In Italia 40mila persone non sanno di avere l'Hiv

Cala l'attenzione verso l'Aids, una malattia che fa meno paura perché non fa più notizia

01 dicembre 2008

Sono 1.144 le persone sieropositive che si sono ammalate di Aids nel 2007, quelle cioè che durante lo scorso anno hanno manifestato i segni di malattie conseguenti all'infezione da Hiv. "Ma nel 2007, come ogni anno, altre 4.000 persone si sono infettate con l'Hiv mentre sono almeno 40mila le presunte infezioni non diagnosticate, quelle cioè di persone che hanno contratto il virus magari anni prima e che ne sono ancora inconsapevoli", ha denunciato Rosaria Iardino, presidente NPS - Network Persone Sieropositive, dal 2° meeting nazionale dell'associazione tenutosi a Torino sabato scorso.
 
Durante il convegno sono stati commentati i dati relativi alla diffusione della malattia in Italia. La tendenza alla diminuzione del numero di casi di Aids conclamato nel nostro Paese appare sempre meno netta e in alcune Regioni, come il Lazio o la Toscana, si registra addirittura un nuovo incremento. La colpa, secondo gli esperti riuniti a Torino è soprattutto del ritardo nella diagnosi: quasi la metà delle persone che scoprono di essersi infettate se ne rendono conto quando si manifestano i segni della malattia. Che, invece, potrebbe essere tenuta lontana dai farmaci disponibili che, in molti casi, possono controllare l'infezione in modo che non dia segni clinici evidenti. Se, invece, si arriva alla diagnosi di Aids conclamato, il rischio che le terapie falliscano è molto più elevato.

E, purtroppo, di Aids si muore ancora: 190 persone sono morte nel corso del 2007 per le conseguenze dell'infezione da Hiv e quasi la metà (87) sono i deceduti che avevano avuto una diagnosi di Aids nel corso dell'anno. Sale così a 35.358 il triste conteggio dei morti per Aids nel nostro Paese.
Il problema, dunque, sta nella tendenza ad abbassare la guardia e la sottovalutazione del rischio di una malattia che non fa più notizia. Oltre 33 milioni di persone al mondo ne sono colpite e di queste 2,1 milioni sono bambini o ragazzi sotto i 15 anni d'età. Ogni giorno si aggiungono 7.500 nuove infezioni, ma il mondo occidentale si è in qualche modo abituato a convivere con la malattia e la maggior parte della gente lo ritiene un problema degli altri, nei paesi in via di sviluppo.
In Italia, dall'inizio dell'epidemia allo scorso anno, dicono i dati dell'Istituto Superiore di Sanità aggiornati al 31 dicembre 2007, di Aids si sono ammalate 59.500 persone e 35.300 sono morte. La Lombardia è la regione più colpita, ma nell'ultimo anno il tasso di incidenza maggiore è stato in Lazio.

I progressi della medicina hanno fatto segnare passi in avanti notevoli: nel nostro paese i decessi sono passati da 4.851 del 1995 ai circa 200 del 2007. Eppure pensare che il problema sia ormai archiviato è una chimera.
Negli anni la malattia ha cambiato volto: attualmente si trasmette quasi esclusivamente per via sessuale e, mentre scende il numero dei tossicodipendenti sieropositivi, aumentano i contagi da mamma a bambino. Come dimostrano i risultati del sondaggio Swg condotto per NPS, l'Aids oggi in Italia non fa più paura: nel 1991 le persone che mettevano la malattia in cima alle loro preoccupazioni erano il 20 per cento. Oggi, diciassette anni dopo, sono il 4,8 per cento. I dati relativi ai test per l'Hiv sono speculari: meno del 30 per cento degli italiani si sono sottoposti ad esami diagnostici contro oltre il 60% di paesi europei come la Francia.

Come affrontare il problema? Secondo Adriano Lazzarin, della divisione malattie infettive dell'ospedale San Raffaele di Milano, non basta rendere disponibile il test in modo gratuito, ma bisogna facilitarne la diffusione. E far sapere alla gente che c'è anche un esame più facile, che si chiama appunto, easy test, il test della saliva, che, anche se non preciso come quello del sangue, è molto meno invasivo e può far avvicinare le persone all'idea di effettuare un controllo. L'immunologo Fernando Aiuti, invece, è più favorevole ad una strategia che individui fasce di popolazione e gruppi di persone mirate, per non sprecare risorse ed energie.

Continuano intanto le sperimentazioni cliniche sul vaccino terapeutico italiano basato sulla proteina di replicazione virale Tat (LEGGI): "entro gennaio tutti i dieci centri italiani coinvolti nel trial - spiega Barbara Ensoli dell'Istituto Superiore di Sanità - saranno attivi e arruoleranno i 128 volontari previsti per la fase due della sperimentazione". Se i risultati saranno positivi, si passerà alla fase finale dei trial per verificare l'efficacia del vaccino.

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01 dicembre 2008

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