I Supermarket di Cosa Nostra

Le Fiamme Gialle di Palermo hanno sequestrato beni per un valore di 250 milioni di euro

05 dicembre 2008

250 milioni di euro. E' il valore dei beni sequestrati dai Finanzieri del Comando provinciale di Palermo. Le Fiamme Gialle, coordinate dal procuratore aggiunto Roberto Scarpinato e dai sostituti procuratori Domenico Gozzo e Gaetani Paci della Dda di Palermo, hanno messo i sigilli a quattro società commerciali, 15 tra beni mobili ed immobili, quote azionarie, 86 rapporti bancari e denaro contante identificando e denunciando alla magistratura una quindicina di persone della famiglia dell'imprenditore Paolo Sgroi, 62 anni, scomparso lo scorso 5 ottobre, già presidente del consiglio d'amministrazione e amministratore delegato della Ce.Di Sisa Sicilia Spa, azienda siciliana di supermercati (che nel 2007 ha fatturato 240 mln di euro), e già indagato per associazione a delinquere di stampo mafioso.

I reati contestati nell'operazione denominata "Goldimine", sono quelli di associazione mafiosa, riciclaggio aggravato, estorsione, intestazione fittizia di beni e altri pericolosi crimini che aggrediscono e inquinano i mercati e la libera concorrenza tra imprese, arrecando danni rilevanti al sistema produttivo legale.
Accertati i contatti con il 'vertice' di Cosa nostra anche attraverso pizzini appositamente decifrati dalla Guardia di Finanza di Palermo.

Le indagini della Guardia di finanza erano partite da alcune intercettazioni tra alcuni pregiudicati affiliati alla mafia circa gli interessi dei vertici di Cosa nostra nella grande distribuzione commerciale, con particolare riferimento proprio alla catena di supermercati Sisa.
La mafia investiva i soldi "sporchi" nei supermercati (ubicati soprattutto nella provincia di Palermo) e attraverso questi 'lavava' il denaro illecitamente accumulato.
Il riclico del denaro è stato scoperto dalla Guardia di Finanza, attraverso una complessa azione investigativa economico-finanziaria, eseguendo ispezioni contabili, leggendo bilanci, incrociando dati. Poi, tutti gli accertamenti del Gico del Nucleo di Polizia Tributaria di Palermo hanno consentito di acquisire concreti riscontri circa l'ipotesi investigativa, tant'è che l'imprenditore Paolo Sgroi - commentando un articolo stampa di un noto quotidiano, relativo ad uno dei pizzini sequestrati all'ex superlatitante Bernardo Provenzano - ammetteva apertamente, al suo interlocutore, che si faceva esplicito riferimento alla sua persona. Le indagini hanno permesso di individuare un consistente flusso finanziario che, da una filiale di un istituto di credito di Carini (PA), giungeva, per il tramite di "spalloni", su un conto cifrato acceso presso un istituito di credito elvetico di Lugano, nella disponibilità dell'imprenditore. Inoltre, è stato dimostrato come l'imprenditore Paolo Sgroi, venuto a conoscenza di essere nel mirino degli inquirenti, abbia posto in essere una serie di "manovre elusive" finalizzate a mascherare la diretta riconducibilità del proprio ingente patrimonio a Cosa nostra e a evitare che gli potessero essere sottratti.

Il maxi sequestro è stato reso possibile grazie all'applicazione delle disposizioni da ultimo emanate con il pacchetto sicurezza, che prevede la possibilità di confiscare i patrimoni dell'organizzazione mafiosa anche nei confronti dei successori universali e particolari.
Dall'inizio del 2008 fino al 31 ottobre la Guardia di Finanza, nell'azione di contrasto alla criminalità economica e organizzata a livello nazionale, ha confiscato beni per 370 milioni di euro e patrimonii per 1 miliardo e 660 milioni.

[Informazioni tratte da AGI, Apcom, ASCA]

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05 dicembre 2008

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