Giovanni Brusca gestiva i suoi "affari" da Rebibbia

Adesso l'autore della strage di Capaci potrebbe essere estromesso dal programma speciale di protezione

18 settembre 2010

Riciclaggio, fittizia intestazione di beni e tentata estorsione. Sono queste le nuove accuse mosse dalla Direzione distrettuale Antimafia di Palermo nei confronti di Giovanni Brusca, il boss diventato collaboratore di giustizia che confessò di essere uno degli esecutori materiali della strage di Capaci nella quale persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta.
L’indagine, scaturita nell’ambito di un’inchiesta che ha portato alla cattura del latitante Domenica Raccuglia, avrebbe fatto emergere anche la presenza di un tesoro occultato dai familiari del boss di San Giuseppe Jato (LEGGI).
Secondo i magistrati che coordinano l'inchiesta, il procuratore aggiunto Antonio Ingroia, e i sostituti Francesco Del Bene, Roberta Buzzolani e Lia Sava, l'ex capomafia avrebbe continuato a gestire il suo patrimonio dal carcere e durante i permessi premio di cui godeva. Un 'tesoretto' sottratto a indagini e sequestri attraverso l'intestazione a prestanome. E' per questo motivo che i carabinieri del gruppo di Monreale hanno passato ai raggi X oltre che la sua cella anche le abitazioni di parenti, amici e conoscenti. E proprio nella casa della moglie, che vive in una località segreta insieme al figlio, sarebbero stati trovati 200mila euro. Adesso Brusca dovrà rispondere di fittizia intestazione di beni, riciclaggio, ma anche di tentata estorsione aggravata. In una lettera scritta dal carcere e inviata a un prestanome ci sarebbero pesanti minacce.

LE PERQUISIZIONI E I SEQUESTRI - Un computer, una ventina di cd-rom, manoscritti, appunti con numeri e indirizzi telefonici stranieri e corrispondenza epistolare con una donna palermitana: è quanto le forze dell'ordine - secondo quanto si è appreso - hanno sequestrato nel corso della perquisizione della cella di Giovanni Brusca, nel penitenziario romano di Rebibbia su mandato della magistratura di Palermo. I carabinieri si sono presentati alle 4 della notte scorsa e hanno portato via molto materiale, anche se fonti del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria precisano che i collaboratori di giustizia possono utilizzare computer in cella, senza però la connessione internet.
Nella località segreta dove vive la moglie di Brusca insieme al figlio, i carabinieri del gruppo Monreale durante le pequisizioni hanno trovato 188 mila euro in un'intercapedine della casa. Inoltre gli agenti hanno perquisito anche le abitazioni dei cognati e di conoscenti, in tutto una decina di persone, dove sarebbero stati trovati documenti che gli investigatori giudicano "importanti". In una lettera scritta dal carcere di Rebibbia, il pentito avrebbe chiesto un "favore" a un conoscente minacciandolo di rappresaglie, se non avesse obbedito: "ti rompo la testa" avrebbe scritto.

LE SPIEGAZIONI DI BRUSCA - Il collaboratore di giustizia è stato subito sentito nel carcere di Rebibbia a Roma dai pm della Dda di Palermo. I magistrati contestano al collaboratore di avere nascosto e gestito dal carcere un patrimonio non dichiarato allo Stato contrariamente a quanto prevede la legge del 2001 sui pentiti. Sui 188 mila euro trovati a casa della moglie Brusca ha detto che si trattava "dei risparmi di una vita". L'ex boss ha poi parzialmente ammesso di avere intestato beni da lui definiti, però, di poco conto all'imprenditore Salvatore Sottile. La circostanza era emersa da una lettera scritta dall'ex capomafia al prestanome: nella missiva Brusca ammetteva di "avere omesso spudoratamente di riferire di quei beni ai giudici" e minacciava l'imprenditore per invitarlo ad obbedire. Mentre sugli investimenti che, secondo i pm, l'ex boss stava facendo tramite il cognato, il detenuto ha sostenuto che si trattava di "meri progetti".

