Il nero oro della discordia

Ancora nelle mani dei guerriglieri nigeriani i quattro ostaggi dipendenti della stazione di pompaggio dell'Agip

11 dicembre 2006

Qualcuno in Sicilia, precisamente a Gela, aspetta con ansia notizie provenienti dalla Nigeria, il grande paese africano dal sottosuolo gonfio di petrolio, e che in superficie vede solo traboccare la rabbia dei ribelli, miseramente impoveriti proprio dalla nera ricchezza sulla quale camminano, che viene quotidianamente risucchiata dai ricchi paesi occidentali.
Un paese che da più di 30 anni esporta petrolio, che ha incassato più di 320 miliardi di dollari di royalties, e che vede vivere il 75 % della propria popolazione sotto la soglia di povertà.
Il petrolio del Delta del Niger, estratto anche dall'italiana Agip, in trent'anni ha generato un flusso di denaro enorme che, finito nelle tasche delle giunte militari nigeriane e dei politici corrotti, ha provocato una guerra perenne ed intestina. La nascita di diversi gruppi di ribelli ha scatenato il tragico fenomeno dei rapimenti. Uno di questi, la scorsa settimana ha portato l'ansia e lo sconforto anche a Gela, la città petrolifera della Sicilia.

Intorno alla 6 dello scorso giovedì mattina, otto uomini armati, con il volto coperto abbigliati con tute mimetiche, si sono avvicinati ad una stazione di pompaggio dell'Agip a Brass, nello stato di Bayelsa, che produce circa 200 mila barili di greggio al giorno. Qui, dopo uno scontro armato con i soldati a guardia del complesso petrolifero, gli uomini armati hanno sequestrato tre lavoratori italiani e un cittadino libanese. Un bambino nigeriano è rimasto ucciso nell'attacco.
Le persone sequestrate sono, Cosma Russo e Roberto Dieghi, contrattisti Naoc (Nigeria Agip oil company, la compagnia mista cui partecipa l'Eni) di Plantgeria, S. Imad della società di catering Abed, e il gelese Francesco Arena, area manager della Swamp area di Eni
 
L'Unità di crisi della Farnesina si è subito messa in contatto con l'Eni e con la sua rappresentanza in Nigeria. Hafiz Ringim, commissario della polizia di Bayelsa, ha assicurato che è stato subito lanciato un'operazione in tutta l'area per individuare i rapitori e liberare gli ostaggi.
Il governo locale di Bayelsa avrebbe già avviato trattative per ottenere la liberazione dei dipendenti stranieri sequestrati. Lo hanno detto alla Missionary Service News Agency (Misna) fonti giornalistiche nigeriana, citando un funzionario dell'amministrazione locale che conferma che insieme agli italiani sarebbero stato rapito un altro dipendente. ''Le autorità per ora vogliono privilegiare la trattativa e non è ancora stata decisa un'azione militare per la liberazione dei tre ostaggi'', ha detto alla Misna Ogbonna Nwuke, direttore del Port Harcourt Telegraph, raggiunto per telefono a Port Harcourt, principale città della regione petrolifera del Delta del Niger.

La rivendicazione del rapimento dei tre tecnici italiani e del cittadino libanese, e le condizioni per un loro rilascio, è arrivato all'indomani, dal Movimento per l'emancipazione del Delta del Niger (Mend).
Le condizioni poste dal gruppo ribelle constano nella scarcerazione di alcune persone detenute in Nigeria, il pagamento di risarcimenti da parte delle compagnie straniere e del governo nigeriano, e la fine di quello che viene definito ''il saccheggio e l'asservimento'' a danno della popolazione locale.
''Il nostro prezzo per la cessazione delle ostilità contro l'industria petrolifera resta l'emancipazione del Delta del Niger e del suo popolo'', ha affermato il Mend in una e-mail inviata a mezzi di informazione nigeriani, sottolineando che ''il tempo degli avvertimenti è finito''.

