Hugo Cabret

Un film per ragazzi? No. Cinema assoluto in una sorta di "testamento" in pellicola: lunga vita a Scorsese!

03 febbraio 2012

Noi vi consigliamo...
HUGO CABRET
di Martin Scorsese

L'orfano Hugo Cabret vive nel suo nascondiglio segreto all'interno della stazione di Parigi. Il ragazzo, oltre a coltivare il sogno di diventare un grande illusionista, è deciso anche a portare a termine un'importante missione: riparare il prodigioso automa trovato da suo padre prima di morire. Hugo sopravvive con vari espedienti che usa anche per recuperare i pezzi utili a completare la sua opera finché, un giorno, incontra Isabelle, nipote di un giocattolaio e con lei affronterà un'affascinante e misteriosa avventura...

Anno 2011
Tit. Orig. Hugo
Nazione USA
Produzione Graham King, Tim Headincton, Martin Scorsese, Johnny Depp perR GKFilms, Infinitum Nihil
Distribuzione Rai Cinema/01 Distribution
Durata 125'
Tratto dal libro per ragazzi "La straordinaria invenzione di Hugo Cabret" di Brian Selznick (ed. Mondadori)
Sceneggiatura John Logan
Regia Martin Scorsese
Con Asa Butterfield, Ben Kingsley, Sacha Baron Cohen, Chloe Moretz, Jude Law, Johnny Depp, Ray Winstone, Emily Mortimer
Scenografia Dante Ferretti
Genere Avventura


In collaborazione con Filmtrailer.com

La critica
"Hugo Cabret è il film più personale di Martin Scorsese da anni a questa parte, il più privato, immaginifico e radicale. Dopo decenni di onoratissimo servizio e qualche lavoretto su commissione, il regista può finalmente consegnare il suo film-testamento, scucendo di tasca altrui un budget mostruoso di 170 milioni di dollari e prendendo un bestseller - di Brian Selznick - per adattare i proprio sogni, le proprie ossessioni e la propria visione del mondo (Weltanschauung).

C’è di tutto, e di più in questo Hugo Cabret, in pole-position con 11 nomination agli 84esimi Academy Awards: cinema, meta-cinema, cinema-sogno, sogno-cinema, moviola da "Padreterno", politica degli autori, interazione uomo-macchina, il grande orologiaio, la settima arte orfana di passato, il presente colto dallo spioncino della cabina di proiezione, la conservazione e l’archivio. E un unico scatto: dietro una macchina fotografica antidiluviana, c’è lui, Scorsese, a immortalare il suo avo, il suo 'analogo' di quasi cent’anni prima, Georges Méliès. Il resto è proiezione e retroproiezione, piano sequenza e carrellate ottiche, computer grafica e un 3D urgente, necessario, formalmente ineccepibile, e furbissimo: Scorsese ha fatto allentare i cordoni della borsa "promettendo" un family-movie stereoscopico per grandi e piccini. Non che i secondi non possano trarre divertimento, ma Hugo Cabret non è per loro: è per Martin, e per i veri cinefili. Per Martin, perché altro non è che un viaggio nel tempo e nel tempo della settima arte secondo le traiettorie di un cineasta che mangia e discetta di cinema senza pari: sulla scorta del romanzo di Selznick riesce nell’inaudito, riportare in vita in carne e ossa delegate - Ben Kingsley, superbo – il demiurgo del cinema-invenzione, del cinema non rappresentativo, ma (ri)creativo, ovvero Georges Méliès, e soprattutto rifissarne sulla tela-schermo le immagini, i colori, i bon mots e le gag, i suoi film, a partire da Voyage dans la lune.

