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Il Raìs che sfida il mondo

Continua la guerra in Libia. L'Interpol ha spiccato un mandato di cattura internazionale per il colonnello Muammar Gheddafi

05 marzo 2011

Combattimenti violenti sono in corso nella città libica di al-Zawiya, 40 km a ovest di Tripoli, dove le forze fedeli al rais Muammar Gheddafi con carri armati hanno sfondato le linee dei ribelli. Lo dice l'emittente araba Al Jazira, che ha sentito in diretta alcuni testimoni. Venerdì la tv ufficiale libica aveva annunciato che le forze governative avevano ripreso il controllo della città.
Un testimone, un residente ad al-Zawiya, contattato al telefono da Al Jazira, ha raccontato con tono concitato che "ci sono pesanti bombardamenti sulla città con carri armati, armi pesanti e mortai mentre i ribelli stanno cercando di resistere con mezzi di fortuna. Loro (le forze fedeli al regime, ndr) non hanno pietà e sono estremamente brutali. Cioè un gran numero di feriti e un sacco di gente ammazzata nelle strade". Il testimone ha detto che "non c'è pietà nei confronti dei civili". L'inviato di Al Jazira International ad al-Zawiya, Tony Birtley, ha scritto sul live blog dell'emittente qatariota che la città "è nelle mani delle forze di Gheddafi, ma, apprendiamo, i combattimenti continuano". Un blogger ha riferito di almeno sei carri armati che trasportavano quelli che vengono descritti come "mercenari" di Gheddafi sono stati dati alle fiamme.

L'opposizione libica è impegnata contro le forze di Muammar Gheddafi anche su altri fronti: nei centri petroliferi di Brega, Ajdabiya e Ras Lanuf. Al 18esimo giorno di sommossa, i rivoltosi continuano anche ad avanzare lungo la costa, con l'intento di "andare avanti poco a poco nella loro direzione per spingerli ad arretrare". "Il piano è avanzare poco a poco nella loro direzione per spingerli ad arretrare - ha detto alla France Press il colonnello Bashir Abdelkader - non vogliamo batterci, vogliamo imporre loro una pressione psicologica (...). Ma se dobbiamo uccidere per vincere questa battaglia, lo faremo".
I rivoltosi hanno annunciato di aver preso il controllo di Ras Lanuf, situata a oltre 300 chilometri a sud-ovest di Bengasi, dopo violenti scontro con le forze di Gheddafi. Tripoli ha immediatamente smentito. Una fonte ospedaliera ha riferito di "numerosi morti e feriti". Ras Lanuf è un porto petrolifero di importanza strategica, situato a un centinaio di chilometri da Sirte, città natale e roccaforte di Gheddafi.
Venerdì ci sono stati scontri anche a Tripoli, con la polizia che ha usato gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti, scesi in piazza dopo la preghiera del venerdì. A Bengasi 5.000 persone hanno partecipato alla preghiera, in cui l'Imam ha annunciato che "la vittoria è prossima". Nella seconda città libica, due esplosioni hanno distrutto sera un deposito di armi, facendo almeno 19 morti. I testimoni hanno escluso un attacco del regime di Gheddafi.
E' stato intanto riaperto l'aeroporto internazionale Benina di Bengasi e accoglierà i voli organizzati dai libici in esilio all'estero, in particolare in Europa. A darne notizie è il sito internet del movimento '17 febbraio' che sta guidando la rivolta delle città orientali. "Abbiamo riaperto l'aeroporto - si legge - affinché i giovani libici all'estero possano unirsi ai loro fratelli delle città libiche che combattono contro i miliziani mercenari di Gheddafi".

