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Il Papa, la mafia e la Sicilia. Le cinque visite di Giovanni Paolo II in Sicilia

''Convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio!''

04 aprile 2005

Furono cinque le visite che Giovanni Paolo II fece in Sicilia, la prima risale al 1982 l'ultima fu quella del '95,  in occasione del Convegno delle Chiese d'Italia.

La prima visita del Papa in Sicilia lo portò, il 20 e il 21 novembre del 1982, a Palermo e nella Valle del Belice, dove Giovanni Paolo II celebrò messa nel cuore della terra ferita dal terremoto del 1968. Il pontefice tornò nell'Isola l'11 e il 12 giugno del 1988, a Messina e a Tindari, due centri dove la devozione mariana, molto cara al Papa, è particolarmente sentita: a Messina è vivo il culto della Madonna della Lettera, il cui simulacro segna l'ingresso del porto, a Tindari c'è il santuario dedicato alla Madonna Nera.
Cinque anni più tardi, dall'8 al 10 maggio del 1993, il Santo Padre visitò Trapani, Mazara del Vallo, Caltanissetta e Agrigento. L'anno successivo, dal 4 al 6 novembre 1994, il pontefice visitò Catania e Siracusa, dove consacrò il santuario della Madonna delle Lacrime.
L'ultimo viaggio in Sicilia a Palermo, in occasione del Convegno delle Chiese d'Italia, il 23 novembre del 1995.

Il viaggio in Sicilia che sicuramente è rimasto più impresso nella mente dei siciliani, e non solo di loro, è quello del maggio del 1993 quando ad Agrigento, nella Valle dei Templi dove si erano radunati decine di migliaia di fedeli, pronunciò l'anatema contro la mafia.
''Convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio!'', gridò il Papa con voce forte e autoritaria direttamente ai responsabili di un regime di ''oppressione e morte''.
''Dio - gridò ai piedi del Tempio della Concordia, Giovanni Paolo II - ha detto 'non uccidere': nessuna agglomerazione umana, mafia, può calpestare questo diritto santissimo di Dio''. ''Questo popolo siciliano - aggiunse il Papa - talmente attaccato alla vita, che ama la vita e dà la vita, non può vivere oppresso sotto la pressione di una civiltà contraria, la civiltà della morte''.

Quelle parole del Papa, erano la prova che la Chiesa nei confronti di Cosa nostra cominciava ad essere diversa. Una Chiesa, che prima del martirio di Don Pino Puglisi e della plateale condanna del Papa, Cosa nostra conosceva come un'istituzione che non parlava, che ''nascondeva'' i latitanti non perché collusa, ma per seguire alla lettera il segreto della confessione.
Un sorta di territorio neutro, che all'improvviso alzava la testa e si ribellava. Le cosche mafiose, infatti, lessero il monito lanciato da Giovanni Paolo II come una ''sfida'', ed essa segnò una ''rottura'' definitiva nel complesso rapporto tra la Chiesa e Cosa Nostra. 

I vescovi siciliani a più riprese, nel '44, nel '55 e nell'82 avevano censurato i mafiosi, ma mai un Papa aveva pronunciato parole così decise e ferme.
L'eco fu vastissima; le parole e le immagini del Papa dalle Valle dei Templi di Agrigento fecero il giro del mondo.
Il forte grido di Agrigento e l'appello ai mafiosi, non furono l'unica presa di posizione di Giovanni Paolo II contro la criminalità mafiosa. Lo stesso giorno dell'omelia, incontrando i genitori del ''giudice ragazzino'' Rosario Livatino, assassinato il 21 settembre 1990, aveva definito i magistrati uccisi dalla mafia ''martiri della giustizia, indirettamente della fede''. E la condanna dei mafiosi era stata ripetuta in seguito durante un viaggio a Catania e Siracusa. Giungendo a Catania Giovanni Paolo II aveva invitato la Sicilia ad ''alzarsi in piedi'' e ai detenuti del carcere minorile catanese aveva ricordato che ''chi si rende responsabile di violenze e sopraffazioni macchiate di sangue umano dovrà risponderne davanti al giudizio di Dio''.

