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Il manipolatore

Il generale Mario Mori accusa Ciancimino jr: "Ha modificato i documenti che attribuisce al padre per sostenere le sue tesi"

28 settembre 2010

È cominciato col deposito di alcuni documenti l'udienza odierna del processo al generale dei carabinieri Mario Mori, che ha reso dichiarazioni spontanee, e al colonnello Mauro Obinu accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra. I pm hanno depositato agli atti copia di una lettera che sarebbe stata scritta dall'ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino all'ex governatore della Banca di Italia Antonio Fazio.
Nella missiva si accennava al fatto che il giudice Borsellino aveva appreso della trattativa tra mafia e Stato condotta, a dire di don Vito, da Mori, allora in servizio al Ros, e che era contrario ad essa. Il documento è importante per l'accusa che ritiene il generale protagonista del "dialogo" che, settori dello Stato, avrebbero intrapreso con il capomafia Totò Riina, con l'intermediazione di Ciancimino, per fermare la stagione delle stragi mafiose del 92.

Mori ha poi lanciato una dura accusa contro Massimo Ciancimino, superteste della Procura, che ha deposto contro di lui indicandolo come protagonista della trattativa tra Stato e mafia. "Massimo Ciancimino è in grado di modificare ad arte i documenti che attribuisce al padre per sostenere le sue tesi" ha detto Mori e davanti ai giudici, con l'ausilio di un power point, ha cercato di dimostrare le manipolazioni che Ciancimino avrebbe apportato a numerosi documenti.
In particolare Mori ha messo all'attenzione dei giudici, mettendo in luce "incoerenze ortografiche" e "evidenti manipolazioni", la presunta lettera consegnata da Ciancimino ai pm e attribuita al padre indirizzata al presidente del consiglio Berlusconi. In sostanza, anche attraverso l'informatica e programmi come il photo-shop, secondo Mori, Massimo Ciancimino avrebbe aggiunto a manoscritti del padre pezzi ulteriori, in questo modo creando un documento diverso. Stesso "lavoro" Massimo Ciancimino avrebbe fatto su alcuni pizzini che il padre avrebbe scritto al boss Provenzano.
Mori ha cercato di dimostrare le manipolazioni proiettando le immagini dei ritocchi su video allestiti in aula.

Il pm Nino Di Matteo, ha chiesto un nuovo esame di Massimo Ciancimino che dovrà spiegare perché la lettera del padre a Fazio sia stata da lui depositata solo dopo la sua deposizione al processo Mori resa a febbraio. Il pm ha prodotto anche un documento, scritto da Vito Ciancimino, in cui si faceva riferimento a una sua richiesta di incontro con Luciano Violante, all'epoca presidente dell'Antimafia. E' stata chiesta anche l'acquisizione di un fascicolo del Ros in cui non si fa cenno agli incontri e ai colloqui che Mori, pur per sua ammissione, ebbe con Vito Ciancimino nel 1992. Circostanza che secondo l'accusa prova "la volontà dell'imputato di tenere segreti i rapporti che il generale ebbe con l'ex sindaco". Il pm ha inoltre chiesto la citazione, come testi, dei poliziotti della Scientifica che hanno svolto la consulenza sulla documentazione fornita da Massimo Ciancimino.
La difesa dell'imputato non si è opposta all'acquisizione della lettera indirizzata a Fazio, mentre si è riservata di esprimersi sull'ammissione del fascicolo del Ros. Nessuna opposizione sulla citazione degli esperti della Scientifica. La difesa sul punto nominerà suoi consulenti. Il tribunale sulle richieste documentali deciderà alla prossima udienza.

