Gli incontri tra il Ros e Vito Ciancimino

Processo Mori, parla l'ex capitano dei carabinieri De Donno: "Incontrai Ciancimino, ma non ci fu alcuna trattativa"

08 marzo 2011

Nell'udienza di oggi al processo per favoreggiamento alla mafia al generale Mario Mori, ha deposto l'ex capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno. Nella seduta odierna De Donno ha raccontato degli incontri con l'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino dopo la strage in cui morì Giovanni Falcone.
"Da quando arrivai al Nucleo operativo dei Carabinieri di Palermo nel 1988, diventai nel tempo uno dei collaboratori più assidui e fidati del giudice Giovanni Falcone". Rispondendo alle domande della difesa del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, entrambi accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano, De Donno, sentito alla presenza del suo legale perché teste indagato nell'inchiesta sulla trattativa tra Stato e mafia, ha ripercorso i punti essenziali della sua carriera da ufficiale dei Carabinieri. "Avevo iniziato i miei rapporti con Giovanni Falcone già prima di essere trasferito al Nucleo operativo di Palermo - ha detto - quando ero ancora a Bagheria. Lavorai col giudice per l'arresto di un latitante, Gioacchino Ribaudo. Fu il primo lavoro fatto insieme. Dopo il mio trasferimento a Palermo diventai il referente di Falcone perché avevo sviluppato la parte embrionale dell'inchiesta 'mafia e appalti'. Si stabilì un rapporto particolare che ebbe il suo momento più importante proprio con il rapporto 'mafia e appalti'. Io diventai il riferimento di varie autorità giudiziarie, non solo di Palermo, ma anche di Caltanissetta, ad esempio".
L'accusa è rappresentata dai pm Antonio Ingroia e Antonino Di Matteo.

"IO E CIANCIMINO" - "Dopo la strage di Capaci, il punto massimo che la mafia aveva mai raggiunto, chiesi a Massimo Ciancimino di potere incontrare il padre, Vito Ciancimino, che era un personaggio molto particolare. Lo incontrai due o tre volte nella sua abitazione di via San Sebastianello a Roma. Nonostante l'avessi arrestato in precedenza e fossi una delle cause dei suoi problemi giudiziari, Vito Ciancimino non nutriva rancore per me. Mi riconosceva il fatto di avere sempre agito con correttezza. I nostri erano incontri interlocutori per avere delle valutazioni che ci consentissero di capire. Volevamo decifrare quello che stava succedendo, capire voleva dire avere elementi per indirizzare indagini e arrivare ai responsabili delle stragi. Anche se l'apoteosi degli incontri era quello di potere giungere a una sua collaborazione". Con queste parole De Donno ha raccontato come nacquero i rapporti tra il Ros e Vito Ciancimino. "Dopo la strage in cui morì il giudice Falcone decisi di chiedere al figlio di Vito Ciancimino, Massimo, di potere organizzare un incontro con il padre. Dopo qualche giorno il figlio mi disse che il padre aveva accettato la richiesta. Così lo incontrai due o tre volte". Vito Ciancimino, come racconta il colonnello De Donno "non comprendeva il perché della strage di Capaci e vedeva un connubio tra la strage di Capaci e l'indagine 'Mani pulite' di Milano". "Ciancimino si propose persino come agente sotto copertura nel pagamento delle tangenti delle imprese, come nuovo gestore del sistema dei pagamenti - ha spiegato ancora De Donno - naturalmente l'idea era impraticabile e alcuni collaboratori di giustizia hanno parlato a vanvera".

"NESSUNA TRATTATIVA CON VITO CIANCIMINO" - "Non volevamo gestire nessuna trattativa con Vito Ciancimino, non avevamo niente da offrire e niente da trattare". Il colonnello De Donno, indagato dalla Dda di Palermo per violenza o minaccia a corpo politico dello Stato, ha negato con forza l'esistenza di una trattativa tra lo Stato e Cosa nostra. "Si discuteva con Ciancimino su cosa fare per tentare un contatto con Cosa nostra" dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio. "Dopo i miei primi incontri con Vito Ciancimino gli dissi che voleva incontrarlo il mio superiore, l'allora colonnello Mario Mori. E così dopo la strage di via D'Amelio, Vito Ciancimino incontrò me e Mori". "Il 5 agosto ci fu il primo incontro interlocutorio - ha spiegato - andammo nella sua casa romana in via San Sebastianello. Fin dal primo incontro ci disse di non parlare con nessuno, nemmeno con il figlio Massimo che riteneva non adeguato". Tra Vito Ciancimino e il generale Mori "ci sono stati quattro incontri, discutemmo su cosa fare per tentare dei contatti con Cosa nostra. Al terzo incontro Ciancimino ci disse di avere parlato con un interlocutore e ci disse 'Io lo faccio però ora non si scherza più su queste cose, perché si muore. Io lo faccio solo se mi autorizzate a fare i vostri nomi".

Rispondendo alla difesa di Mori e Obinu all'ennesima domanda su come nacque il rapporto con Vito Ciancimino, de Donno ha replicato: "Conoscevo abbastanza bene, naturalmente da un punto di vista investigativo, Vito Ciancimino perché lo avevo arrestato per due volte in precedenza. Avevo avuto degli incontri in tribunale con il figlio Massimo, così dopo la strage di via D'Amelio suggerii al mio superiore, l'allora colonnello Mori di potenziare la nostra attività investigativa per capire se ci fossero degli elementi sui cui indagare. Ritenevamo di potere avvicinare Vito Ciancimino per verificare una sua eventuale disponibilità a collaborare con noi". "Ritenevamo quindi che potessere essere Massimo Ciancimino il modo per riuscire ad arrivare al padre Vito - ha proseguito De Donno - Incontrandolo in aereo per Roma gli chiesi se poteva chiedere al padre di incontrarci". Da lì nacquero alcuni incontri, prima solo tra don Vito e De Donno e "dopo la strage di via D'Amelio" anche con il generale Mario Mori. Parlando proprio della morte del giudice Paolo Borsellino, De Donno ha infine spiegato che Ciancimino "era rimasto turbato dalla strage di via D'Amelio". [Adnkronos/Ing]

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08 marzo 2011

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