Il 'Giorno della Memoria', la 'memoria di un giorno'

La voglia di legalità e verità non si deve contare nel numero dei partecipanti ad una manifestazione

19 luglio 2010

E' successo oggi, diciotto anni fa... Era una domenica di luglio quando il giudice Paolo Borsellino saltò in aria insieme agli agenti della sua scorta, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina, in via Mariano D'Amelio, a Palermo. Un attentato atroce voluto dalla mafia e da pezzi malati e mefitici delle istituzioni.
Noi continuiamo a ricordarlo e continueremo a farlo, così come tanti palermitani, siciliani, italiani...
Ieri la marcia delle "agende rosse", il movimento che fa capo a Salvatore Borsellino, fratello del giudice, è stata un mezzo flop, ma non ha importanza. O meglio, non deve avere un'importanza centrale, non deve significare: "Palermo ha dimenticato Paolo Borsellino". Non sarebbe giusto. Non sarebbe vero... ci auguriamo.
Poco meno di un centinaio le persone - molte non siciliane, pochissime di Palermo - che hanno partecipato al pellegrinaggio che da via D'Amelio ha raggiunto Castel Utveggio. Il luogo, sulla cima di Montepellegrino, secondo alcune tesi investigative, avrebbe ospitato per anni la sede del Sisde e proprio da qui sarebbe stato dato l'ok per far esplodere l'autobomba piazzata davanti all'abitazione della madre del giudice.
Proprio come accaduto sabato mattina, al Palazzo di giustizia, i pochi partecipanti sono partiti in corteo sollevando le agende rosse, diventate ormai il simbolo della strage di via D'Amelio. Secondo la vedova del magistrato, Agnese Borsellino, l'agenda rossa che il giudice teneva solitamente nella sua borsa, dopo l'eccidio sarebbe sparita. Secondo Salvatore Borsellino nell'agenda il fratello avrebbe annotato alcune note ritenute importanti "prima di essere ascoltato dalla Procura di Caltanissetta". Forse anche sulla cosiddetta 'trattativa' tra Stato e Cosa nostra di cui parla da un anno Massimo Ciancimino.

"Siamo prossimi a una svolta nelle indagini sulla strage di via D'Amelio e ora, più che mai, dobbiamo stare attenti che le porte blindate che ancora ci separano dalla verità non ci vengano chiuse in faccia per l'ennesima volta". Queste le parole di Salvatore Borsellino, all'arrivo a Castello Utveggio. "In un momento così delicato - ha aggiunto - non c'è solo il rischio, ma la certezza che ci siano tentativi di depistaggio, alcuni anche istituzionali. Mi riferisco alla protezione negata al pentito Gaspare Spatuzza, che su via D'Amelio, con le sue dichiarazioni, ha aperto scenari inquietanti. Non a caso si è deciso di non ammetterlo al programma di protezione". "E dannosa - ha continuato - per le indagini, che tentano di fare chiarezza sui tanti misteri legati alla morte di mio fratello, sarebbe anche la legge sulle intercettazioni, un provvedimento iniquo da bocciare in toto". Borsellino ha, infine, criticato "il silenzio di quegli esponenti delle istituzioni che solo a 18 anni dalla strage, hanno ricordato particolari che, se fossero stati conosciuti prima, avrebbero potuto dare un input diverso alle inchieste".
Salvatore Borsellino ha chiesto poi che venga detto dove è finita l'agenda rossa del fratello: "Diteci chi l'ha presa, perché su quell'agenda si fondano le ragioni dei delitti eccellenti del '92 che reggono oggi la nostra Repubblica. E allora è necessario che su questo si indaghi".