LA LETTERA - "Da parte di Giovanni. Egregia signora come sta?". Inizia così la lettera che Giovanni Brusca invia a settembre alla moglie di un suo favoreggiatore, Santo Sottile, arrestato nel 1996. Non è una lettera di piacere, questa. L'ex capomafia di San Giuseppe Jato vuole recuperare i soldi dati a Sottile anni fa per un affare immobiliare in via Pitrè, a Palermo. "È come se stessi scrivendo al tuo consorte - precisa - ma ho preferito rivolgermi a te, in nome della nostra amicizia (che dentro di me è rimasta intatta)". Nelle poche righe dell'introduzione c'è già materia per un trattato di sociologia sul rapporto donne e mafia. Dice Brusca: "Mi rivolgo a te, perché sei a conoscenza di tutto, e del quesito per cui ti ho scritto. Secondo, in qualità di moglie, ma soprattutto di madre, con la speranza che tali requisiti ti diano la forza di condurre il tuo consorte a fargli trovare il buon senso e la ragione". C'è anche una terza curiosa ragione per cui Brusca ha deciso di scrivere alla moglie del suo favoreggiatore, e non a lui direttamente. "Anche per un fattore di alfabetizzazione - taglia corto l'ex boss, che certo non è un letterato - sempre che in quest'ultimo periodo il tuo consorte si sia istruito".
Arriva presto il tempo delle minacce, inizialmente velate: "Ognuno si prende le proprie responsabilità", avverte Brusca. Prima di entrare in argomento prova ancora ad utilizzare i toni del padrino vecchio stampo. Scrive: "Quando vi siete resi disponibili a darmi una mano d'aiuto nella mia latitanza l'ho apprezzato totalmente e per questo motivo non finirò mai di ringraziarvi". Ma Brusca non è un padrino vecchio stampo, e soprattutto porta ancora dentro del rancore per alcune dichiarazione fatte da Sottile subito dopo l'arresto. Così, il suo tono cambia presto: "Dovete ricordarvi che non vi ho costretto, e che c'erano dei rischi era prevedibile e ne eravate consapevoli, quindi certe esternazioni successive da parte vostra mi sembrano del tutto gratuite, e poi, che ne sapete per quale motivo ho scelto di fare il "pentito", sapete quello che ho passato al momento dell'arresto, sapete per caso quello che ho passato per fermare, o meglio bloccare il "signor Di Maggio" e company? Se non avessi fatto così sapete qual era il programma di questa specie di soggetto e quanti altri innocenti voleva colpire?". Brusca sembra parlare da capomafia che ha difeso il suo clan, anche se adesso ha il tono arrabbiato del capomafia che si sente tradito: "Un giorno ve lo dico chi erano quegli innocenti". Ecco la questione che sta a cuore a Brusca: "In occasione della conversazione con tuo marito mi ha proposto di fare un affare, che sarebbero alcuni appartamenti in via Pitrè, che non erano vostri, ricordalo. Ho ceduto alla proposta, e così facendo mi sono sentito quasi in obbligo di farvi un favore per togliervi da un impiccio". Ecco, di nuovo, i toni del boss vecchio stampo che si atteggia a padre buono per i suoi picciotti: "In quel momento - scrive Brusca - non pensavo all'affare, ma di avere un appoggio e quando si sarebbero sistemate le cose, avrei voluto indietro solo il capitale affrontato. Per me era come se vi avessi fatto un prestito a lunga scadenza".
Dalle lettera si capisce che gli appartamenti furono poi venduti, ma i soldi guadagnati non sono mai arrivati a Brusca. Ecco perché l'ex boss rompe gli indugi: "Se il tuo consorte non torna a trovare il buon senso della ragione la spinta per farlo entrare in cose che non lo riguardano gliela do io, e non mi riferisco sul piano giuridico, ma ai miei ex accoliti, che in nome del Dio denaro non guardano in faccia a nessuno". Brusca insiste: "Non so se a tuo marito gli hanno messo i galloni e l'hanno fatto diventare boss o forse ne frequenta (...) e ne vuole assumere la funzione, e comunque a me di come stanno le cose non mi interessa, e neanche mi intimoriscono, neanche se diventasse il nuovo Totò u curtu, anzi, se così fosse mi fa incavolare di brutto".
Brusca rivuole quei soldi a tutti i costi. Minaccia provvedimenti estremi nei confronti di Sottile: "Appena ne avrò la possibilità sarà il primo che vado a trovare, e poi vediamo se ha i galloni del boss, a quel punto chiuderemo ogni conto, chi avrà la meglio non lo so, ma io indietro non mi tiro proprio". Aggiunge: "Sono disposto ad arrivare fino in fondo, costi quel che costi, e non mi riferisco alle vie legali, tanto per essere chiari". Il finale: "Non pensavo di essere ripagato in questo modo da voi e la cosa mi fa molto male e mi fa diventare una bestia, più di quanto non lo sia stato nel mio passato".