L'amore di cinema sprizza da ogni inquadratura, con le più suggestive, le più programmatiche a far da guida: gli sguardi di Hugo Cabret (l’esordiente Asa Butterfield, una rockstar inglese in miniatura, tra Jarvis Cocker e Brett Anderson, ma con gli occhioni blu), orfano e piccolo orologiaio in incognito della stazione di Parigi, filtrano attraverso un diaframma di vetro - il vetro dell’orologio, ovvero quello della macchina da presa - e hanno alle spalle il quadrante con le lancette, l’immagine-tempo della settima arte.
Sì, il riferimento teorico è a Gilles Deleuze [L'immagine-movimento (1983); L'immagine-tempo (1985)] e l’immagine-movimento è Hugo Cabret stesso, un caleidoscopico, fantasmagorico serbatoio di figure retoriche, metonimia, sineddoche, mise en abyme, e chi più ne ha più ne ritrovi in questo Viaggio al centro della terra-cinema degno di Jules Verne, con le rotelle che funzionano alla perfezione, ingranaggi di un meccanismo così oliato da essere "vero": Scorsese è utopico e mesmerizzante come già suo papà Georges (Méliès). E pure lui triste, tristissimo: Hugo Cabret non è solo lo zenit, ma l’apogeo della decadenza della settima arte. Scorsese dice, ovvero fa dire a Méliès, che di cinema si muore o si soffre, perché si trova l’oblio sociale e si sperimenta la depressione professionale: eppure, si può uscirne a testa alta, perché il "negativo" è il positivo della settima arte.

E così, tra una sinfonia meccanica e quella di una grande città, le geometrie variabili di Borges, l’architettura di Escher e la Metropolis di Fritz Lang, ecco il sogno in "automatico", l’automa, l’interazione uomo-macchina (complementare all’interazione macchina-uomo della protesi, qui alla gamba del reduce della Grande Guerra Sacha Baron Cohen), che è lascito memoriale privato (il padre di Hugo Cabret, Jude Law) e pubblico (il padre di Scorsese, Méliés), ovvero, in definitiva, il cinema stesso, arte-industriale di una creatura mitologica metà uomo e metà macchina da presa, il regista. Come l’automa disegna, così il film, che traccia linee e collega puntini nel corso del tempo.
Immagine-tempo e immagine-movimento, per far coincidere qui e ora le origini e il futuro nel montaggio delle attrazioni: Hugo è un’attrazione. Spericolata, folle, meravigliosa. E imperdibile."
Federico Pontiggia, "Il Fatto Quotidiano"

"Un rispettoso ritorno alle radici, un omaggio riconoscente a colui che per primo intuì le potenzialità della settima arte, ma anche un invito alla conoscenza, al piacere ingenuo e stupefacente della scoperta. È questo 'Hugo Cabret', l'ultimo film di Martin Scorsese, che per rappresentare la sua favola sul cinema delle origini e sul suo immaginifico epigono, quel Georges Méliès che per primo rese possibile un 'Viaggio nella Luna', abbandona il linguaggio classico finora più congeniale alle sue storie per convertirsi al 3D, ovvero alla rinnovata ultima frontiera della tecnica cinematografica. Un passaggio che in altre circostanze non ha avuto l'effetto sperato, perché posticcio e non necessario, ma che in questo caso riesce a offrire alla visione quel di più che fa la differenza. E non si tratta di semplice profondità delle immagini, perché nei primi piani, emergendo dallo schermo, i personaggi si fanno più vicini allo spettatore, costringendolo a un legame più forte, quasi intimo.

