Il pizzo fatturato e gravato dall'Iva

Presi i vertici del clan mafioso di Ficarazzi (PA): l'operazione dei carabinieri ha evitato una possibile, sanguinosa guerra di mafia

05 agosto 2010

Per dissimulare il pagamento del pizzo alcuni imprenditori emettevano regolari fatture, pagando perfino l'Iva, per servizi e forniture mai resi. Questa la scoperta dei carabinieri del comando provinciale di Palermo che hanno eseguito otto provvedimenti cautelari, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, con l'accusa di associazione a delinquere di tipo mafioso, estorsione, danneggiamento e traffico di stupefacenti. E' stato così decapitato il vertice delle famiglie mafiose di Ficarazzi, un paese dell'hinterland palermitano.
L'operazione, denominata 'Iron man', ha documentato il conflitto tra il 'reggente' della cosca di Ficarazzi e un boss emergente che avrebbe tentato di assumere il controllo del territorio e la gestione del racket delle estorsioni, arrivando a picchiare selvaggiamente un imprenditore 'ribelle'.
Da quanto è emerso, per dissimulare il pagamento del pizzo alcuni imprenditori emettevano regolari fatture per servizi e forniture mai resi ed erano così costretti anche a pagare l'Iva.

Le manette sono scattate ai polsi di Alcamo Atanasio, 34 anni, boss emergente di Ficarazzi, detto 'u firraru' (il fabbro, ndr) che stava sfidando il reggente del clan Giovanni Trapani, 64 anni, anche lui arrestato, sfruttando il vuoto di potere provocato dal blitz Perseo. Nel 2008 era infatti stato decapitato anche il vertice della famiglia di Bagheria da cui Ficarazzi dipende. E Alcamo, titolare di due ditte di infissi a Ficarazzi, aveva lanciato l'offensiva.
Secondo gli investigatori l'operazione ha evitato una possibile, sanguinosa guerra di mafia. "Abbiamo bloccato - ha spiegato il procuratore aggiunto Ignazio De Francisci - un tentativo di scalata che visto la caratura dei personaggi sarebbe potuto andare avanti a colpi di arma da fuoco".
La scalata di Atanasio Alcamo aveva inoltre spezzato equilibri che a Ficarazzi erano consolidati. Gli imprenditori, infatti, erano costretti a pagare due volte la protezione dei boss. Uno di loro, un costruttore, ha spiegato senza sapere di essere intercettato di avere pagato il pizzo a Trapani con regolare fattura, come se fosse un "normale" costo per l'azienda: "Gran cornuto che è. E' venuto due volte a farmi fatture cinquemila e cinquemila levando l'iva ottomila e duecento. Gran cornuto è venuto per Pasqua e gli ho detto non te li ho dati passa a Natale gli ho detto... non te li ho dati diecimila euro?". Ma di recente si era fatto sotto anche Alcamo: "Ora 'u firraru' vuole pizzo però ha perso la partenza di qua che gli ho dato questi tremila euro per Pasqua".

Finiti in carcere anche Luca Roberto Ficarra, 28 anni, Placido Cacciatore, 36 anni, e Giuseppe Berretta, nato a Palermo 42 anni fa. Il giudice per le indagini preliminari ha invece concesso gli arresti domiciliari a Massimo Comparetto, palermitano di 36 anni, Davide Terzo, 27 anni anche lui di Palermo, e Gianni Santospirito, nato a Buffalo negli Usa 34 anni fa.
"Gli imprenditori vittime del pizzo - ha spiegato ancora il procuratore De Francisci - non hanno collaborato. Abbiamo deciso di non ascoltarli nemmeno, perché abbiamo capito che non ne avremmo cavato nulla". Ancora una volta le intercettazioni si sono rivelate "fondamentali". "Non abbiamo trovato libri mastri, ma abbiamo capito quanto pagano le vittime e con quale cadenza". De Francisci ha osservato ancora che mentre a Palermo si diffondono la denunce delle vittime di estorsione, "nei paesi la mentalità mafiosa è ancora vincente". Un concetto ribadito dal comandante provinciale dei carabinieri, colonnello Teo Luzi per il quale ciò che emerge dalle indagini è "l'ambiente particolamente omertoso della provincia". "In città vediamo segnali positivi, a Ficarazzi no. Nell'hinterland le 'famiglie' sono ancora molto attive, e per controllare il territorio ricorrono a una violenza molto dura. Il pizzo è una delle attività principali per far cassa e sostenere le famiglie dei detenuti e le spese legali per i sempre pi numerosi boss arrestati. Tuttavia - ha affermato Luzi - sono convinto che con l'apporto delle associazioni antiracket si allargherà ulteriormente la cultura della collaborazione con le forze dell'ordine".

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ing, Ansa, Repubblica/Palermo.it]

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05 agosto 2010

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