Sulla scarsa partecipazione al corteo c'è stato un commento di Nino Di Matteo, il pm della dda di Palermo, presidente della giunta distrettuale dell'Anm e titolare dell'inchiesta sulla trattativa tra Stato e mafia: "In quest'ultimo periodo si inizia ad avvertire un venticello che sembra riportarci al passato dell'indifferenza. Questo clima, purtroppo, è quello che ha caratterizzato sempre, tranne particolari momenti, Palermo e la Sicilia quando non c'è per le strade il sangue fresco dei delitti eccellenti. Non vorrei che l'assenza dei palermitani alle commemorazioni per l'anniversario della strage di via D'Amelio sia un ulteriore sintomo di un ritorno al passato. Ciò non significa che anche a Palermo non ci sia un nucleo forte di cittadini che si impegna quotidianamente contro la mafia e l'illegalità".
Di diverso parere Rita Borsellino, sorella del giudice ed europarlamentare del Pd: "Prima di dire che Palermo volta le spalle a Paolo Borsellino bisogna aspettare che si concludano tutte le numerose manifestazioni organizzate da un cartello di associazioni e farne un bilancio. Che stamattina non ci fossero tantissime persone è comprensibile e non c'è da stupirsi viste l'ora e la temperatura. E' facile dire che c'è stata poca partecipazione stamattina, perché non dire, invece, che, ieri sera, c'erano contemporaneamente in città due dibattiti complessi e importanti con interventi di spessore entrambi molto affollati, dove le persone sono state in piedi per oltre due ore pur di ascoltare? Non andiamo a cercare la notizia che fa scandalo. Neanche io c'ero stamattina. Non me la sono sentita di andare fino a Castello Utveggio a piedi, forse per questo devo essere considerata indifferente o mafiosa?".
Poi ha pronunciato parole pesanti, rivolte a chi "ha perso il diritto a piangere Paolo". "Ci sono personaggi nelle istituzioni, negli alti vertici, che hanno perso il diritto di commemorare e piangere Paolo [...] Credo ci sia una grande differenza tra il 'giorno della memoria' e la 'memoria di un giorno' - ha aggiunto l'europarlamentare parlando con i giornalisti - La memoria vera è quella di chi si impegna ogni giorno, e qui c'è gente che si impegna per esserci, per essere presente. Palermo è cambiata profondamente da quel giorno, la società non è assente, non parlare di queste cose vuol dire fare un regalo alla mafia e a chi vuole dire che Paolo è stato dimenticato".
A chi le chiedeva il motivo della scarsa partecipazione della società civile alle manifestazioni di questi giorni, Rita Borsellino ha risposto: "Mi sono stufata di sentire contare le persone, che non sono numeri ma individui. A luglio le scuole sono chiuse e non ci sono pullman che portano a Palermo gli studenti. Qui c'è la gente che sceglie di esserci e poi ci sono state manifestazioni sabato e domenica scorsi che hanno registrato una grande partecipazione della società civile, ma nessuno ne parla". "La verità - ha sottolineato ancora Rita Borsellino - è che Paolo e Giovanni (Falcone, ndr) fanno ancora tanta paura al punto che c'è qualcuno che pensa di distruggere le statue che li rappresentano. Ma c'è una città che reagisce. Di tutto questo non parla nessuno. Perché non si racconta della diserzione, l'anno scorso, delle istituzioni, che non vennero per paura di contestazioni e di quella che probabilmente ci sarà anche oggi?".
La Borsellino ha poi precisato che "nella ricerca della verità sulle stragi si stanno facendo passi avanti e si trovano elementi inquietanti che fanno accapponare la pelle".

Intanto il giudice Giuseppe Ayala, collega e amico di Borsellino e Falcone, ha dichiarato ai microfoni di CNRmedia che "le indagini sulla strage di Borsellino, di fatto, sono riaperte. La verità che ci hanno ammannito, confermata da sentenza definitiva, non è la verità. Il che sarebbe di una gravità eccezionale perché sarebbe stata costruita da pezzi delle istituzioni, o comunque c'è stata una leggerezza spaventosa nell'individuare i colpevoli di quella strage, tutti appartenenti alla mafia come se fosse un fatto che riguardasse solo la mafia. Adesso si scopre che le indagini sono riaperte in una direzione che certo non esclude la mafia, ci mancherebbe altro, ma che riguarda pezzi deviati dei servizi segreti o comunque centri occulti di potere. A chi fa capo la decisione di uccidere Borsellino e la sua scorta? La mafia c'entra senz'altro ma io l'ho sempre detto: non fu solo la mafia". Il giudice Ayala ha aggiunto: "Una trattativa tra pezzi di Stato e la mafia potrebbe esserci stata, non la posso certo escludere e certo non sarebbe stata la prima volta. Quello che non mi ha mai convinto, e lo ribadisco ancora oggi, è che gli unici due nomi di politici che sono stati fatti, fermo restando che metto la mano sul fuoco solo su me stesso, sono quelli di Virginio Rognoni e Nicola Mancino". "Strana coincidenza - ha detto ancora Ayala - Virginio Rognoni è l'autore della legge Rognoni-La Torre, che ha introdotto nel nostro codice un reato che prima non c'era, l'associazione a delinquere di stampo mafioso, che ha consentito che venissero erogate condanne pesantissime ai mafiosi, e che ha introdotto nel nostro ordinamento strumenti nuovi e molto più efficaci per colpire i mafiosi al portafoglio". "Nicola Mancino - ha proseguito - è il primo firmatario di una legge che per fortuna il Parlamento italiano decise di varare durante il maxi processo, che si era arenato. Se non ci fosse stata questa norma, probabilmente non si sarebbe mai arrivati a sentenza. E allora io trovo strano che gli unici due nomi che sento fare più o meno timidamente sono questi".