Ma non è solo questione di tridimensionalità o di computer grafica, che peraltro non è un limite alle ben note qualità di Scorsese, il quale non rinuncia a inquadrature originali e a lunghi e spettacolari piani sequenza. Qui siamo di fronte a un'opera che, pur intrisa di tecnologia, emana il sapore antico delle storie che affascinano perché in qualche modo sembrano senza tempo. Difficile dire se 'Hugo Cabret', in uscita nelle sale italiane con il poderoso abbrivio di ben undici candidature agli Oscar, sia il capolavoro di Scorsese, tanto è differente dalle precedenti opere, soprattutto le più recenti in cui rifletteva sul male, sul senso di colpa, sulle contraddizioni della società. Di sicuro è l'opera più personale, nel senso che vi si colgono insieme gli elementi essenziali del suo cinema: invenzione, sperimentazione, suggestione, evocazione, ma anche ricerca e memoria. Qui c'è tutto, tanto da toccare le corde giuste sia dei più giovani che degli adulti ancora capaci di stupore e di commozione. Anche se saranno soprattutto gli appassionati a goderne, persi tra innumerevoli rimandi e più o meno esplicite citazioni (e non solo dei film di Méliès, ma dai fratelli Lumiére ad Harold Lloyd), espressione dell'amore quasi sacrale di Scorsese per questa arte. In 'Hugo Cabret' si coglie, infatti, la summa di interi pomeriggi trascorsi fin da ragazzo nelle fumose sale cinematografiche di New York a succhiare cinema da ogni pellicola vista. Così come lo sguardo attento del cinefilo appassionato, pronto a cogliere la natura stessa del linguaggio filmico, le sue infinite varianti e sfumature, le sue allusioni, i suoi richiami. Non sarebbe esagerato definire questo film come una sorta di testamento, il lascito di un maestro a quanti amano il cinema. In tal senso l'ultima opera di Scorsese, adattamento del romanzo di Brian Selznick 'La straordinaria invenzione di Hugo Cabret', è molto più che l'avventura di un ragazzo alla ricerca del segreto custodito da un automa lasciatogli dal padre orologiaio; un segreto che lo porterà a realizzare il suo sogno e conoscere il grande Georges Méliès, mago, illusionista, regista visionario e prolifico caduto in un deprimente oblio, e quest'ultimo a ritrovare se stesso, il suo genio e il suo pubblico.

È soprattutto un invito a immergersi nella magia del cinema e a lasciarsene risucchiare senza timore di perdersi nei suoi mille ingranaggi. Ed è ciò che Hugo - il protagonista della storia (...) - accetta di fare, all'inizio con un po' di riluttanza, guidato da una giovane nuova amica, Isabelle, più spigliata e pronta mettersi in gioco. E quando il gioco comincia, dopo un po' di iniziale fatica, non c'è nulla che possa fermarlo, in un vortice che avvolge una Parigi anni Trenta fascinosamente ricostruita grazie alla fotografia satura di Robert Richardson e alle scenografie imponenti di Dante Ferretti. Il resto lo fa un cast di alto livello, a partire da un ispirato Ben Kingsley nei panni di Méliès, senza dimenticare Sacha Baron Cohen, claudicante e burbero ispettore ferroviario (...), Christopher Lee, ieratico libraio, Emily Mortimer, graziosa fioraia, Jude Law, padre del giovane protagonista, e soprattutto i bravi Asa Butterfield, il timido Hugo, e Cloë Grace Moretz, la simpatica Isabel. Chi prevarrà nella notte degli Oscar tra il vintage 'The Artist' di Michel Hazanavicius, con dieci candidature, e il fantasmagorico 'Hugo Cabret' di Scorsese è difficile prevederlo. Certo è che Hollywood quest'anno è stata stregata da se stessa, dalla sua storia di fabbrica dei sogni. Perché anche se i linguaggi sono differenti - la prima opera va controcorrente e rispolvera nientemeno che il muto per parlare dei film degli anni Venti, la seconda sceglie invece il 3D per celebrare addirittura i pionieri - il tema è identico: il cinema che racconta se stesso. Con passione. E un pizzico di nostalgia."
Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano'

Alla VI edizione del Festival Internazionale del Film di Roma (2011), nella sezione 'Alice nella città', è stata presentata una breve anteprima del film - Golden Globe 2012 per Miglior Regia. Era candidato anche per: Miglior film drammatico e Colonna sonora - Candidato agli Oscar 2012 per: Miglior Film, Regia, Sceneggiatura non originale, Fotografia, Montaggio, Scenografia, Costumi, Colonna sonora, Montaggio e missaggio sonoro, Effetti visivi.

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03 febbraio 2012

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