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Nel Paese tanto legato alla Famiglia in dieci anni la percentuale dei divorzi è aumentata del 74%

27 giugno 2007

Si può rimanere un po' straniti a leggere i dati dell'ultima indagine dell'Istat su divorzi e separazioni in Italia, memori della grande manifestazione che si è tenuta a maggio a Roma, il Family Day, e visto i mille problemi che sono sorti per creare una legge che regolamenti, più o meno, le coppie di fatto. Straniti perché ci si aspetterebbero dei numeri differenti da un popolo che dimostra d'essere così legato ai valori della Famiglia, e invece veniamo a scoprire che in dieci anni le rotture familiari sono aumentate vertiginosamente. I dati offerti dall'Istituto nazionale di statistica ci informano, infatti, che dal 1995 al 2005 i divorzi sono aumentati del 74 % e le separazioni del 57,3 per cento. Insomma, percentuali che potrebbero far pensare che sopra la ''sacra famiglia italiana'' tira una brutta aria.

Nel 2005 l'Italia ha registrato 82.291 separazioni (in leggera flessione rispetto all'anno precedente con un -1,1 per cento), e 47.036 divorzi (questi superiori rispetto all'anno precedente, registrando un incremento del 4,3% rispetto al 2004). Vale a dire che a fronte di mille matrimoni celebrati durante l'anno, 272 coppie si sono separate e 151 hanno divorziato. Nel primo anno a cui fa riferimento l'indagine, il '95, le cifre erano più basse: 158 separazioni e 80 divorzi.
Rapportando invece le rotture con la totalità delle coppie coniugate registrate all'anagrafe, quindi anche quelle già sposate nell'anno in esame, per il 2005 si ottengono 5,6 separazioni e 3,2 divorzi.
La tendenza a ricorrere al divorzio non è uniforme, ci fa poi sapere l'Istat, infatti, se la separazione secondo la legge italiana è il presupposto vincolante per ottenere il divorzio, questo non significa che tutte le coppie separate decidano poi di divorziare: quattro coppie separate nel 1995 su dieci hanno deciso di non proseguire l'iter, senza che questo abbia significato, tuttavia, che siano tornate insieme. L'Istat ci informa anche che si divorzia più al Nord che al Sud. Infatti i matrimoni ''scoppiano'' più frequentemente nel Settentrione dove nel 2005 si sono contate 6,2 separazioni e 4 divorzi ogni mille coppie coniugate, contro 4,2 separazioni e 1,8 divorzi nel Mezzogiorno.
A livello regionale a detenere il record è la Liguria: 8 separazioni e 5,8 divorzi su mille coppie di coniugi. Seguono la Valle d'Aosta (rispettivamente 7,6 e 5,6) e il Lazio (7,9 e 4). I valori più bassi, come negli anni precedenti, se li aggiudicano la Sicilia con 4,8 separazioni  e 1,9 divorzi, la Basilicata con 3 separazioni e 1,2 divorzi su mille coppie coniugate, la Calabria (3 separazioni e 1,4 divorzi) e la Puglia (3,8 e 1,6).

L'indagine dell'Istituto ci dice anche che gli italiani, comunque, preferiscono separarsi, e quando decidono di troncare definitivamente il legame con il divorzio si impegnano affinché questo sia consensuale. Nel 2005 si sono chiuse consensualmente l'85,5% delle separazioni e il 77,6% dei divorzi. Circa l'82% delle separazioni giudiziali è concesso per intollerabilità della convivenza, il 14,6% con addebito al marito e il 3,5% con addebito alla moglie. Anche in questo caso ricorrono al rito consensuale più le coppie che vivono al Nord che quelle che risiedono al Sud: le prime nell'89% delle separazioni e nell'80,8% dei divorzi; le seconde rispettivamente nel 76,7% e 64,1% delle cause. Occorre comunque tener conto - avverte l'Istat - che la procedura consensuale è condizionata anche dalla diversità di durata della causa e dei costi. E la 'consensuale' dura in media 150 giorni contro gli 886 del rito contenzioso per la separazione e i 634 per il divorzio. Evitando, quindi, il rito giudiziale si risparmia tempo, soldi e litigi.
E continuando a parlare di tempi, sempre nel 2005 il 47,5 per cento dei divorzi ha rispettato i tempi minimi (tre anni tra la separazione e il divorzio), mentre nel 16,3 per cento dei casi ci sono voluti quattro anni.
A chiedere la  separazione sono più le donne, mentre sono più uomini separati a chiedere il divorzio
. Nel 2005, il 71,7% delle richieste di separazione è stato presentato dalla moglie, mentre il 56,3% delle istanze di divorzio è stato presentato dal marito.