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La lettera del cardinale Salvatore De Giorgi ai siciliani

Carissimi fratelli e sorelle amati dal Signore.
Questa mattina
(ieri mattina, 3 aprile, ndr) dopo aver concelebrato in Piazza S. Pietro l'Eucaristia, presieduta dal Cardinale Angelo Sodano, ho partecipato al Rito di esposizione della salma del nostro amatissimo Papa defunto Giovanni Paolo II, davanti alla quale ho sostato a lungo in preghiera e ho espresso i sentimenti di tutti i palermitani e di tutti i siciliani.
L'ho ringraziato per l'attenzione che ha avuto per la nostra città e per tutta la nostra Regione, manifestata soprattutto nelle cinque visite pastorali ed espressa nei forti messaggi che, inseriti nel quadro più vasto del suo magistero, costituiscono un punto di riferimento più attuale che mai, se vogliamo guardare al futuro della Chiesa e della società siciliane con più concreta capacità di riscatto dai mali che ci affliggono, a cominciare da quello peggiore e devastante della mafia con tutte le sue perverse proliferazioni, e con più cosciente valorizzazione delle tante capacità ed espressioni di bene che ci caratterizzano e ci qualificano come siciliani.

Giovanni Paolo II ha insegnato a tutti noi, vescovi, presbiteri, diaconi, membri di vita consacrata, fedeli ardinale Salvatore De Giorgilaici, con la forza illuminante della parola e con la credibilità della coerente testimonianza, il Vangelo della preghiera, della conversione a Dio, della riconciliazione, della tensione alla santità, della comunione fraterna, dell'impegno missionario della nuova evangelizzazione. Ci ha esortati a rispettare la vita umana dal suo sbocciare nel seno materno al termine naturale, a difendere la dignità di ogni uomo e di ogni donna a cominciare dall'infanzia, a salvare la famiglia dalla crisi che la minaccia, a tutelare i diritti dei lavoratori da anteporre al profitto, a porre la moralità come fondamento della retta gestione economica, sociale e politica. Ci ha esortati a non rassegnarci, a scuoterci da dosso l'apatia e il fatalismo, a non attendere tutto dall'alto, a valorizzare con sforzo concorde e unitario, con grande senso di partecipazione e di collaborazione, le risorse umane, culturali, ambientali delle quali è ricca la nostra terra.

Riprendere in mano il magistero siciliano e, non solo, di Giovanni Paolo II significa manifestare nel modo più sincero il nostro amore al grande Papa che ha segnato la storia della Chiesa e del mondo, indicando orizzonti più alti e più veri. Ho ammirato il vostro amore per il Papa defunto soprattutto durante il suo Triduo pasquale, gli ultimi tre giorni della sua esistenza terrena, nei quali ha scritto la Enciclica più toccante e incisiva sul senso della vita, della sofferenza e della morte nella prospettiva della risurrezione e dell'eternità. Non potrò dimenticare la Veglia di preghiera nella notte del venerdì scorso e della Messa di sabato a notte nella nostra Cattedrale, divenuta piccolissima per contenere il fiume straripante dei fedeli accorsi spontaneamente, e soprattutto dei giovani, dei quali Giovanni Paolo II è stato il padre più vero, l'amico più sincero, il maestro più credibile.

Al Cardinale e arcivescovo di Palermo, Salvatore De Giorgi, è affidato il governo della Chiesa per il disbrigo degli affari ordinari e per la preparazione di quanto è necessario alla elezione del nuovo Pontefice, come stabilito nella Costituzione Apostolica ''Universi dominici gregis''.

(La foto in alto a sinistra è di Massimo Siragusa - Contrasto)

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04 aprile 2005
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