Al processo Mori anche la testimonianza dell'ex direttore degli affari penali Liliana Ferraro. La deposizione decisiva per datare l'inizio della cosiddetta trattativa tra lo Stato e la mafia che avrebbe visto Mori tra i protagonisti.
Secondo quanto rivelato dall'ex Guardasigilli Claudio Martelli, infatti, Ferraro gli avrebbe raccontato di aver saputo degli incontri tra il Ros e Ciancimino, nel giugno del '92, tra la strage di Capaci e quella di via D'Amelio. L'ex direttore degli Affari penali avrebbe appreso la circostanza dal braccio destro di Mori, l'allora capitano De Donno. Dei contatti avrebbe riferito al giudice Borsellino.
Due gli elementi importanti della vicenda: se Ferraro confermasse la data indicata da Martelli smentirebbe la "verità" di Mori che colloca l'inizio dei suoi rapporti con don Vito dopo la strage in cui fu ucciso Borsellino. Inoltre, particolare ancora più significativo, se Ferraro avesse riferito a Borsellino degli incontri tra il Ros e l'ex sindaco, il magistrato avrebbe appreso della trattativa prima della sua morte. Ciò darebbe corpo alla pista secondo la quale il giudice venne ucciso proprio per evitare che potesse opporsi alla decisione dello Stato di scendere a patti con la mafia.

"Incontrai il capitano del Ros De Donno nell'ufficio della segreteria della direzione degli affari penali al ministero della Giustizia. Non ricordo la data precisa, ma credo che il dialogo avvenne una settimana prima del 28 giugno del 1992. Mi disse che si dovevano scoprire a tutti i costi gli autori della strage di Capaci e che lui conosceva il figlio dell'ex sindaco mafioso Vito Ciancimino. Proseguì che si erano visti di recente e che voleva vedere se attraverso il figlio il padre era disponibile a collaborare con gli inquirenti"
. Lo ha detto Liliana Ferraro citata a deporre al processo Mori e Obinu. La teste ha confermato dunque di avere appreso da De Donno delle intenzioni del Ros di avvicinare Ciancimino. Ferraro ha collocato l'incontro tra la strage di Capaci e quella di Via D'Amelio.
"Dissi a De Donno di informare il giudice Paolo Borsellino delle intenzioni del Ros di prendere contatti con Vito Ciancimino per indurlo a collaborare. E comunque gli specificai che avrei io stessa parlato con Borsellino. Della circostanza riferii al ministro Martelli", ha detto la Ferraro. "Dissi inoltre a Martelli - ha proseguito - che i colloqui con Ciancimino, per il Ros, erano finalizzati a fermare la strategia stragista. C'erano appena stati l'eccidio di Capaci e l'uccisione di Lima".
"Il 28 giugno del '92 incontrai Borsellino all'aeroporto di Bari e gli dissi dell'intenzione del Ros di contattare Vito Ciancimino per indurlo a collaborare. Non ebbe reazioni particolari, mi disse solo: 'ora me ne occupo io'", ha detto ancora l'ex direttore degli Affari penali del Ministero della giustizia. Quindi, la teste ha confermato di avere informato Borsellino della volontà dei carabinieri di avvicinare l'ex sindaco tra la strage di Capaci e quella di via d'Amelio. Ferraro ha però minimizzato la reazione dei giudici: Borsellino non sarebbe dunque, rimasto "sconvolto" dalla notizia.
"Quando, nell'autunno del '92, Mori mi disse della richiesta di Vito Ciancimino di riavere il passaporto, lo riferii al ministro Martelli. Martelli si infuriò. Seppi dopo che della cosa parlò con l'allora procuratore generale di Palermo per scongiurare la cosa. Dalla informazione di Mori - ha proseguito - dedussi che i rapporti tra il Ros e Ciancimino andavano avanti".
"Mori - ha puntualizzato Ferraro - non ha mai, però, fatto pressioni perché a Ciancimino venisse restituito il passaporto". Alla domanda del legale di Mori, se il generale si fosse rivolto a lei in veste istituzionale, Ferraro ha risposto: "deduco che se un investigatore si rivolge a me, lo fa sempre in veste istituzionale".
"Il dottor Chelazzi (pm di Firenze poi deceduto, ndr) che indagava sulle stragi mafiose del 1993 mi mostrò l'agenda di Mori e mi chiese il perché dei nostri incontri. Io gli raccontai tutto quello che era accaduto tra le stragi di Capaci e Via D'Amelio". Ha aggiunto Ferraro. "Poi si affacciò Vigna, allora procuratore di Firenze, e Chelazzi disse: 'sto seguendo un mio filone ma penso che ti dovrò risentire'".

[Informazioni tratte da Ansa, La Siciliaweb.it]

 

 

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28 settembre 2010
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