Il grande rischio

Sostituire Berlusconi senza liquidare il berlusconismo servirebbe veramente a poco. Un articolo di A. Spataro

08 novembre 2010

LA SERVITÙ VOLONTARIA
di Agostino Spataro

Berlusconi e la Sicilia: un rapporto molto speciale
Il caso e le circostanze hanno voluto che i festini di Berlusconi avessero un risvolto siciliano. Non quello che il premier vorrebbe spiegare con la sua strampalata teoria secondo cui sarebbe tutta colpa di una perfida vendetta della mafia che gli invierebbe prostitute a ripetizione per comprometterlo. Una misera frottola dentro un mare di guai, un'aggravante per lui giacché non si capisce come mai - pur nutrendo siffatto sospetto - le ha accolte, a braccia aperte, nelle sue dimore, nelle sue alcove.
Semmai, la connessione siciliana può essere colta nel fatto, meramente casuale, che Ruby, la scandalosa minorenne marocchina, venga da Letojanni, e soprattutto dai contenuti dei verbali della procura palermitana contenenti le dichiarazioni dell'escort, Nadia, che sostiene di avere avuto "incontri" non proprio protocollari col capo del governo della settima potenza industriale del Pianeta.
Vicende squallide, da maneggiare con cura poiché stanno sviando l'attenzione dalle vere difficoltà di Berlusconi provocate dalla crisi politica e del suo sistema di potere. Crisi che si manifesta, in termini più laceranti, anche in Sicilia ossia una regione fondamentale con la quale il Cavaliere ha intessuto un rapporto molto speciale, elettorale e non solo.
Un rapporto a senso unico si potrebbe dire. Nel senso che Berlusconi, come politico-imprenditore, ha preso molto dai siciliani e restituito poco come capo di governo, anche sul terreno delle legittime aspettative. Il discorso, ovviamente, vale per l'intero Mezzogiorno.

Sicilia, PdL allo sbando
Oggi, però, la contraddizione è esplosa e rischia di travolgere l'idilliaco rapporto con la Sicilia che ha avuto un ruolo-chiave nella sorprendente ascesa, imprenditoriale e politica, del Cavaliere.
Sarà una coincidenza, ma da quando a Roma il tempo per Berlusconi è cambiato, a Palermo il PDL è deflagrato: spaccato in tre tronconi, l'uno contro l'altro armato, e, beffa delle beffe, estromesso dal governo regionale di cui si riteneva azionista almeno al 51%.
I berluscones vivono in un clima pesante, di nervosa attesa. Molti temono il crollo prossimo venturo. E così è iniziata la corsa ai rifugi. "Forza del Sud" è nata anche come una sorta di centro d'accoglienza per profughi sbandati. Si teme - com'è probabile - che dalla Sicilia, fino ad oggi grande serbatoio di voti, possa venire una spinta così poderosa e disgregatrice da assestare un colpo durissimo al PDL e al suo leader. D'altra parte, non sarebbe questa la prima volta in cui il macchinoso laboratorio-Sicilia contribuisca a promuovere e poi a distruggere un'illustre carriera politica.
Anzi, è un dato ricorrente che evoca la celebre frase di Wolfgang Goethe: "Senza la Sicilia, il quadro dell'Italia dentro di noi avrebbe una grave lacuna, qui è la chiave di tutto".
Profezia o logico dispiegamento di una storia dove l'intrigo prevale su rare ed eroiche virtù? Agli storici la risposta. Noi torniamo all'amara attualità, quella degli scandali che condiscono la crisi politica, economica e morale del paese.

Il berlusconismo rapante e il perduto senso dell'onore
Molti si chiedono: come mai, nonostante la gravità dei fatti, i clamori mediatici, non è scattata la molla di una sana indignazione popolare?
Ovviamente, l'interrogativo vale per l'Italia intera, ma noi ci soffermiamo sulla realtà isolana che meglio conosciamo e più ci interessa.
Giacché, spiace rilevare come anche sopra la nostra cattolicissima, e onoratissima, Sicilia (quanti delitti si sono consumati in nome di un malinteso e univoco senso dell'onore!) aleggiano sentimenti ambigui a riguardo, oscillanti fra una scarsa indignazione in pubblico e una certa compiacenza in privato.
Insomma, al fondo del barile c'è un humus culturale e morale davvero scadente, substrato del berlusconismo rampante e nazional-popolare, che consente al Cavaliere di potersi permettere comportamenti così disdicevoli, confidando nella fedeltà "stoica" del ceto politico e di ampi settori dell'elettorato del centro-destra. Mai nell'Italia repubblicana si era visto un comportamento così zelante, subalterno, al limite servile.
Si va oltre l'obbedienza debita, di circostanza e si sconfina in una forma di "servilismo volontario" ossia una categoria dello spirito pubblico molto presente nelle società antiche.

"Non basta abbattere il tiranno senza liquidare la tirannia"
Il fenomeno doveva essere importante che ha interessato diversi filosofi e saggisti. Fra cui, sicuramente Etienne de la Boetie che nel 1548 scrive un pamphlet "Discurso sobre la servidumbre voluntaria" (ho trovato l'edizione spagnola a B. Aires) pubblicato, postumo, nel 1571, dal suo grande amico ed estimatore Michel de Montaigne. Ne riporto solo qualche brano.
"E' un fatto sorprendente e frequente vedere milioni di uomini asserviti... non per costrizione di forza maggiore ma perché affascinati e quasi stregati dal solo nome di uno di fronte al quale non dovrebbero temerne la forza..."
Ovviamente, la gran parte di questi soggetti cerca una personale convenienza e per questo sono disposti anche a sacrificare la loro dignità e libertà.
Cita l'esempio dell'eccezionale aumento del potere decretato dal Senato (romano) in favore di Giulio Cesare "a ben vedere non certo per riorganizzare la giustizia ma per dare nuovi punti di appoggio alla tirannia". Insomma, quello della "riforma" della giustizia è stato sempre un pallino per i gli autocrati di ogni risma e colore.
Il servilismo volontario o meno doveva essere un fenomeno ben vasto e radicato che per estirparlo "non basta abbattere il tiranno senza liquidare la tirannia". A conferma, l'autore cita il caso della congiura ordita contro Nerone dai suoi fedelissimi, fra i quali il prefetto Tigellino che alcune fonti indicano come originario di Agrigento. Che coincidenza! Un siciliano potente che aiutò il tiranno a "suicidarsi", ma non riuscì ad ascendere al trono. Nerone fu abbattuto, ma il popolo romano "ne rimase talmente dispiaciuto che fu sul punto di portarne il lutto".
Altri tempi, certo. Tuttavia, in queste vecchie storie si coglie una tentazione autoritaria sempre latente che potrebbe riproporsi anche nel tempo presente, in Italia e altrove.
Perciò, ora che, dopo l'impennata dell'on. Fini, le dimissioni di Berlusconi sono balzate al primo posto dell'agenda politica, è utile sulla raccomandazione di De la Boetie, per evitare una soluzione di palazzo, verticistica e di facciata ossia il rischio di sostituire Berlusconi senza liquidare il berlusconismo. Anche se bisogna necessariamente partire dalle sue dimissioni.

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08 novembre 2010

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