveva se lui non lo voleva. Organizzava, decideva, emanava. La ''primula rossa di Corleone'', ''u tratturi'', ''lo zio'', ''il ragioniere'', ''il fantasma''. Più di un quarto di secolo introvabile, assente presenza manipolatrice.
Poi un giorno, un lunedì mattina, il nemico pubblico numero uno, veniva arrestato. In un casolare, nelle campagne di Corleone, finiva la latitanza di Bernardo Provenzano.
Dall'11 aprile scorso, si trova in isolamento nel carcere di massima sicurezza di Vocabolo Sabbione a Terni, sorvegliato costantemente da un sistema di videocamere. Continua a fare quello che ha fatto per oltre 25 anni: scrive ancora i suoi ''pizzini'' e legge la Bibbia.
Dicono che appunti pedissequamente tutto quello che gli accade giorno dopo giorno. Dicono che segue una dieta semplicissima. Dicono che parla pochissimo e che raccomanda tutti alla bontà divina.
Fuori il mondo, il suo mondo ha cambiato fisionomia. Altri boss pensano al da farsi - riprendere le fila di tutto quello che Provenzano aveva sapientemente costruito non è cosa semplice -, e la Giustizia, anche se con molte fatiche, ha dato e continua a dare colpi feroci a quella che un tempo fu la sua capillare ed efficiente organizzazione.
L'ultimo colpo la Giustizia lo ha assestato ieri. Gli uomini che fecero parte del ''Grande Mandamento'' sono stati condannati.   

Condanne per tre secoli di carcere agli uomini ''du Zu Binu''. Le ha inflitte il gup Adriana Piras a 57 imputati, gran parte dei quali hanno protetto nell'ultimo decennio la latitanza del boss mentre altri hanno gestito le casse di Cosa nostra. Fra le persone condannate vi è anche il gruppo che organizzò il viaggio a Marsiglia di Provenzano, con in testa Nicola Mandalà, boss di Villabate, che ha pure gestito il ricovero nella clinica ''La Casamance'' dove il capomafia è stato sottoposto ad intervento alla prostata, e a cui  sono stati inflitti 13 anni e quattro mesi di reclusione. Condannato anche Salvatore Troia, il ''luogotenente marsigliese del boss'' che, dopo anni vissuti in Francia, gli fu assai utile per il ricovero e l'operazione che Provenzano fece nell'ottobre del 2003.
L'urologo italiano che molto probabilmente lo operò, Attilio Manca, fu trovato morto a Viterbo qualche mese dopo l'intervento per una strana overdose. Il giovane e brillante urologo di Barcellona Pozzo di Gotto (ME), fu trovato ucciso da un cocktail di tranquillanti, eroina e alcol con i volto tumefatto e le iniezioni fatte nel polso sinistro: davvero strano per un mancino come lui. Salvatore Troia, fu sicuramente colui che fece viaggiare Provenzano al sicuro: nascosto sotto l'identità del padre, Gaspare Troia. Un nome vero e una carta d'identità vera, cioè firmata in piena regola dall'allora presidente del Consiglio comunale di Villabate, Francesco Campanella, segretario nazionale dei giovani Udeur. Sia Salvatore Troia che Francesco Campanella si sono poi pentiti. E quest'ultimo ha parlato a lungo di mafia e politica, divenendo teste d'accusa anche contro il presidente della Regione Sicilia, Salvatore Cuffaro, suo testimone di nozze assieme all'attuale Guardasigilli Clemente Mastella.

Le pene più alte sono poi andate al capomafia di Belmonte Mezzagno, Benedetto Spera (già pluriergastolano), ad Onofrio Morreale (18 anni), a Giuseppe Di Fiore (14 anni) e Giuseppe Pinello (12 anni e otto mesi).
Il processo si è svolto con il rito abbreviato e le pene sono state, quindi, ridotte di un terzo.
Il giudice ha pure ordinato la confisca di due aziende che erano già state sequestrate, la ''Consud Tir'' e della ''Sicula Marmi'', e ha pronunciato anche 11 assoluzioni. Tra queste c'è quella di Giovanni Napoli, già condannato nel processo ''Grande Oriente'' con l'accusa di avere fatto da autista e da postino per conto di Provenzano. Assolti anche due imprenditori bresciani, i fratelli Bruno e Renzo Rivetta, che avrebbero avuto rapporti con Napoli per ottenere la cessione, a prezzi di particolare favore, di un salumificio.

Ricordiamo che l'inchiesta, denominata ''Grande mandamento'', portò in carcere il 25 gennaio 2005 decine di uomini fidati di Provenzano. Con questa operazione coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone e dai pm della Dda Michele Prestipino, Marzia Sabella e Maurizio de Lucia, venne stretto il cerchio attorno al boss latitante fino a farlo spingere verso il territorio di Corleone dove poi è stato arrestato. L'inchiesta portò anche alla scoperta, durante il blitz, della cassa della cosca di Provenzano che racchiudeva la somma di 900 mila euro, che era custodita da Giuseppe Di Fiore, colui che teneva il libro mastro della cosca, il brogliaccio su cui erano annotati il dare e l'avere, il quantum dovuto dai commercianti sottoposti a estorsioni.
E fra gli imputati, anche un gruppo di commercianti che non avevano ammesso di avere pagato il pizzo alla cosca di Bagheria, cittadina alle porte di Palermo, dove vivevano quelli che furono gli uomini del ''Grande Mandamento''.
I processi relativi all'inchiesta non sono comunque finiti. Indagano sui rapporti e gli arrestati di quel blitz anche i pm Nino Di Matteo e Lia Sava.

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16 novembre 2006

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