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IL TESTIMONE

La verità di Massimo Ciancimino nel processo a carico del Generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu...

01 febbraio 2010

E' iniziata stamane, intorno alle 10.00, nell'aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo l'udienza del processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura, nel 1995 a Mezzojuso (PA), del boss Bernardo Provenzano.
Davanti ai giudici per deporre Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino.
Secondo quanto affermato negli ultimi mesi da Massimo Ciancimino, che rende dichirazioni ai magistrati di Palermo, Caltanissetta, Roma e Milano, dopo le stragi di mafia del 1992 ci sarebbe stata una 'trattativa' tra lo Stato e la mafia in cui Mario Mori, allora capo del Ros dei Carabinieri, avrebbe avuto un ruolo.
A inizio udienza il pm Antonino Di Matteo, che ha chiesto e ottenuto la deposizione di Ciancimino jr, ha chiesto l'acquisizione della sentenza del processo a carico di Giovanni Mercadante, l'ex deputato regionale condannato a dieci anni di carcere per associazione mafiosa, in cui sono state ritenute dai giudici "credibili" le dichiarazioni rese da Massimo Ciancimino nel corso del processo. La difesa, rappresentata dall'avvocato Pietro Milio, si è opposta. La stessa difesa ha poi chiesto al Tribunale l'acquisizione di alcuni documenti, tra cui manoscritti sequestrati a Massimo Ciancimino, alcuni dei quali del padre.

Quello di oggi è sicuramente un momento decisivo: dopo tutte le parole che hanno riempito chili di verbali, le comparsate in tv, le interviste, Massimo Ciancimino siede sul banco dei testimoni. Letta la formula di rito non potrà che dire tutta la verità. Ovviamente la sua. Quello che sa e che ha saputo da Don Vito, suo padre, che per trent’anni ha rappresentato uno dei personaggi principe del rapporto fra Cosa nostra e i partiti politici.
Dunque, Ciancimino jr depone oggi al processo contro il generale Mori e il colonnello Obinu. L’accusa, rappresentata dal pm della Dda Di Matteo, è di favoreggiamento aggravato. Il 31 dicembre 1995 Bernardo Provenzano poteva essere preso ma il Ros dei carabinieri – ai cui vertici si trovavano gli imputati - non sfruttò l’occasione. L’allora superlatitante era stato "agganciato" da Luigi Ilardo, il mafioso-spia che aveva già fatto catturare numerosi fuggitivi. Il rapporto fiduciario era con Michele Riccio, colonnello in fuga dal Ros transitato alla Dia, che è diventato il principale accusatore della vicenda che è una sorta di sequel alla mancata perquisizione del covo di Totò Riina. La squadra sotto inchiesta è sempre la stessa, con a capo Mario Mori. Se trattativa fra la mafia di Riina e Provenzano e pezzi di istituzioni c’è stata, questa sarebbe la contropartita. Ed è a questo punto che diventa importante, secondo l'accusa ascoltare Massimo Ciancimino.
Nell’udienza di oggi - che vedrà una testimonianza-fiume fino a domani pomeriggio -, è stato acquisito agli atti il famigerato "papello", anche perché il documento porta l’iscrizione "consegnato spontaneamente nelle mani del col. Mori Ros".

"Sono tranquillo. Deporrò in questo processo, dicendo tutta la verità", ha detto Massimo Ciancimino, prima di entrare in aula. "Non ho alcun patrimonio da farmi restituire ma solo una barca e la società Pentamax, sono libero da questi condizionamenti". Ha detto ancora Ciancimino.

