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Giustizia per Graziella!

Confermate gli ergastoli per gli assassini di Graziella Campagna, morta a 17 anni per mano della mafia

19 marzo 2008

I familiari di Graziella aspettavano questo momento da più di 20 anni e finalmente la Giustizia è arrivata, ed è arrivata al di qua dello schermo televisivo. Infatti, la conferma della condanna all'ergastolo per il boss Gerlando Alberti jr e per Giovanni Sutera, non è stata il lieto fine di una fiction, ma quanto deciso ieri notte dai giudici della Corte d'Assise d'appello di Messina. Gli assassini di Graziella Campagna, uccisa a 17 anni dopo avere scoperto fortuitamente la vera identità di due boss, hanno finalmente avuto la loro condanna, il carcere a vita così come aveva anche chiesto il pg Marcello Minasi.
La Corte ha poi derubricato da favoreggiamento aggravato a quello semplice il reato di cui rispondeva la terza imputata, Francesca Federico, e quindi i giudici hanno dichiarato prescritto il reato. In primo grado la donna era stata condanna a quattro anni.

La lettura del dispositivo è avvenuta dopo circa otto ore di camera di consiglio. La sentenza è stata accolta in aula, dove c'erano tutti i familiari di Graziella Campagna, da un lungo applauso.

Quello che avvenne a Graziella 23 anni fa - Graziella Campagna aveva 17 anni quando venne assassinata nel Messinese. Lavorava come stiratrice in una lavanderia di Villafranca Tirrena, paesino in provincia di Messina. Nessun luogo al mondo sembrava più innocente di quella lavanderia, eppure è proprio qui che il destino di Graziella viene segnato da due boss mafiosi latitanti di Palermo che dimenticano un biglietto con degli appunti nella tasca di una giacca lasciata in lavanderia.
Graziella scopre che l'uomo che tutti in paese conoscono come l'ingegnere Cannata altro non era che il boss Gerlando Alberti junior, nipote dell'omonimo boss di Palermo. Il mafioso, per paura di essere scoperto, come emergerà dal processo, decide di eliminare la ragazza con l'aiuto di Giovanni Sutera.
La sera del 12 dicembre 1985 Graziella non fece ritorno a casa. Qualche giorno dopo il suo cadavere viene trovato a pochi chilometri di distanza da Villafranca Tirrena, sui Colli Sarrizzo. Era stata trucidata con cinque colpi di lupara sparati da distanza ravvicinata. Una esecuzione feroce che doveva neutralizzare chi avrebbe potuto compromettere una latitanza dorata, ma anche servire da lezione.

Nessun motivo, nessuna ragione apparente dietro l'efferato omicidio. Un delitto su cui nessuno sembra, all'epoca, voler indagare. Eccetto il fratello Pietro, appuntato dei carabiniere, per il quale quella morte misteriosa diventa un'ossessione e una ragione di vita. Un'indagine, durata 20 anni, porterà lui e la sua famiglia a scoprire il male che viveva intorno a loro in quella provincia apparentemente tranquilla, ma dove la mafia faceva svernare latitanti coperti da una rete di complicità, connivenze e depistaggi. Le inchieste negli anni Ottanta vengono stoppate, i procedimenti giudiziari annullati.
Infine, dopo le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, il processo prende il via, e si conclude nel dicembre 2004 con la condanna all'ergastolo di Alberti e del suo complice Sutera. Ma il nipote del boss palermitano dopo un anno e mezzo torna in libertà perché i giudici della Corte d'assise non depositano entro i termini stabiliti le motivazioni della sentenza di condanna e quindi viene annullata per decorrenza dei termini la custodia cautelare. Alberti, infatti, rimasto in cella per altri reati, ha lasciato il carcere perché avendo già scontato una condanna per traffico di droga e potendo beneficiare dell'indulto per gli altri reati di cui è stato ritenuto colpevole torna un uomo libero. La vicenda suscita scalpore e l'allora ministro della Giustizia Clemente Mastella nel settembre 2006 invia gli ispettori, che dopo alcuni mesi archiviano il caso sul magistrato che era stato accusato di avere ritardato il deposito delle motivazioni della sentenza.

Negli anni si è arrivati quindi al processo di appello e lo scorso novembre il presidente del Tribunale di Messina, tramite il Guardasigilli Mastella, avanzò richiesta alla Rai di non trasmettere la fiction "La vita rubata" per evitare un impatto emozionale che avrebbe potuto condizionare il clima del processo (leggi). La messa in onda era programmata, infatti, per il 27 novembre ed è slittata al 10 marzo, proprio a pochi giorni dalla sentenza d'appello di ieri notte.
Dopo 23 anni la giustizia ha provato a farsi perdonare un'agonia così lunga. "Nonostante avessero voluto zittirla con un'arma - ha detto commosso il fratello Pietro - hanno dato voce al suo silenzio e la sua voce sarà sempre, sempre più forte. Oggi ha vinto lei, ha vinto la giustizia".

[Informazioni tratte da Adnkronos, Repubblica.it e ANSA]

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19 marzo 2008
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