ERA AD UN PASSO DAI DOMICILIARI - Non più in regime di 41 bis da quando, appunto, è entrato nel programma dei 'pentiti', Brusca è sempre rimasto nel carcere di Rebibbia, in cella da solo, in un'area riservata del penitenziario adiacente a quella degli altri reparti. In questi anni - così come prevede la legge - ha goduto di numerosi permessi premio, di colloqui e della possibilità di telefonare dal carcere. Al momento - si apprende da fonti del Dap - non ci sarebbero motivi per un suo trasferimento da Rebibbia in un'altra struttura carceraria, a meno che gli inquirenti non lo chiedano o la commissione centrale per il programma di protezione non decida di revocargli lo status di pentito.
Catturato mentre era latitante il 20 maggio 1996, Brusca è diventato collaboratore di giustizia, ma qualora i sospetti dei magistrati dovessero essere confermati il rischio per l'ex boss è quello di essere estromesso dal programma di protezione. Come ha affermato il sottosegretario all'Interno, Alfredo Mantovano: "In termini generali e prescindendo dal caso specifico, la consumazione di gravi reati dopo l'avvio della collaborazione impone la revoca del programma di protezione. Ricordo che una norma introdotta dalla legge 45/2001 impone a ogni collaboratore di giustizia che sottoscrive l'accordo che è alla base del programma di dichiarare i beni illecitamente percepiti di cui dispone, direttamente o indirettamente; tale impegno è stato assunto da Giovanni Brusca all'atto del rinnovo del suo programma, nel 2005".
I pentiti "sono una risorsa preziosa e insostituibile nella lotta assai difficile contro la criminalità organizzata", ma in molti casi "hanno personalità complesse e terribili carriere criminali alle spalle" ed "i tratti più oscuri di queste personalità e di queste carriere possono sfuggire anche all'attenzione dei magistrati più scrupolosi". Questi, secondo il presidente della Commissione antimafia, Giuseppe Pisanu - intervenuto sul dibattito apertosi a seguito della vicenda Brusca - sono i tre elementi essenziali su cui deve fondarsi la "corretta valutazione politica del pentitismo". Su Brusca, ha spiegato Pisanu, "è la legge che prevede la revoca del programma di protezione qualora il pentito si renda responsabile di gravi reati dopo l'avvio della collaborazione. Nel caso specifico - ha aggiunto - dobbiamo quanto meno aspettare le conclusioni dei magistrati che in queste ore lo stanno interrogando". Il presidente della commissione Antimafia ha quindi ricordato che il boss, "prima dell'ammissione al programma di protezione, fu sottoposto a ben tre anni di interrogatori e verifiche".
Della vicenda ne ha parlato anche Pierluigi Vigna, ex procuratore antimafia, che condusse l’interrogatorio dell’ex capo del mandamento mafioso di San Giuseppe Jato, sostenendo che sarebbe possibile l’esistenza di un tesoro nascosto di Brusca gestito dal carcere. "Ai tempi dell’arresto Brusca non era obbligato a rivelare tutti i beni" ha detto. "Nel '96 non era entrata ancora in vigore la legge, in vigore solo dal 2001, che disponeva che il collaboratore dovesse indicare tutti quanti i beni che aveva a sua disposizione oppure beni che sapeva a disposizione di altri mafiosi. L’essere ammesso al programma di protezione non esclude che si possano poi fare altre indagini". "Le carceri - ha aggiunto Vigna - sono sempre luoghi dai quali si può trasmettere. Nonostante i vari 41 bis si trova sempre da parte del detenuto il modo di lanciare messaggi o durante i colloqui anche se avvengono attraverso un vetro, con la gestualità che è propria dei mafiosi siciliani o addirittura servendosi di qualche detenuto comune, o ancora quando si vedono nel corso delle udienze. E’ vero che c’é l’interrogatorio a distanza, con mezzi telematici, attraverso la tv e così via, attraverso collegamenti tra l’aula di un’udienza e il luogo dove il soggetto è detenuto, ma spesso vi sono più detenuti in coda da sentire, per cui qualche messaggino può derivare".

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ing, Ansa, La Siciliaweb.it, Repubblica/Palermo.it]

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18 settembre 2010

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