Ieri l'Interpol ha spiccato un mandato di cattura internazionale per Gheddafi e per 15 dei suoi collaboratori più stretti. La notizia è stata diffusa dalla tv satellitare Al Arabiya. L'organizzazione internazionale della polizia ha diffuso un allarme globale nei confronti del leader libico. L'allerta invita i 188 membri dell'Interpol a collaborare nella realizzazione delle sanzioni contro la Libia e ad offrire assistenza al Tribunale Penale Internazionale nell'inchiesta sui crimini contro l'umanità commessi dal regime di Gheddafi.
Intanto il governo di Muammar Gheddafi ha chiesto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite di sospendere le sanzioni imposte contro la Libia una settimana fa, insistendo sul fatto che "nessuna opposizione è stata sollevata contro i manifestanti pacifici e disarmati". In una lettera firmata del ministro degli Esteri della Libia, Musa Mohammad Kusa, e indirizzata all'ambasciatore cinese Li Baodong, il cui Paese detiene la presidenza mensile a rotazione, si dice che il governo libico "si rammarica" per la decisione unanime del Consiglio di imporre l'embargo delle armi contro il Paese, il congelamento dei beni e il divieto di viaggiare per Gheddafi e la sua famiglia. Secondo quanto riportato nella lettera, il voto del 26 febbraio è stato preso "prematuramente per condannare e penalizzare la Jamahiriya araba libica quando la situazione non richiede un intervento" secondo la carta delle Nazioni unite. E continua, dicendo che la forza è stata usata solo contro "i trasgressori che hanno incluso elementi estremisti" intraprendendo "atti di distruzione e terrorismo". Nella lettera le autorità libiche chiedono anche di adottare un atteggiamento di fermezza nei confronti degli "Stati che stanno minacciando di ricorrere alla forza nel paese""Tale azione - si legge nella missiva - contrasterebbe con la Carta delle Nazioni Unite e le norme del diritto internazionale sulla sovranità di uno stato ed il non intervento negli affari interni di quello stesso stato o sulla violazione della sua sicurezza ed integrità territoriale".

Ieri mattina il presidente del Venezuela, Hugo Chavez, ha affermato che la sua proposta di mediazione nella crisi libica è stata accettata da Muammar Gheddafi. Intervenendo a un incontro politico, Chavez ha detto di aver parlato al telefono con il Colonnello. Gheddafi si è detto disponibile alla mediazione di una commissione internazionale che comprenda le Nazioni Unite "in modo che l'Onu - ha aggiunto Chavez - si renda conto di cosa sta realmente succedendo prima di trarre conclusioni e attaccare il popolo libico".
Per Fidel Castro la proposta del presidente venezuelano rappresenta "uno sforzo valoroso". "Chavez sta realizzando uno sforzo valoroso per trovare una soluzione senza l'intervento dell'Onu in Libia", ha scritto l'ex 'lider maximo cubano' in una delle sue nuove riflessioni. Secondo Castro, le possibilità "di raggiungere questo obiettivo aumenterebbero se si riuscisse a dar vita ad un grande movimento di opinione prima e non dopo l'intervento, in modo che la gente non debba vedere ripetersi in altri paesi l'atroce esperienza dell'Iraq".

Da Ginevra, intervenendo al Consiglio sui Diritti Umani al palazzo dell'Onu, il presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, ha laviato un chiaro messaggio alla comunità internazionale: "La violenza contro il popolo libico non può essere tollerata. Il colonnello Gheddafi deve fermare ogni azione militare". Il capo dello Stato ha accusato il raìs di aver assunto un atteggiamento di "aperta sfida alla comunità internazionale, una provocazione nei confronti dei protagonisti della vita internazionale che hanno detto basta con i bombardamenti, basta con la repressione". "La nozione di rispetto e protezione delle popolazioni non può essere un optional", è stato il monito di Napolitano. Il presidente ha promesso che l'Italia sosterrà "qualunque sforzo" perché la Libia rispetti i diritti umani e sia riammessa al Consiglio Onu da cui è stata sospesa. Il capo dello Stato ha anche definito "intollerabile" la "repressione e le atrocità che caratterizzano la tragedia libica". "L'Italia - ha aggiunto - sostiene pienamente l'appello del Consiglio di sicurezza dell'Onu per un rapido superamento" della crisi. Quindi, Napolitano ha citato "il messaggio che un italiano ha udito in questi giorni in Libia e riferito dopo essere stato evacuato da Misurata: 'lottiamo per la pace e una vera democrazia. Vogliamo che il mondo conosca la verità'".

[Informazioni tratte da Adnkronos/Aki, Corriere.it, Adnkronos/Ing]

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05 marzo 2011
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