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In Italia ritorna forte il fenomeno dell'emigrazione, che porta i giovani lavoratori dal Sud verso il Nord

I trasferimenti verso il settentrione crescono ai ritmi che si avevano negli anni '50

02 maggio 2005

Non hanno più le facce in bianco e nero, né le valige di cartone legate con lo spago, forse però si può sempre riconoscere nei loro occhi una certa malinconia. Sono i nuovi emigranti, sono a colori, hanno il trolley, sono giovani e con in tasca diplomi e lauree. Navigano su Internet, parlano le lingue straniere e sono alla ricerca di un luogo dove sia possibile esprimere il proprio talento.
Insieme a questi, come sempre, si aggiungono le forze lavoro meno qualificate, con le stesse giovani facce e la stessa speranza di trovare altrove quello che la loro terra non gli può dare.
Il motivo per andare via dal proprio Paese però, non è cambiato, sia per quelli di prima che per quelli di adesso è lo stesso. 

I nuovi emigranti italiani hanno ricominciato, sempre più numerosi, a lasciare il Sud per cercare lavoro al Nord. ''Le migrazioni interne dal Mezzogiorno e verso l'Italia centro-settentrionale - spiega l'economista Nicola Rossi, deputato dei Ds ed ex consigliere economico del governo D'Alema - dopo essersi pressoché annullate alla metà degli anni Ottanta si sono attestate intorno a poche decine di migliaia di unità per poi riprendere a crescere significativamente a partire dalla metà degli anni Novanta e superare le 70mila unità. Un livello molto prossimo a quello registrato sul finire degli anni Cinquanta e che non era stato osservato fin dalla metà degli anni Settanta''.

I dati più recenti dell'Istat (che spesso hanno dato sostanza statistica per strumentalizzare il fenomeno sempre al centro della campagna elettorale per il voto regionale), sui trasferimenti di residenza in Italia, elaborate alla fine del febbraio scorso e relative al decennio 1993-2002, rilevano  che: ''la tendenza nell'ultimo decennio alla ripresa delle migrazioni di lungo raggio lungo le direttrici tradizionali. Tra il 1993 e il 2002, infatti, i trasferimenti tra regioni diverse sono aumentati dell'1,8% annuo, a fronte dello 0,7% dei trasferimenti intraprovinciali e dell'1% fatto registrare da quelli tra provincie della stessa regione''.
Questi dati, oltre a confermare la prevalenza degli spostamenti da Sud verso Nord (97mila il saldo netto annuo, isole comprese, nel '93 salito a 130mila nel 2002), evidenziano che si è decisamente rafforzata l'emigrazione verso le regioni del Nord-est (con un aumento di oltre il 50% di iscritti da altre regioni) e che è cresciuto in misura sostenuta il numero dei cancellati dalle regioni meridionali e dalle isole (+25% circa).
L'Istat ha rivelato ancora che: "In termini assoluti quasi il 45% dei trasferimenti interregionali (151mila, pari al 44,8%) ha origine nel Mezzogiorno: nonostante l'accresciuta importanza del ruolo del Nord-est, questi flussi si distribuiscono prevalentemente nelle regioni del Nord-ovest (32,1% del totale dei trasferimenti dal Meridione), ma anche nel Nord-est (27,4%) e nel Centro (26,5%). Solo il 14% dei cancellati dalle regioni del Sud rimane nel Mezzogiorno''.

Secondo l'economista Nicola Rossi, si è di fronte a fenomeni migratori diversi rispetto a quelli del dopoguerra: ''Emigrano, in particolare, i più giovani, fra i 20 e i 35 anni, ma soprattutto emigrano in misura crescente i meridionali con i livelli più elevati di istruzione. Sono loro, accanto ai loro coetanei che rimangono nel 'sommerso' al Sud, i primi sintomi di malfunzionamento di un mercato del lavoro che ben pochi vantaggi ha tratto dalle scelte di politica regionale degli ultimi anni''.

Ripresa delle emigrazioni dal Meridio al Settemtrione riconosciuta anche dall'economista e consulente aziendale Marco Vitale, che però privilegia una chiave di lettura meno pessimistica di Rossi: ''Il fatto che i giovani, e soprattutto i più intraprendenti, vadano a cercare esperienze e fortuna in altri luoghi non è sempre negativo. Molti di loro non se ne vanno solo alla ricerca di uno stipendio, ma come rifiuto di una società o, meglio, di una classe dirigente che non amano. Cercano una società più libera, più meritocratica, meno corrotta, meno politicizzata, meno violenta. E non mancano - conclude Vitale - giovani meridionali che, fattesi le ossa altrove, ritornano preparati a svolgere compiti dirigenziali nel Mezzogiorno''.

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02 maggio 2005
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