C'è poi la parte più delicata e sofferta che è quella riguardante i figli, presenti tra le due parti in più della metà dei casi: con meno di 18 anni nel 52,8 per cento delle separazioni e nel 36,5 per cento dei divorzi. Percentuali che aumentano se si considerano tutti i figli, anche quelli con hanno già raggiunto la maggiore età: nel 2005 il 70,5 per cento delle separazioni e il 60,7 dei divorzi coinvolgevano figli avuti durante l'unione. In totale, nel 2005, 99.257 figli hanno visto i loro genitori separarsi e 44.848 divorziare. Per tutelarli il più possibile si opta sempre più spesso per l'affidamento congiunto: nel 2000 era il risultato dell'8 per cento delle separazioni e del 6,8 per cento dei divorzi, nel 2005 le percentuali sono passate rispettivamente a 15,4 e 11,6 per cento. Quando è solo un genitore a ottenere l'affidamento, di solito si tratta della madre se i bambini hanno meno di sei anni. Aumentano le possibilità per i padri, invece, con il crescere dell'età dei figli.

L'indagine Istat ci rivela anche qual'è l'età in cui marito e moglie prendono la fatidica decisione di rompere il vincolo matrimoniale. Questa gira intorno ai quarant'anni, per l'esattezza: 43 anni per i mariti e 40 per le mogli.
Rispetto al 2000, sono diminuite le rotture tra gli under 30 (principalmente perché si è alzata l'età in cui ci si sposa) mentre sono aumentate quelle tra gli over 60. L'età media del matrimonio quando entra in crisi e viene presa in considerazione la separazione, è invece di 14 anni. Un quarto delle separazioni, tuttavia, riguarda unioni che durano da meno di sei anni.

Sul versante degli alimenti, e sulla ''divisione dei beni'', i dati Istat parlano in media di un importo mensile del contributo economico a favore del coniuge di 495,37 euro nelle separazioni e 472,87 euro nei divorzi. Cifre che sono influenzate dalla presenza di figli da mantenere. I figli sono un elemento di primaria importanza anche per quello che riguarda la casa dove si è abitati tutti assieme: nel 2005 il 45,4% delle coppie che ha divorziato ha lasciato la casa dove ha vissuto il matrimonio per delle abitazioni autonome e distinte. Per le separazioni, sempre nel 2005 la casa dove la famiglia viveva prima del provvedimento del giudice è stata assegnata alla moglie nel 57,4% dei casi, al marito nel 21,7% e a nessuno dei due circa nel 19%, in quanto entrambi i coniugi sono andati a vivere  altrove, ossia in abitazioni autonome e distinte, come avviene invece soprattutto per i divorzi. Le differenze tra i coniugi si appianano se ci sono figli affidati, infatti, la casa familiare viene attribuita al genitore affidatario nel 60,4% dei casi se si tratta del padre, nel 73,1% se è invece la madre.
Per finire, l'Istat riferisce l'aumento della quota di coppie formate da marito e moglie con differente cittadinanza: nel 2000 si trattava del 5,9 delle separazioni concesse nell'anno, mentre nel 2005 sono salite al 9,2.

- ''Separazioni e divorzi in Italia'' l'indagine Istat (pdf)

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27 giugno 2007

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