Il petroliere

Un petroliere ambizioso e senza scrupoli, contro un giovane predicatore ambiguo e arrivista

15 febbraio 2008

 








Noi vi consigliamo...
IL PETROLIERE
di Paul Thomas Anderson

Stati Uniti d'America, a cavallo tra '800 e '900. La scalata al successo economico di Daniel Plainview, un ambizioso minatore che dopo aver acquisito un prezioso giacimento petrolifero diviene uno spietato mercante di oro nero...

Anno 2007
Tit. Orig. There Will Be Blood
Nazione USA
Produzione Ghoulardi Film Company, Paramount Vantage, Miramax Films, Scott Rudin Productions
Distribuzione Buena Vista
Durata 159'
Regia e Sceneggiatura Paul Thomas Anderson
Tratto dal  romanzo "Oil!" di Upton Sinclair 
Con Daniel Day-Lewis, Kevin J. O'Connor, Ciarán Hinds, Paul Dano
Genere Drammatico

DANIEL ALLA CONQUISTA DEL WEST
di
Silvia Bizio (L'esperesso, 06 dicembre 2007)

C'è già chi dice che 'Il Petroliere' (in originale 'There Will Be Blood'), il film di Paul Thomas Anderson tratto da 'Oil!' di Upton Sinclair, verrà paragonato a 'Quarto Potere'. E che Daniel Day-Lewis guadagnerà una nomination all'Oscar per il personaggio di Daniel Plainview, il minatore texano che diventa un tycoon del petrolio nella California dei primi '900: un uomo tutto votato al successo, che liquida senza tanti complimenti ogni ostacolo, brutale eppure umano, un'autentica canaglia capace però di ispirare simpatia. Del resto l'attore inglese è un habitué della notte degli Oscar: lo ha vinto nel 1989 per 'Il mio piede sinistro', è stato candidato per il terrorista irlandese in 'Nel nome del padre' e per il ruolo del feroce Bill 'the butcher' in 'Gangs of New York' di Martin Scorsese, nel 2002.

'Il Petroliere' è stato girato in Texas nell'aprile del 2006. Accanto al veterano Day-Lewis, si fa notare un astro nascente del cinema americano, Paul Dano, 23 anni, che lo scorso anno fece sensazione nel ruolo del giovane afasico, maniaco del pensiero di Nietzsche, fratello della piccola protagonista di 'Little Miss Sunshine'. Qui Dano interpreta un giovane prete, Eli Sunday, che nella piccola comunità californiana sconvolta dalla scoperta del petrolio si scontra con l'atteggiamento mercenario di Plainview. Il loro è un conflitto di dimensioni epiche: uno scontro tra la ricchezza e la fede. I due personaggi ricordano quelli di Burt Lancaster in 'Elmer Gantry' e Robert Mitchum in 'La morte corre sul fiume', due falsi predicatori: "Il mio Eli Sunday è pieno di contraddizioni e ambiguità", spiega Dano: "In realtà la foga evengelica da giovane pastore che cerca di suggestionare i parrocchiani lo rende non meno velleitario e arrivista di Plainview".

Day-Lewis e Dano si considerano 'fratelli d'arte' e grandi amici, a dispetto della loro differenza anagrafica e culturale: Dano, nato in Connecticut, proviene da una famiglia di operai, Day-Lewis nato a Londra, è di estrazione agiata e di alta accademia - il padre, Cecil Day-Lewis, è un 'poeta laureato'. Li accomuna il fatto di aver iniziato entrambi a recitare giovanissimi in teatro, e il fatto che due anni fa lavorarono insieme nel dramma familiare 'La ballata di Jack e Rose', il film scritto e diretto da Rebecca Miller, la figlia del drammaturgo Arthur Miller con la quale Day-Lewis è sposato dal '96 e da cui ha avuto due figli. Spesso citato come il Robert De Niro inglese, Day-Lewis, diventato famoso negli anni '80 con 'My Beautiful Laundrette' e 'L'insostenibile leggerezza dell'essere', considera De Niro uno dei suoi idoli, e 'Taxi Driver' come uno dei suoi film preferiti. Impossibile non chiedergli quanto si sia riconosciuto nel suo personaggio di Plainview, la cui scalata al successo va di pari passo alla crudeltà: "Mi considero spietato solo quando si tratta di difendere la mia privacy", dice l'attore, incontrato all'hotel Four Seasons di Beverly Hills: "Il successo gioca strani scherzi: ti costringe a essere più attento, quasi vigilante. Come Plainview, anch'io ho l'indole dell'eremita, tendo a isolarmi. Quando non lavoro conduco una vita quanto mai tranquilla. E quando lavoro mi immergo nella vita del personaggio e non penso a nient'altro". Chiunque lavori con lui testimonia come sia straordinario vedere Day-Lewis sul set. Racconta Dano: "Si trasforma nel ruolo, analizza la storia e la sua psicologia nei minimi dettagli, ti costringe, come sua controparte, a dare il massimo. Insegna con la forza dell'esempio".

