Il tacchino di Natale

di Achille Campanile

25 ottobre 2005

Il tacchino va bene per il Natale,
ma il Natale non va bene per il tacchino.
(Proverbio inesistente)

"I gesuiti, per opinione generale, introdussero il tacchino in Francia".
Questa, in termini concisi, direi addirittura secchi, la notizia nuda e cruda tramandataci dalla storia.
Intanto sul fatto che sia opinione generale, ho i miei dubbi. Per conto mio non ho nessuna opinione in proposito. Ho trovato l'asserzione nell'opera "Gli uccelli" di Figuer e per controllarla ho interrogato amici e conoscenti, su chi avrebbe introdotto il tacchino in Francia. Tutti, senza eccezione, si sono dichiarati incompetenti a rispondere. Perfino i cuochi.
Comunque, diamo per buona la notizia. Da essa balzano anzitutto alcuni interrogativi: come mai i gesuiti introdussero il tacchino in Francia? che rapporti avevano quei religiosi con questo animale? e come mai, prima d'esservi introdotto dai gesuiti, il tacchino non era mai entrato sul suolo della nostra sorella latina? Dire per mancanza di passaporto, sarebbe voler scherzare. Come lo sarebbe dire che non vi erano ammessi i tacchini, perché è la terra dei Galli.
Piuttosto, c'era forse qualche rete protettiva lungo i confini della Francia, appunto per impedire che il tacchino sconfinasse abusivamente?
In qualunque modo si sia svolta la faccenda, immaginiamo la scena a cui allude la storia. Siamo presso il confine francese. Confine colla Svizzera, colla Spagna, colla Germania o il Belgio? Oppure con l'Italia?
Questo, la storia non lo dice, ma la differenza conta. Voi capite che, se il tacchino entrò dalla Germania o dal Belgio, forse era accompagnato da fegato grasso tartufato, e quasi certamente da patate e da cavoli. Laddove, se la Spagna fosse stato il luogo di provenienza, il suo corteggio sarebbe stato a base di pomodori o di peperoni. Innaffiato da vino, se proveniente dal Sud o dall'Ovest; da birra, se da paesi fiamminghi.
Dunque, sarebbe importante sapere da dove fu fatto il colpo.

Escludiamo l'Italia, in quanto resterebbe poi da sapere da chi e come il tacchino fosse stato introdotto presso di noi. Ci sarebbero gli altri paesi.
Immaginiamo la Spagna; i Pirenei. Zona di contrabbandieri che ben si adatta a un colpo di mano del genere e da all'impresa un colore romanzesco, uso Carmen. E' notte. Fischia il vento fra quelle gole selvagge. I gesuiti, che si sono proposti d'introdurre questo animale da cortile in Francia, cercano di fargli passare la frontiera spingendolo con giunchi, stuzzicandolo perché cammini. Il tacchino pettoruto incede e, dietro, la schiera dei religiosi.
Ora, due sono le ipotesi: l'introduzione del tacchino avvenne palesemente o clandestinamente, visto che si trattava d'un animale ancora ignoto in Francia?
Nella prima ipotesi bisogna immaginare l'arrivo al posto di frontiera. I doganieri vedono lo strano animale in compagnia d'una compagnia di gesuiti. Qualcuno ha un piccolo moto di timore.
"E questo che cos'è ?"
"Il tacchino."
"A che serve ?"
"A farlo arrosto"
"Ohibò!"
"E' ottimo a Natale e a Capodanno."
"Bè, passi, allora."
Nella seconda ipotesi, bisogna immaginare i gesuiti che aspettano il calar della notte e indi s'avventurano a passar la frontiera clandestinamente con l'animale di contrabbando. Quante peripezie, quanti patemi, prima d'arrivare al mal passo! E finalmente, zitti!, ci siamo. In punta di piedi i gesuiti, fra le gole dei monti, passano in fila indiana, spingendosi avanti il tacchino. Non era prudente lasciarlo indietro, visto che poteva sperdersi o essere acciuffato da qualche malintenzionato. Proprio a un passo dalla frontiera la bestiaccia, manco a farlo apposta, si mette a fare: glu glu glu...
Maledetto. I religiosi cercano di tappargli il becco. Cosa non facile. Ma sì! Quello starnazza. Rimbombano nelle tenebre notturne tre o quattro spari, i gendarmi confinari sono in allarme, s'odono di qua, di la, passi concitati nel buio, grida di "Chi va là ?". I gesuiti, immobili nelle tenebre, trattengono il respiro. Uno s'è ficcato sotto la tonaca il maledetto gallinaceo e gli tiene la testa avvolta nella gonna, perché non s'oda. Il tacchino si dibatte, ma viene trattenuto. Finalmente, torna la calma. Il pericolo è passato. In punta di piedi, i gesuiti riprendono il cammino, col tacchino avvolto in panni, a rischio di soffocarlo.
Sia lodato il cielo, la linea è superata. Siamo in terra di Francia. I gesuiti lasciano libero l'animale e proseguono liberi, felici.