LA DEPOSIZIONE DI MASSIMO CIANCIMINO (In progress...)
"Io, uno dei cinque figli di mio padre, ero l’unico che non era impegnato lavorativamente. A cominciare dal 1984 mi sono trasferito a Roma e ho assistito mio padre. Ero presente al 95 per cento dei colloqui di mio padre. Vivevamo assieme. Siamo riusciti a trovare casa nella discesa di via San Sebastianello al primo piano, vicino piazza di Spagna. Dal 1991 fino al giorno in cui mio padre è morto nel novembre 2002, la mia residenza è stata sempre lì e io sono stato con lui" [...] "Mio padre mi disse che Bernardo Provenzano godeva di una sorta di immunità territoriale per cui, anche da latitante, poteva muoversi liberamente [...] Questa immunità, secondo quanto mi ha spiegato mio padre era garantita da una sorta di accordo alla stipula del quale aveva partecipato proprio mio padre. Accordo che risale al maggio del '92".
Ciancimino ha detto di conoscere Provenzano "da sempre". "Ho ricordi di lui, nelle mie villeggiature estive negli anni '70, fin da quando ero un ragazzo. Lui e mio padre si conoscevano, anche per rapporti di vicinato". Il testimone ha detto di avere conosciuto il capomafia con il nome di "ingegner Lo Verde" e ha scherzosamente ricordato che il padre lo rimproverava di avere risposto male al boss di Corleone, quando era ragazzino: "Tu sei l'unico - mi ripeteva - che è riuscito a dire cornuto a Provenzano". "Gli incontri con Provenzano-Lo Verde si sono sempre svolti nell’epoca in cui io avevo 17 anni. Due tre volte al mese, venivano sempre nella nostra abitazione. Nei primi anni ’80, serviva più cautela, si rese necessaria più attenzione. Sono stato preposto ad accompagnare mio padre agli incontri più prudenti, sono stato l’unico ad accompagnarlo. Dal ’99 mio padre era agli arresti domiciliari. Lo stesso Provenzano frequentava l’appartamento al Roma, 2-3 volte l’anno. Mio padre disse che era lui un pericolo per Provenzano, non il contrario. Provenzano era garantito da un accordo che poteva girare per Roma senza problemi. Che vadano dietro a Provenzano era impossibile. Non ero tranquillo durante gli incontri perché avevo la responsabilità di mio padre".
Massimo Ciancimino ha quindi raccontato che "nel 1990 mio padre si fece annullare l'ordine di carcerazione grazie ai rapporti che aveva in Cassazione". Il teste ha fatto esplicito riferimento, come autorità giudiziaria che annullò la misura, la prima sezione della Cassazione all'epoca presieduta dal giudice Corrado Carnevale.

Il figlio dell'ex sindaco di Palermo ha parlato anche di Totò Riina. "Mio padre conosceva anche lui da quando erano ragazzi. Tra loro il rapporto è sempre stato teso. Mio padre non lo stimava e preferiva Provenzano". Ciancimino ha raccontato che suo padre, appositamente, faceva attendere Riina quando questi lo andava a trovare e ne rifiutava i regali ritenendo che portassero sfortuna. "Provenzano era meno irruento, di più elevato livello culturale... Riina rispetto a Provenzano non era molto frequente vederlo a casa mia. L’avrò visto a casa 3 o 4 volte… Era un rapporto contrastato, non c’è stato mai buon sangue, ma per pax, per gestire le cose, lo stesso 'Lo Verde' lo invitava a essere più paziente e meno irriverente. Aveva un atteggiamento astioso, lo faceva aspettare a lungo. Anche Lipari glielo diceva. Veniva per Pasqua e Natale con i regali, che non voleva toccare… diceva che portavano sfortuna… ho visto tante discussioni accese tra i due". "A fine marzo del '92, dopo l'omicidio dell'onorevole Lima, Bernardo Provenzano disse a mio padre che Totò Riina aveva intenzione di togliersi qualche sassolino nella scarpa e di fare capire ad altri politici cosa significava non rispettare i patti. Secondo Provenzano, Riina aveva una lista di politici e magistrati da eliminare: "Grasso, Vizzini, Mannino. Soggetti che, per motivi differenti, dovevano essere uccisi". "Mio padre - ha aggiunto Ciancimino - seppe da Provenzano che erano cambiati gli interlocutori di Riina e che i suoi nuovi referenti erano d'accordo con lui nella strategia di cambiamento che stava portando avanti anche attraverso l'eliminazione di rami secchi"  [...] Il disegno attuato con l’omicidio di Lima era l’apertura nuovi rapporti e chiusura di vecchi rapporti. Erano cambiati i referenti di Riina e questi erano compiacenti, anzi avrebbero appoggiato la linea. C’erano cambiamenti... ma per mio padre erano discorsi folli, però la frase che mi ricordo mi disse è che 'c’era qualcuno che gli stava riempiendo la testa di minchiate' non era bastata l’esperienza di Lima e gli altri, che avevano promesso di intervenire sull’esito nel Maxiprocesso, (Riina, ndr) aveva trovato qualcun altro che offriva di più... aveva detto che la politica dovevano essere loro, gli imprenditori dovevano essere loro.. avevano i numeri per fare il salto di qualità, entrare strutturalmente delle grandi imprese e nella politica''.