Il ruolo, ammette Day-Lewis, ha richiesto una grande preparazione anche storica: "Ho studiato il periodo, come la corsa all'oro del Klondike, cercando di capire le dinamiche del lavoro nelle miniere d'oro e d'argento del Far West a fine '800 e di immaginare lo stato d'animo dei minatori che scavavano come dannati senza avere la certezza del premio per i loro sforzi". E continua l'attore. "Erano uomini folli che rinunciavano a vite anche comode per inseguire l'avventura e il sogno di ricchezza. Erano agenti, impiegati e insegnanti che lasciavano le loro mogli e famiglie per fuggire nel West alla ricerca di facili guadagni, senza sapere niente di come trovare il petrolio o l'oro. 'La febbre', la chiamavano, e molti uomini persero la vita, o finirono in miseria, continuando tuttavia a credere nella promessa del West. Non sapevo niente sulle miniere americane di allora. Nel collegio che frequentavo nel Kent non ci insegnavano queste storie".
La cultura americana era stata una grande attrazione per l'attore fin da ragazzo: "Da giovane tenevo segreta la mia passione per i film americani, quasi fosse una vergogna ammetterla. Ho sempre desiderato misurarmi in mondi diversi, anche quelli lontani da casa mia. Ho avuto il privilegio di crescere in una famiglia di intellettuali, ma andando a scuola sono diventato una specie di bullo di strada. Una dicotomia che mi si addice, che mi ha definito come attore. Colto, ma anche sporco, raffinato, ma anche cattivo. La società europea guardava con cinico disdegno all'entusiasmo naïf del Nuovo Mondo, e forse lo fa anche adesso. A me invece affascina".

Risale alla gioventù una delle sue grandi passioni, quella per le motociclette: "Avevo vent'anni quando un mio amico che faceva corse di motocross mi ha iniziato al mondo delle moto: prima di allora ero un ciclista, e ho pensato: se mi piacciono due ruote con i pedali, perché non provarne due con un motore", esclama ridendo: "Da allora la moto è diventata un grande piacere, sia per turismo che in gara. L'anno scorso ho partecipato alla Laguna Seca. E sono un grande fan di Valentino Rossi, come tutti del resto". Il giro di boa dei 50 anni non sembra preoccuparlo molto: "Non credo che la vita sia meno interessante man mano che invecchiamo. Ogni giorno scopro nuove cose, ogni giorno la mia vita è arricchita dai miei figli in modi che non potrei nemmeno cominciare a descrivere e che comunque ho tutte le intenzioni di tenere solo per me".

La critica
"Il progetto è ambizioso, perfino grandioso; e tuttavia Il petroliere resta un semi-capolavoro, un monumento a metà, che ha il coraggio e la forza di demolire l´epos retorico della "grande nazione", ma poi rimane come impaniato nel grottesco, nello sberleffo amaro, nel ritratto di un antieroe nero dalla psicopatia conclamata."
Roberto Nepoti, 'la Repubblica'

"E' uno di quei film americani titanici (...) Nel film tutte le classiche virtù sociali dell’uomo americano si invertono in vizi intollerabili (...) Il film ha qualcosa di distaccato e lontano che non somiglia alle opere precedenti di Anderson (Sidney, Boogie Nights, Magnolia) ma che cerca e trova una forza inconsueta, energia mai vista."
Lietta Tornabuoni, 'La Stampa'

"Girato in Cinemascope e in scenari di ruvida bellezza, il film finisce così per concentrarsi sulla faccia di Daniel Day-Lewis, davvero ammirevole nel lavoro mimetico che gli permette di esprimere con la forza dello sguardo, l'incurvatura del corpo, la mobilità delle mani quello che stava trasformando lo spirito e l' animo di tutta una nazione. (...) I meriti e i difetti del film sono tutti qui, nella prova forse troppo grande di Daniel Day-Lewis e nello sforzo che fa il regista per non perderne nemmeno un grammo."
Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera'

"Un capolavoro visionario (...). Filone «cinema capitalistico indemoniato», il sogno americano che diventa un incubo, come in Il Gigante o Chinatown, più le epopee disperate di John Huston, i melò strazianti di Douglas Sirk, le fette di storia farcita servite da Griffith, Ford o Milius, e Spencer Tracy, grondante di liquame nero che anticipò lo psicomostro infetto di Alien e quell'identico mostro di bravura di Daniel Day Lewis, che di questa epopea sull'individualismo celibe, Paramount più Miramax, è dittatore assoluto."
Roberto Silvestri, 'il manifesto'

Golden Globe 2008 per il Miglior attore protagonista. Era stato candidato anche come Miglior Film Drammatico - Candidato All'Oscar 2008 per: Miglior Film, Regia, Attore protagonista, Sceneggiatura non originale, Fotografia, Montaggio, Scenografia e Soud editing (Matthew Wood) - In concorso al 58mo Festival di Berlino (2008).

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15 febbraio 2008

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