Il tacchino è stato introdotto in suolo francese, nella terra della libertà, dove l'attende la padella.
Ma forse, tutto questo non è che fantasia. Forse l'introduzione avvenne via mare, più probabilmente, poiché credo che il tacchino provenisse dall'America e che in Europa fosse ancora ignoto.
Doveva essere il Sei o il Settecento. L'epoca dei galeoni, dei pirati, dei tesori nascosti nelle isole disabitate. Allora viaggiare per mare era un'avventura.
Quante peripezie nella lunga traversata, durante la quale più volte l'incolumità del gallinaceo dovett'essere messa in pericolo dalle tempeste, dalle sollevazioni di un equipaggio poco docile e soprattutto dallo scarseggiare delle vettovaglie. Per tacere delle occulte e subdole mire del capitano in persona, desideroso magari d'offrire un pranzetto en tete a tete a qualche bella passeggera avventurosa, uso Manon Lescaut.
Mancavano i viveri a bordo. Equipaggio e passeggeri, deportati e deportate, languivano famelici nelle stive, fra tutte quelle lanterne, fra quelle botti, quei barili, quelle botole, scale, scalette, gambe di legno, e quegl'ingombri d'ogni specie che rendevano oltremodo difficile la circolazione sulle navi d'una volta e che, dopo alcuni secoli, dovevano rivelarsi provvidenziali per gli autori dei film di pirateria e filibusteria.
Il capitano sa che c'è a bordo, chiuso in una gabbia, il misterioso pennuto. Un'occhiata d'intesa al cuoco, quasi certamente cinese. Un lampo di risposta sinistro, nello sguardo di questo. E appena cala la notte, malgrado la presenza a bordo di alcuni misteriosi personaggi - possibilmente con almeno una gamba di legno - un'ombra armata di coltello scivola nelle tenebre verso la stiva, si cala nel boccaporto.
Un attimo d'attesa e subito uno starnazzare d'ali e un gorgoglio disperato, strozzato immediatamente. Il colpo e fatto. Tra poco nella cabina del comando sarà straziante e splendido vedere la salma del tacchino dorata dal forno, stesa immobile supina fra quattro candele, esalante quel profumo appetitoso, sulla tavola del capitano riccamente imbandita. E la bella deportata cederà le proprie grazie in cambio d'una dorata fetta del saporito gallinaceo. Eh, si potrebbe scrivere un romanzo sulla traversata oceanica del tacchino! Un romanzo nel quale converrebbe dare il debito posto anche alle proteste dei gesuiti, ai loro mille sottili artifizi per salvare il pennuto dal coltellaccio della cucina e portarlo sano e salvo in Francia.
Dove evidentemente avevano intenzione di fargli fare la stessa fine, altrimenti non si spiegherebbe tutta la loro smania d'introdurlo nel vecchio mondo.

Ma, ora che ci penso, perché ciò potesse avvenire, come avvenne, occorre che l'episodio della traversata oceanica relativo al pranzo offerto dal capitano alla bella deportata, a base di tacchino arrosto, si concluda in senso sfavorevole alle mire del capitano stesso, e' che il tacchino, per qualche drammatico avvenimento che potrebbe dar materia ad un interessante capitolo, sfugga al coltello del cuoco cinese.
Allora, sorvoliamo su tutto ciò, per arrivare subito alla banchina del porto di Le Havre o di Marsiglia. E una mattina d'inverno nebbiosa e triste. Da qualche minuto è arrivato il pacchebotto d'oltre oceano e si sta procedendo alle operazioni di sbarco. Una compagnia di gesuiti s'appresta a scendere la scaletta, tutti stretti l'uno all'altro, come per nascondere qualcosa. Il doganiere li conta, controllando il registro di bordo:
uno... due... tre... Si, sono tutti, non ne manca e non ne cresce nessuno.
Avanti. I gesuiti passano. Nel momento cruciale, proprio sotto gli occhi del controllore, s'ode un improvviso glu-glu soffocato.
Che è? Chi è stato? Il doganiere guarda il gruppo con aria sospettosa. Non conosce ancora il tacchino, non sa che quello è il suo verso. Crede si tratti d'uno sberleffo. Fissa severo i religiosi, che passano seri, un poco pallidi.
L'hanno scampata bella. Ma tutto è bene quel che finisce bene. Ora fortunatamente il pericolo è  passato, il tacchino è in Francia, cioè in Europa, e comincia per lui la sua seconda vita: la fulgida era in cui verrà sempre più onorato nell'intiero vecchio mondo, oltre che nel nuovo, a Natale e a Capodanno.
Certo, dovett'esserci anche un che di gesuitesco, nell'introduzione. Forse essa avvenne mercè qualche sottile accorgimento. Forse si finse d'introdurre altro, magari un semplice gallinaccio, un cappone. Forse si spacciò  il tacchino per un grosso colombo. O per una delle aquile romane, di ritorno.
Ma qui mi viene il dubbio che l'eroe della nostra storia sia stato introdotto arrosto. In questo caso ci sarebbe tutto da rifare, circa le scene
immaginate. Come riuscirono a passare, i gesuiti, con la teglia calda e il suo profumato contenuto? E dove e come avevano cucinato l'animale, non prima visto da altri?
Interrogativi che attendono risposta. Ma l'essenziale è che ora esso c'è e ci resterà.
E non rimane che fargli quella festa che merita.

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25 ottobre 2005

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