Ieri, la prova che gli ostaggi sono ancora in vita è arrivata proprio dalla voce di Francesco Arena, a cui i guerriglieri del Mend hanno permesso di parlare (solo in inglese e, per paura di essere individuati, per pochissimo tempo) con un giornalista del Corriere della Sera.
''Stiamo tutti bene anche se qualcuno di noi ha problemi di pressione'', ha detto Francesco Arena, la cui voce al giornalista è arrivata forte e chiara. Poi ha aggiunto: ''Per liberarci chiedono cento milioni di naira (la valuta nigeriana, poco meno di 590.000 euro). Non sappiamo chi sono questi che ci hanno sequestrato''. Di seguito un messaggio alle famiglie: ''Dite loro di non preoccuparsi perché va tutto bene''. Il giornalista è riuscito poi a chiedere se i sequestratori hanno chiesto anche la liberazione di alcuni detenuti nelle carceri liberiane. ''Non sappiamo bene'', ha risposto Arena, poi la voce è stata interrotta.

Dall'Eni un portavoce ha fatto sapere che l'azienda sta sostenendo le attività per ottenere la liberazione degli ostaggi, mantenendosi sempre in stretto contatto con l'Unità di crisi della Farnesina, purtroppo, ha aggiunto, persiste una certa ''preoccupazione''. Infatti, Jomo Gbomo, portavoce del Mend, contattato via mail sempre dal Corriere della Sera, aveva spiegato chiaramente un paio di cose che non coincidono esattamente con le dichiarazioni ufficiali (trattative con rapitori e augurio che la vicenda si risolva rapidamente): ''Non abbiamo nessun contatto, né alcun negoziato con il governo italiano, con l'Eni o con il governo nigeriano. Non intendiamo trattare. Abbiano fatto delle richieste precise e ci attendiamo che vengano esaudite''. Quali siano queste richieste Jomo Gbomo, nome falso e di battaglia, lo ha spiegato in un'altra mail: ''Noi chiediamo la liberazione di prigionieri politici detenuti nelle carceri nigeriane. Uno scambio alla pari: uno a uno. Un ostaggio per un detenuto. Tutto sommato un buon prezzo. Cominciamo dall'ex governatore di dello Stato di Bayelsa, Diepreye Alamieseigha, accusato di corruzione. Il suo è un processo politico, niente a che fare con i corrotti governanti che hanno fatto affari con le compagnie petrolifere''.
''La Naoc (Nigerian Agip Oil Company), ma anche tutte le altre società petrolifere - ha scritto Jomo sempre nel botta e risposta via mail con il quotidiano - sanno perfettamente quali siano le condizioni delle popolazioni che vivono nella regione del Delta del Niger, e sono conniventi con il governo nigeriano per tenere in schiavitù le popolazioni che vivono lì. La povertà e l'ingiustizia nelle regioni del Delta sono evidenti e non hanno bisogno di nessuna spiegazione. Sono convinto che i lettori del Corriere della Sera sanno di cosa sto parlando. L'Agip oserebbe operare in Italia nello stesso modo con cui opera qui in Nigeria? Certamente no!''.

''Abbiamo attaccato l'Agip - ha spiegato inoltre Jomo in un ottimo inglese - perché è corsa in soccorso del governo, attraverso la sua sussidiaria Saipem, riparando gli oleodotti che noi abbiamo sabotato. Noi rivolgiamo un appello ai lavoratori della Saipm di non recarsi sui siti in cui si intendono riattivare le linee interrotte e li avvisiamo: non possiamo garantire le loro sicurezza. Potrebbe scapparci anche qualche morto''.
Terrete gli italiani per molto tempo, hanno dunque chiesto dal Corriere: ''Anche un anno e oltre. Dipende dal governo nigeriano. Se rilascerà i detenuti noi rilasceremo gli ostaggi. Comunque - ha ribadito Jomo in una nuova mail - nessuna trattativa. E con nessuno''.

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11 dicembre 2006

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