Flessibilità, adattabilità, mobilità nel sistema economico siciliano

Così cambia la nostra economia

05 marzo 2003
Le cose cambiano: cambia il modo di produrre, cambia il lavoro e, conseguentemente, cambia il rapporto tra produzione e lavoro.

Flessibilità, adattabilità, mobilità sono da sempre caratteristiche del sistema siciliano.

Alle quali si sono associati, come nel resto del paese, una continua flessione del costo del lavoro per unità di prodotto e un aumento della redditività del capitale investito.

In Sicilia la produttività del lavoro risulta abbastanza in linea con la media nazionale, anzi, in alcuni settori industriali, incredibile a dirsi, è perfino più alta. La qualità della manodopera è mediamente buona e spesso alta.

Gli ingegneri di Catania, che lavorano nell'elettronica per salari che nel mondo anglosassone sarebbero ritenuti offensivi, ne sono un chiaro esempio.

Sempre stando ai dati ufficiali il lavoro dipendente, nel settore privato, percepisce in Sicilia redditi per oltre il 10 per cento inferiori alla media nazionale. E allora? Cosa chiedono le imprese?

Il volume della produzione lo decidono le imprese, e il modo di produrre è determinato, oltre che dalle tecnologie, dal modo in cui le imprese stesse combinano le risorse di cui dispongono.

Per produrre le imprese devono effettuare investimenti: acquistare o sostituire macchinari e attrezzature, capannoni, magazzini, tutte cose che hanno direttamente a che fare con la capacità produttiva, presente e futura.

Negli ultimi anni, da un punto di vista generale, gli investimenti in Sicilia stanno cambiando: cambia la composizione e cambiano le dinamiche. Secondo i dati più recenti, gli investimenti in macchinari e attrezzature superano ormai quelli che riguardano le costruzioni: un segnale ben preciso di avanzamento e modernizzazione.

Gli investimenti realizzati dall'industria manifatturiera oscillano intorno al 17 per cento del totale, una quota pressoché doppia rispetto a quella che l'industria detiene in termini di occupati e valore aggiunto.

Il processo d'investimento nell'industria, tuttavia, non sembra generare, sempre secondo le statistiche, una massiccia sostituzione tra macchine e manodopera, tra capitale e lavoro. Il motivo è di natura qualitativa e dipende dal fatto che i nuovi investimenti sono spesso connessi a un avanzamento tecnologico e attivano nuova occupazione, spesso specializzata.

Ma il grosso degli investimenti nell'Isola è distribuito tra agricoltura, sempre più specializzata e meccanizzata, e servizi (l'80 per cento circa, con una buona parte di servizi pubblici).
E qui il discorso si fa delicato: in questo caso gli investimenti sono davvero laboursaving, risparmiano lavoro, e in molti settori determinano facilmente manodopera in eccesso.

Gli inglesi identificano il "problema" con il termine Redundancies "ridondanze" o meglio esuberi da gestire con strumenti soft, come i prepensionamenti; oppure hard, come previsto dalle nuove, più moderne forme contrattuali, incentrate in partenza su una flessibilità che è essenzialmente disponibilità a lavorare alla luce del sole - per pochi soldi e con poche prospettive, anche se si è qualificati e specializzati.

Flessibilità, riforme, Europa, dignità del lavoro: sono alcuni degli argomenti deliranti trattati nei manuali anglosassoni di "teoria dell'impresa" che mitizzano il passaggio dalla stabilità all'efficienza. Solo che l'efficienza ha a che fare con la qualità della produzione e, alla lunga, anche in termini aziendali prendere a pesci in faccia i dipendenti potrebbe non rivelarsi una scelta vincente. Specie se il pesce è ancora surgelato.

Spunti di riflessione da un articolo di Adam Asmundo

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05 marzo 2003

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