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In Sicilia abbiamo la nostra ''Death Valley''

A Licata (AG) un deserto tutto siciliano dove non cresce più nulla

20 agosto 2008

"Su questa terra non cresce più nulla"
di Massimo Lorello (Repubblica/Palermo, 25 luglio 2008)

Il Maghreb ha attraversato il Canale di Sicilia. Si è portato il suo cielo rovente e un deserto che non è fatto di dune sabbiose ma di terra grigia e senza vita. Non cresce più niente in contrada Stretto, collinetta a cinque chilometri da Licata, avamposto dell'Africa italiana. La desertificazione, finora spiegata dagli scienziati agli scienziati con assi cartesiani e istogrammi, si materializza in un chilometro quadrato di crepe e sterpaglia. L'acqua è finita da un pezzo. È rimasto il sale che trascinava con sé. Il sale impolvera il terreno, il sale si compatta in blocchi cristallini che riverberano la luce. Il sale è l'angoscia persistente di chi, a valle, ogni giorno combatte per respingere l'invasore, per tenere lontano il deserto.

Sulla strada per contrada Stretto i cellulari prendono a fatica e se ti fermi con la macchina dev'essere perché hai un problema. «Vi serve qualcosa? Avete bisogno di aiuto?», chiede un dipendente della provincia di Agrigento insospettito dalla nostra auto in sosta così vicino al deserto. A insospettirsi sono anche due lucertole che chissà da quanto tempo non vedevano tanta confusione e per questo sbucano rapide da un crepaccio per riparare in un altro più profondo e sicuro. La vita, nella terra che non ha più vita, appartiene solo a loro. Gli ultimi uomini a passare da qui sono stati i pastori: lo dimostra la cenere che si è stampata sui sassi. Hanno dato fuoco alla sterpaglia: speravano che questo servisse a ritrovare, nella stagione fresca, un po' di erbacce da dare alle bestie. Speranza vana. Qui non cresce più niente.
«Il suolo ha perso irreversibilmente la sua fertilità», sentenziano Fabio Guaitoli e Gabriella Matranga, agronomi dell'assessorato all'Agricoltura da tempo impegnati nello studio del territorio e delle sue trasformazioni. La desertificazione, sottolineano, non è legata solo al clima che cambia.
La colpa, invero, è anche di chi ha coltivato questa collina quando ancora si poteva. Chi l'ha arata se n'è infischiato delle procedure indispensabili per scongiurarne l'erosione e oggi non si può più tornare indietro. Vecchia storia l'imprudenza e la scarsa lungimiranza dei contadini siciliani. Solo che finora, in altre zone dell'Isola, la natura è comunque riuscita a tenere botta, a rigenerarsi. Qui è diverso: non piove mai e fa troppo caldo. Ogni anno cadono in media 420 millimetri di pioggia, ma l'evaporazione a causa del caldo è calcolata in 1.050 millimetri. Significa che esiste un deficit idrico di 630 millimetri. Significa che la siccità è cronica.

Ai piedi di contrada Stretto, la piana di Licata mostra tutti gli stenti della sua agricoltura. Le serre, con le loro strutture solide, sono state sostituite da tunnel in plastica che si possono facilmente spostare da un appezzamento all'altro. Perché il suolo fatica a ospitare le colture e troppo spesso si inaridisce. Così bisogna essere sempre pronti a smontare tutto e cercare un altro terreno ancora buono per la semina. Così andrà avanti finché sarà possibile.
«Sono stato il primo a scavare la terra per trovare l'acqua», dice Francesco Consagra, contadino della piana licatese. «Dovevo dare a bere alle mie piante, o no? Allora ho preso una ruspa e scavando ho trovato l'acqua otto metri sotto». Ottima soluzione, ma di scarsa durata. «Dopo di me l'hanno fatto in tanti - aggiunge Consagra - e l'acqua è diminuita». Oggi per trovarla bisogna noleggiare una trivella e andare giù fino a cinquanta metri. I pozzi, intanto, sono diventati oltre duemila e sono quasi tutti abusivi. I costi di perforazione saranno però ricambiati con un'acqua sempre peggiore, che aumenta costantemente il suo livello di salinità. Lo si misura in microsiemens/cm. Sopra i 2 mila l'acqua, dicono gli agronomi, non è più adatta alla coltivazione. Nelle campagne della zona si viaggia a una media di 7 mila, con punte di 12 mila. E gli effetti si vedono.
A Licata non ci sono più fiori, nel senso che non se ne piantano più perché a farli crescere servirebbe acqua con poco sale e qui è sparita da tempo. Addio, dunque, ai garofani bianchi e rossi che fino a una generazione fa avevano il loro mercato e davano da vivere a un po' di famiglie. Addio anche alle fragole che un audace imprenditore voleva coltivare proprio a due passi dal deserto. Le piante effettivamente sono venute su ma erano grandi un terzo rispetto a quelle standard e portavano pure addosso i segni della sofferenza. Meglio sopprimerle e puntare sulle colture che vanno bene dove l'acqua scarseggia ed è piena di sale. Meglio il pomodoro e i carciofi.

Hanno copiato gli israeliani, i contadini di Licata, ne stanno sperimentando i sistemi di irrigazione a goccia. Ma i risultati non sono gli stessi. Non ancora almeno. Qui la desertificazione si è fatta troppo avanti rispetto a quando è cominciata la guerra per tenerla a bada. Bisognerà conviverci e rallentarne il cammino. Il deserto irreversibile per ora se ne resta sulle collinette di contrada Stretto con i suoi sassi salati, le sue crepe e le sue lucertole che si rincorrono dove ormai nessuno mette più piede.

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20 agosto 2008
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