Ciancimino jr ha poi parlato della questione degli appalti e dei personaggi 'molto importanti' che contattavano il padre. "Mio padre aveva inventato una specie di sistema di spartizione degli appalti: potremmo chiamarlo il sistema Ciancimino. D'accordo con Provenzano gli appalti venivano spartiti equamente tra tutti i partiti, in Consiglio comunale, a seconda della loro rappresentatività". "A Palermo avevamo 4 telefoni, a Mondello 3. Due uso diretto di mio padre e uno in particolare era il ‘telefono rosso’. Non veniva mai staccato e anche quando lo staccava dalla camera da letto, io ero messo a rispondere. Chiamavano l’onorevole Gioia, Lima, Ruffini, Lo Verde, il signor Franco-Carlo. Dai primi anni '80 fino al 2002 ho fatto tramite dei pizzini. Mi è capitato più volte, specialmente nell’ultimo periodo, di prenderle direttamente dalle mani di Provenzano". "I rapporti di mio padre con i servizi nascono nel periodo in cui il ministro Restivo reggeva il dicastero degli Interni. Mio padre aveva stabilito rapporti stabili con Franco, uno dei personaggi che avevano accesso alla linea telefonica diretta o si presentava senza appuntamento. La prima volta lo vedo a fine anni ’70. Lo vedo in contatto con mio padre fino a qualche mese prima della morte di mio padre. Veniva a casa mia senza problemi, mio padre ci si incontrava anche nei momenti della passeggiata giornaliera. Lo rivedo ai funerali di mio padre e mi passa un busta con le condoglianze del 'signor Lo Verde'". "Non conosco l’identità del signor Franco, mio padre credo la conosceva perché il rapporto era consolidato, avevo il numero del telefonino nel mio numero che, stranamente, non è mai stato messo sotto controllo. Io so che questa persona è ancora in vita perché soggetti dei servizi a lui vicino sono venuti a farmi visita nel mio appartamento di Bologna. Questo soggetto mi dava, con atteggiamento non carino, non opportuno, una serie di indicazioni da seguire... questo soggetto disse di essere mandato dal signor Franco, l’avevo visto altre volte guidare la macchina del signor Franco, questo fatto l’ho denunciato. Mi disse che per la strada che stavo percorrendo, se non avessi avuto beneficio, non avevo ascoltato i consigli del signor Franco che era stato amico e attento alle problematiche di mio padre. Sembrava stessi venendo meno rispetto ad alcuni impegni che erano stati assunti... mi chiese se ero così "testa di..." da non aver capito che non davo valore alla mia esistenza e non consideravo le eventuali conseguenze sulla mia famiglia. Il mio ruolo aveva creato attriti con mia moglie che pensava potessi essere pericoloso... il 18 giugno avevo udienza conciliatoria... mi fecero arrivare questo tipo di avvisaglia a pochi giorni dall’udienza".

La strage di Ustica, il sequestro Moro, gli affari a Milano e la strage di Capaci. "Mio padre in quell’occasione era cercato ed era stato invitato a parlare con Lima e Ruffini perché era un aereo che proveniva da Bologna era caduto in mare. In quell’occasione s’era messo in contatto con l’onorevole Lima, dovevano attuare una sorta di programma... era un incidente non voluto e non causato... c’era stata una mala interpretazione aerei inerenti alleanze... un aereo tunisino voleva evitare uno di questi missili, mettersi dietro l’Itavia... Mio padre era coinvolto per quanto riguardava l’attività di copertura dettata da esigenze di carattere politico... il signor Franco insieme a Ruffini avevano identificato in mio padre soggetto già sperimentato mio padre con compiti di copertura... fu scelto lo stesso canale di copertura del sequestro Moro. Da salvaguardare c’erano i terreni assegnati alle basi militari americane. Esigenze che venivano da Roma, per gestire la situazione, per non fare emergere la verità. Mio padre doveva attivare i suoi canali, Provenzano, per controllare e gestire le fughe di notizia, accedere a soggetti che sapevano come veramente si erano svolti i fatti per non inficiare gli esiti della aree concesse [...] Per il sequestro Moro, Vito Ciancimino doveva invitare "esponenti della Dc collegati con Cosa nostra a non rendersi utili a indicare il covo in cui era tenuto in ostaggio il presidente Moro. In quell’occasione fu invitato dall’allora Ruffini, sollecitato da Zaccagnini. Mio padre fu chiamato in causa per far questo tipo di apporto. Ma anche dal signor Franco. Già era stata identificata la zona dove era tenuto Moro, ma questo non doveva essere diffuso. Non aderire alle indicazioni date... di non dare notizie, invitava a non dare informazioni..."
Massimo Ciancimino ha inoltre rivelato che: "Parte del denaro di mio padre, negli anni ‘70, fu investito in una grossa operazione edilizia realizzata nella periferia di Milano chiamata 'Milano2'". Secondo il testimone l’ex sindaco, convinto a fare l’investimento dagli imprenditori Nino Buscemi e Franco Bonura, inizialmente non era entusiasta del nuovo business, ma poi avrebbe finito per accettare.

