Il ''tesoretto'' dei videopoker finito nelle tasche della Mafia. Lo scoop del quotidiano il Secolo XIX

01 giugno 2007

Cento miliardi di euro, provenienti dal mega business degli illeciti videopoker, con imposte evase e sanzioni non incassate, che lo Stato non ha mai riscosso. Una cifra che farebbe impallidire il tanto citato ''tesoretto'' (che dovrebbe aggirarsi attorno ai 10-12 miliardi) e che equivale a tre robuste Finanziarie.
Un tesoro che poteva essere incassato dallo Stato se solo fossero state applicate le regole in vigore.
La rivelazione è arrivata dalle pagine de ''Il Secolo XIX''. In un'inchiesta del quotidiano ligure, firmata da Marco Menduni e Ferruccio Sansa, si parla di una relazione messa a punto da una supercommissione di esperti, guidata dal sottosegretario all'Economia, Alfiero Grandi, e dal generale della Finanza, Castore Palmerini. Una relazione imbarazzante finita sul tavolo del viceministro Vincenzo Visco.
Nella vicenda oltre che l'imbarazzo si fa largo anche l'allarme, infatti, secondo quanto hanno scritto i giornalisti del Secolo XIX, parte di questa immensa quantità di denaro sarebbe finita nelle tasche della criminalità organizzata. Il Gruppo antifrodi tecnologiche della Guardia di Finanza ha indicato anche i beneficiari di tanta manna: Cosa Nostra e soprattutto la cosca catanese di Nitto Santapaola.

L'inchiesta indica la grossa somma non incassata dall'Erario dalle macchinette che non sono state messe in rete telematica come previsto invece dalla legge.
La messa in rete degli apparecchi da videopoker dovrebbe consentire allo Stato, tramite la Sogei, di verificare l'ammontare delle giocate per incassare le imposte dovute. ''Per il 2006, secondo dati dei Monopoli - si legge nel rapporto della commissione d'indagine, come riporta il Secolo XIX - a fronte di un volume di affari pari a 15,4 miliardi di euro vi è stato un gettito fiscale di 2,72 miliardi con circa 200 mila apparecchi attivati''. Secondo le stime della Finanza, invece, la raccolta di gioco reale ammonterebbe a 43,5 miliardi con i due terzi di macchinette (circa 40 mila) non collegate in rete.
Dall'inchiesta emerge anche dettaglio incongruente: la legge prevede che gli apparecchi non collegati alla rete siano chiusi in un magazzino. Ebbene, in un bar di Riposto (Catania) ne risultavano depositati in un giorno ben 26.858. Se ammucchiati l'uno sull'altro, ha calcolato il Secolo XIX, la pila sarebbe alta quanto l'Etna.

- L'inchiesta de Il Secolo XIX

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01 giugno 2007

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