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Il caso Saviano

''Andrò via dall'Italia. Voglio continuare a scrivere, ma voglio pure vivere normalmente''

18 ottobre 2008

"Andrò via dall'Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà... Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto intelligente. Ho creduto che fosse assai stupido - oltre che indecente - rinunciare a se stessi, lasciarsi piegare da uomini di niente, gente che disprezzi per quel che pensa, per come agisce, per come vive, per quel che è nella più intima delle fibre ma, in questo momento, non vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere in questo modo, come prigioniero di me stesso, del mio libro, del mio successo. 'Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni! E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché è quella la mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l'odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri - oggi qui, domani lontano duecento chilometri - spostato come un pacco senza sapere che cosa è successo o può succedere. In uno stato di smarrimento e precarietà perenni che mi impedisce di pensare, di riflettere, di concentrarmi, quale che sia la cosa da fare. A volte mi sorprendo a pensare queste parole: rivoglio indietro la mia vita. Me le ripeto una a una, silenziosamente, tra me".

Tutto è iniziato con queste dichiarazioni di Roberto Saviano, scrittore dello sconvolgente best sellers "Gomorra", riportate su la Repubblica nei giorni scorsi da Giuseppe D'Avanzo.
Parole che scombussolano perché scritte come Saviano ci ha ormai abituato: parole dirette, semplici che non girano mai intorno ai concetti che si vogliono esplicare. Parole che scombussolano perché impossibili da biasimare. "Cazzo, ho soltanto ventotto anni! E voglio ancora scrivere" dice Saviano, ma vuole pure vivere come può vivere un normale giovane uomo di ventotto anni.
Ma non si può vivere normalmente quando si ha addosso una fatwa lanciata dalla camorra. O meglio, non si "deve" vivere, secondo i camorristi, se questi hanno deciso che la tua vita deve finire. Sì perché i casalesi, stando a quanto detto da Carmine Schiavone, cugino del potente capoclan Francesco Schiavone detto "Sandokan", ex criminale ormai diventato collaboratore di giustizia da oltre un decennio, Roberto Saviano sarebbe dovuto morire "entro dicembre" insieme ai sette carabinieri che gli fanno da scorta, scudo e i amici di Saviano. "Succederà entro la fine di dicembre. Quel libro ha fatto troppo clamore", ha aggiunto il superpentito dei casalesi, un personaggio che da tempo, come ovvio, risulta estraneo agli affari criminali, e tuttavia è radicato in quei luoghi d'origine e considerato troppo attendibile per non far sospettare che abbia colto voci convergenti dalla sua Casal di Principe, nel cuore della provincia di Caserta.

Tanti intellettuali, politici e "persone importanti" hanno manifestato solidarietà nei confronti del giovane scrittore campano. Il presidente del Senato, Renato Schifani, nei giorni scorsi ha espresso a Saviano "solidarietà personale, unitamente a quella di tutti i senatori. Chi si batte per la legalità, non sarà mai abbandonato dalle istituzioni. Saviano non resterà solo. E' un esempio per tutti. La gente perbene, tutta l'Italia onesta è con lui. Per questo mi auguro che non lasci il nostro Paese. Roberto Saviano è un patrimonio di legalità". Il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, ha affermato che Saviano "ha la solidarietà di tutti noi". Il gruppo consiliare del Partito Democratico al Comune di Roma ha chiesto il conferimento della cittadinanza onoraria di Roma allo scrittore anticamorra e il sindaco, Gianni Alemanno, ha già avviato il procedimento. Anche il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha espresso in una nota il suo rammarico. "Ho appreso con amarezza e sconcerto l'annuncio di Roberto Saviano di voler lasciare il nostro Paese perché stanco di una vita blindata. Sarebbe un giorno triste per l'Italia se un giovane e coraggioso scrittore, simbolo dell'impegno civile contro la camorra, fosse costretto ad abbandonarla per ricostruirsi una vita lontano. Mi auguro - ha concluso Fini - che intorno a Saviano continui a stringersi, in modo sempre più intenso, l'abbraccio solidale dell'intero Paese. Con tale auspicio esprimo a Roberto Saviano la mia più sentita vicinanza personale, unitamente a quella di tutti i deputati".
La Provincia di Caserta ha rilanciato una campagna di solidarietà mettendo la foto di Saviano in evidenza sulla home page del sito web e la scritta: "Mille no alla camorra, mille grazie a Saviano". Anche Piero Fassino ha dedicato al caso l'apertura del suo blog: "Non lasciare solo Saviano è un dovere morale e civico". Rita Borsellino sorella del magistrato ucciso dalla mafia nel 1992, ha invitato Saviano a non lasciare l'Italia.
Diverso il messaggio che Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni Falcone, ha rivolto a Saviano: "Come cittadina italiana direi a Roberto Saviano di restare in Italia, di cambiare idea e non lasciare il nostro paese, ma da sorella di Giovanni Falcone gli dico 'Roberto, vattene' e salvati". "Anche a mio fratello, dopo le prime minacce, avrei voluto dire di andare via - ha detto ancora Maria Falcone - E in questi giorni ho avuto le stesse sensazioni, ho provato lo stesso brivido di allora, perché Saviano corre esattamente gli stessi rischi di Giovanni. Ecco perché gli dico, da madre, da sorella di Giovanni, di andare via. Non me la sento di dirgli di restare".

Intanto sul "caso Saviano" è intevenuto anche il ministro dell'Interno Roberto Maroni. "Roberto Saviano è 'un' simbolo, non 'il' simbolo della lotta alla camorra", ha affermato Maroni, con tono quasi polemico, ieri a Napoli per firmare un protocollo sulla legalità con alcuni imprenditori campani. "La lotta alla criminalità la fanno polizia, magistratura, imprenditori, che sono in prima linea ma non sono sulle prime pagine dei giornali - ha aggiunto il ministro dell'Interno - non è da oggi che si combatte la camorra, lo si fa da sempre in silenzio". "Al di la della risonanza mediatica e della vicenda personale di Saviano - ha proseguito Maroni - la lotta alla criminalità organizzata si fa quotidianamente da parte di tutte le forze dello Stato. E sempre più con il coinvolgimento dei cittadini". Quanto alle scelte dell'autore di Gomorra, "Non credo sia una buona idea andarsene fuori e non mi pare ci sia la certezza di evitare la vendetta camorristica, che non ha confini" ha ripetuto Maroni. "Spero che Saviano rimanga - ha concluso - contribuisce con la sua immagine al contrasto alla camorra ma il contrasto viene fatto ogni giorno con azioni militari ed immagini. Non vorrei ridurre lo Stato e la sua azione ad una personificazione".

[Infromazioni tratte da Repubblica.it, Corriere.it, Adnkronos/Ing]

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18 ottobre 2008
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