I procuratori Antonino Ingroia e Antonino Di Matteo

Il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, intervenendo ad uno dei convegni che si sono tenuti ieri a Palermo, quello organizzato dalla redazione Antimafiaduemila, ha detto: "Rispetto all'anno scorso abbiamo più interrogativi, ma anche più certezze, quest'anno non è passato invano. Sono stati fatti importanti e decisivi passi in avanti per arrivare alla verità sulla strage di via D'Amelio. Ma non dobbiamo fermarci". Purtroppo però "un pezzo d'Italia, non solo mafiosa, ma anche delle Istituzioni, questa verità non la vuole e per questo è difficile raggiungerla" ha aggiunto Ingroia. "Molti di noi percepirono, subito dopo le stragi del ‘92, che quello scenario non era firmato solo dalla mafia, ma che c’era un’altra mano. Ora, finalmente, dopo 20 anni sono venuti fuori contesti importanti", ha continuato il procuratore Ingroia. "Si stanno concretizzando delle novità – ha aggiunto – e probabilmente si arriverà a un risultato investigativo che darà vita a dei processi". "Dalle indagini viene fuori che la verità non era quella che era apparsa e che ci furono assassini garantiti da uomini della mafia e delle istituzioni" ha aggiunto Ingroia. "Quello di cui oggi parliamo – ha proseguito – ce lo stanno raccontando personaggi come Massimo Ciancimino, testimone privilegiato perché vicino al padre, ma anche uomini delle istituzioni""Quello che è agghiacciante – ha proseguito Ingroia - è che mentre c’era la mattanza mafiosa, gli uomini dello Stato trattavano con gli assassini e non a titolo personale".

"Sono tantissimi quelli che sanno, in tutto o in parte, cosa si cela dietro le stragi. Un esercito di persone che non parlano", ha dichiarato il neo procuratore generale di Caltanissetta Roberto Scarpinato. "C'è un sigillo che cuce le bocche di tutti", ha spiegato il magistrato. Infatti "basta ricordare che tutti i conoscitori dei mandanti esterni della strage di Portella della Ginestra sono stati assassinati", ha aggiunto. "In realtà questo sistema di potere non vuole sapere perché non sarebbe in grado di gestire politicamente una verità che potrebbe avere una portata destabilizzante per il Paese: perché se si volesse guardare in faccia la verità - ha sottolineato Scarpinato - una parte dello Stato dovrebbe processare l'altra parte dello Stato. O, se preferite, una parte della classe dirigente che occupa lo Stato dovrebbe processare un'altra parte della classe dirigente".
Il procuratore Roberto Scarpinato


Per il sostituto procuratore e presidente dell'Anm di Palermo Antonino Di Matteo oggi il problema non è tanto la percezione maggiore di indifferenza o sarcasmo, ma il timore che stia "iniziando a emergere una nuova azione volta a bloccare possibili sviluppi di indagini. Mi sembra di assistere a una serie eventi che temo siano collegati gli uni agli altri: i tentativi di screditare pregiudizialmente i contenuti delle dichiarazioni di Spatuzza e di Ciancimino. Il problema sembra che sia capire perché hanno parlato e perché proprio ora. Le polemiche sui collaboratori di giustizia si verificano solo quando parlano di qualcosa di diverso rispetto alla manovalanza dell'attak, alla manovalanza di Cosa Nostra". "Se oggi si stanno facendo nuove indagini è perché vi sono sentenze del passato che rappresentano il loro punto di partenza, - ha aggiunto - sentenze del passato emesse sulla base di elementi concreti di prova, che auspicavano ulteriori approfondimenti, come quella del processo ''Via D'Amelio ter'' che rappresenta la base su cui si sviluppa l'indagine attuale".

Il procuratore di Palermo, Francesco Messineo, a margine della cerimonia per la commemorazione di Paolo Borsellino, organizzato dall'Anm nell'aula magna del Palazzo di Giustizia di Palermo, ha detto: "Sulla strage di via D'Amelio sono stati aperti squarci importanti" anche se "non so se sarà possibile raggiungere la verità". "La Procura di Caltanissetta che conduce l'indagine – ha spiegato Messineo - si sta muovendo con efficacia alla ricerca di una verità impervia".
Per Sergio Lari, capo della Procura di Caltanissetta che indaga sulle strage di via D'Amelio, intervistato dal Giornale di Sicilia, "il gruppo investigativo che indaga sulle stragi ha seguito un orientamento di indagini che oggi, alla luce dei fatti, pare destituito di ogni fondamento. Stiamo cercando di dare una lettura alle ragioni di questo colossale depistaggio. Si deve verificare se è stato un depistaggio colposo o doloso, e nella seconda ipotesi quali siano le ragioni di questa deriva istituzionale". "Stiamo cercando di comprendere quali sono state le ragioni per cui un segmento così importante della strage di via D'Amelio - dice Lari - sia stato ricostruito sulla base di dichiarazioni di personaggi del sottobosco criminale come Candura, Scarantino e Andriotta che mai e poi mai sarebbero stati ammessi in un contesto criminale così alto da poter offrire una ricostruzione così importante dei fatti". Secondo il procuratore di Caltanissetta "questa è l'ultima spiaggia per capire cosa sia successo". "O si riesce a trovare oggi una chiave di lettura sulla strage di via D'Amelio - ha aggiunto - o negli anni a venire non si potrà più sapere nulla, tranne che qualcuno dei protagonisti di quegli anni bui decida di collaborare con la giustizia".

[Informazioni tratte da Ansa, Adnkronos/Ing, La Siciliaweb.it, LiveSicilia.it, Repubblica/Palermo.it, GdS.it]

- La guerra del doppio Stato: uno indaga, l'altro depista di Attilio Bolzoni

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19 luglio 2010

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