Il 'pizzino' al tornasole...

In un pizzino di Bernardo Provenzano ci sarebbe la prova del coinvolgimento di Totò Cuffaro con Cosa nostra

25 giugno 2010

"Questo pizzino è l'ulteriore riscontro dell'esistenza di rapporti tra Salvatore Cuffaro e Cosa nostra". Ieri, il pubblico ministero Antonino Di Matteo,
nel corso della requisitoria del processo al senatore Totò Cuffaro (Udc), accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, processo che si svolge con il rito abbreviato davanti al gup Vittorio Anania, ha parlato del pizzino, datato settembre 2001, consegnato da Bernardo Provenzano a Massimo Ciancimino per farlo avere al padre Vito, ex sindaco mafioso di Palermo.

Il magistrato, che terminerà la requisitoria con la richiesta di pena, alla prossima udienza del 28 giugno, ieri si è soffermato sul pizzino che Massimo Ciancimino ha consegnato alla Procura. Sul foglio di carta si legge: "Carissimo ingegnere, ho letto quello che mi ha dato M. ma a scanso di equivoci ho riferito che ne parlerò quando ci sarà possibile vederci. Mi è stato detto dal nostro sen. e dal nuovo pres. che spiegheranno la nuova soluzione per la sua sofferenza".
Secondo Massimo Ciancimino, che avrebbe ritirato il pizzino direttamente dalle mani di Provenzano in busta chiusa, il riferimento nel pizzino al 'pres.' è all'ex presidente della Regione Siciliana Cuffaro. "Perché mio padre - ha detto Ciancimino nell'interrogatorio del 22 dicembre 2009 alla Procura di Palermo - diceva che nell'Udc era sicuramente un bell'ago della bilancia". Sarebbe stato il padre di Massimo, Vito Ciancimino, a dirgli che si trattava di Cuffaro. "Me lo disse nel 2001 - ha spiegato il figlio di don Vito ai magistrati - avevo incontrato l'onorevole Cuffaro ad una festa elettorale a casa dell'onorevole Gunnella proprio nel 2001. Mi ha baciato e io ho detto 'come mai mi bacia?' e mio padre mi ha detto: 'Come, non ti ricordi?' e mi ha ricordato che Cuffaro faceva l'autista a Mannino quando pure io accompagnavano mio padre alle riunioni". E ha aggiunto nell'interrogatorio: "Commentando questo biglietto la mia domanda è stata diretta e ho chiesto se il presidente era Berlusconi e lui disse: 'No, si riferisce a Cuffaro'".

"Per quello che risulta fino ad ora alla Procura di Palermo e dai riscontri acquisiti - ha spiegato Di Matteo - su Massimo Ciancimino possiamo esprimere un giudizio di attendibilità". "Ciancimino - ha detto ancora il pm - nel rendere le sue dichiarazioni non aveva un interesse personale specifico perché non ha mai chiesto né ottenuto benefici per la sua posizione processuale". Per la Procura di Palermo "anche questo si inserisce in un contesto temporale del 2001, come ulteriore riscontro a tutto quanto emerso dal rapporto tra il capomafia Giuseppe Guttadauro e Salvatore Cuffaro circa la sussistenza di rapporti tra Cuffaro e Cosa nostra e delle aspettative che Provenzano aveva nei confronti di Cuffaro in virtù del giudizio di affidabilità che Provenzano aveva per Cuffaro".

Sempre nel corso dell'udienza di ieri, il pm Di Matteo ha parlato dell'episodio sulla fuga di notizie sull'indagine a carico del capomafia Giuseppe Guttadauro. Secondo l'accusa sarebbe stato proprio l'imputato, il senatore Cuffaro, il responsabile della fuga di notizie.
Di Matteo ha letto molti passaggi della sentenza emessa lo scorso inverno dalla Corte d'Appello di Palermo nell'ambito del processo per le 'talpe' della Procura di Palermo nel quale Cuffaro è stato condannato a sette anni di carcere per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra. Secondo il magistrato c'è stata la "consapevolezza di Cuffaro" nel rendere note le notizie "sulle intercettazioni riguardanti Guttadauro allo stesso capomafia. Una fuga che ha avuto una portata devastante perché interruppe l'indagine più importante a Palermo sui rapporti tra mafia e politica. Era la prima volta che in un'indagine non ci fossero le dichiarazioni di collaboratori ma l'ascolto diretto delle intercettazioni degli interessati".

Infine, l'ultimo tema trattato nel corso del processo all'ex presidente della Regione siciliana, è stato il concorso a dirigente medico di primo livello di chirurgia generale a Palermo che risale al 3 settembre 2001. "Le intercettazioni ambientali a casa di Giuseppe Guttadauro e telefoniche tra Cuffaro e Domenico Miceli (ex assessore comunale di Palermo condannato per mafia, ndr) - ha spiegato Di Matteo - hanno fatto emergere una realtà agghiacciante, cioè la prova che Cuffaro ha raccomandato i due candidati, Catarcia e Giannone, nella perfetta consapevolezza che la richiesta di raccomandazione provenisse dal capomafia Giuseppe Guttadauro". Secondo la Procura di Palermo, Cuffaro, che all'epoca era presidente della Regione Siciliana, avrebbe fatto incontrare i due candidati, poco prima della prova orale, con Vincenzo Mandalà, uno dei tre membri della commissione giudicatrice. In quell'incontro Mandalà avrebbe dato ai due candidati gli argomenti sulle domande del concorso orale. "Come volevasi dimostrare - ha concluso Di Matteo - i due candidati segnalati da Guttadauro a Cuffaro, tramite Miceli, e da Cuffaro alla commissione, ricevettero il massimo dei voti e si collocarono nei primi dieci della graduatoria".

Il processo è stato rinviato a lunedì prossimo 28 giugno, per le richieste di pena.

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ing, Ansa]

 

 

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25 giugno 2010

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