Il "papello": la trattativa Stato-mafia. "Nel volo Fiumicino Palermo, 5-6 giorni dopo la strage di Capaci, ci siamo incontrati nell’area del check-in. 'Ci vediamo a bordo se c’è posto libero ci sediamo accanto' mi ha detto. Si iniziò a parlare col capitano De Donno, mi chiese se c’erano condizioni di un incontro in prima persona col capitano... il colloquio doveva assumere altra veste, qualcosa di ufficioso, soprattutto se c’era disponibilità a riceverlo non in veste di capitano ma in altro ruolo. Già dall’allora mi disse che a capo che c’era l’allora colonnello del Ros, Mario Mori. 'Giuseppe renditi conto che nella forma mentis di mio padre non c’è quella di ricevere i carabinieri a meno che non lo convocate'... dopo due tre giorni l’ho detto a mio padre, mi ha meravigliato l’assenza di stupore di mio padre su questa richiesta di colloquio. Mi aspettavo meraviglia, stupore, ma non era sorpreso più di tanto... c’è stato un incontro sia con il Lo Verde (Provenzano, ndr) che con il signor Franco, mio padre mi disse di contattare il capitano per prendere un appuntamento". "Primo incontro fra De Donno e mio padre, attorno all’ora di pranzo, prima decade di giugno. Nel primo incontro non è presente il colonnello Mori. Io ho accompagnato il colonnello De Donno a casa mia e ho avvisato mio padre. All’uscita dell’incontro De Donno disse che c’era possibilità di continuare colloqui... Nel terzo incontro De Donno è venuto in compagnia di Mori, lo dico per averlo visto, per averli presi e accompagnati. Siamo nella metà di giugno. Mio padre una volta che comunica a De donno che è disponibile, dice che vuole parlare col 'dante causa'... gli incontri sono avvenuti prima della strage di via D’Amelio... due o tre incontri, mio padre s’è sempre servito di me come tramite. Il 29 giugno prendo dalle mani del dottor Cinà quello che viene indicato volgarmente 'papello', a Mondello, nell’area introno al bar Caflish, con lettera a corredo.. mio padre ha incontrato il signor Franco, poi Lo Verde per chiedere il permesso di riceve il capitano... Uno stato che viene a trattare e mettere benzina nel radiatore. L’istituzione che cerca dialogo ora, accredita la linea intrapresa da Cosa nostra... il fatto stesso che questi cercassero il contatto… non condivideva, significa esaltare il ruolo di Riina, accreditava la strategia. Grave errore, secondo mio padre". [...] "Il signor Franco disse a mio padre che il ministro Mancino e Rognoni erano informati dell’attività dei carabinieri. Mio padre prima di accettare un incontro con i carabinieri del Ros aveva chiesto l’autorizzazione a Bernardo Provenzano. A proposito dei contenuti dei primi incontri mio padre mi disse che i carabinieri proponevano una resa incondizionata dei latitanti mafiosi e in cambio assicuravano trattamenti di favore ai loro familiari".

La corte ha poi mostrato il papello a Massimo Ciancimino e questo ne ha ricostruito la genesi. "Ricordo esattamente quando ho consegnato questa busta sul letto di mio padre, mi disse di rimanere in casa perché avrei dovuto chiamato De Donno. Sul momento mi dice, infatti, di prendere appuntamento con il capitano e il colonnello, poi col signor Franco (...) Mio padre che ha subito detto 'il solito testa di minchia' facendo chiaro riferimento a Riina, mi ha raccontato che lui ha informato subito delle proposte inaccettabili... era come volere vendere una 500 30 milioni... 'Forse è più saggio dire no che mettere un cumulo di minchiate messe assieme' mi ha poi detto mio padre... ne parla col Provenzano e dallo stesso viene invitato a trovare punti di mediazione, a portare pazienza".
La corte ha mostrato dopo un’altra lista di richieste, il secondo 'papello' redatto da Vito Ciancimino. "E' scritto da mio padre. Manoscritto risalente, dice mio padre, nel periodo, '92, era il contenuto di quello che era l’invito fatto da Provenzano di non arroccarsi in posizione di diniego assoluto sulle controrichieste di Rina... cercare di trovare punti di intesa sulle finalità di uno e che potessero essere presentabili a chi lo doveva ricevere. Per dare un minimo di disegno logico, argomentazioni che potevano trovare un minimo di accoglimento dei soggetti proposti… era abitudine di mio padre servirsi di questi appunti, promemoria a quella che doveva essere la discussione ai successivi incontri a Palermo con Lo Verde che con gli ufficiali dell’Arma".

A causa della stanchezza del teste e in vista della trattazione di un punto cruciale della testimonianza che non potrebbe essere interrotto, la corte ha rinviato il processo a domani mattina alle 9:30, aggiungendo un ulteriore udienza per il giorno 8 febbraio.

[Informazioni tratte da Adnkronos/Ing, ANSA, La Stampa.it, LiveSicilia.it, La Siciliaweb.it]

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01 febbraio 2010
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