IO NON HO PAURA

Salvatores è riuscito a fare ciò che pochi registi sono riusciti a fare: tradurre in immagini un bel romanzo

20 marzo 2003
 

 

Noi vi consigliamo di vedere…
IO NON HO PAURA
di Gabriele Salvatores
 

E' il 1978. L'estate più calda del secolo. Nel piccolo borgo di Acque Traverse tutto è immobile e addormentato: la scuola è chiusa, gli adulti restano in casa, sopraffatti dall'afa. Solo un manipolo di ragazzini scorrazza liberamente nei campi di grano, tra sfide e scorribande. E proprio durante una di queste, il piccolo Michele, nove anni, si imbatte in un incredibile segreto: un bambino segregato in un pozzo, vicino ad una casa abbandonata. Perché? Atmosfere da thriller rurale alla Stephen King per questo nuovo film di Gabriele Salvatores passato a Berlino con grande successo.

Distribuzione Medusa
Durata 96'
Regia Gabriele Salvatores
Con Giuseppe Cristiano, Mattia Di Pierro, Diego Abatantuono
Genere Drammatico

Le recensioni
"Ecco il film che attendevamo da Gabriele Salvatores, le cui ultime prove ci avevano interessato senza persuaderci del tutto. 'Io non ho paura' è un risultato compatto, completo (...) L'atmosfera del romanzo di Niccolò Ammaniti (anche sceneggiatore) comporta uno 'spirito del luogo' che evoca un certo Stephen King; Salvatores lo coglie benissimo, con l'aiuto della macchina da presa di Italo Petriccione, passando dalla luce abbacinante del campo al buio e tenendo l'inquadratura costantemente ad altezza di bambino, in moto da costituire per lo spettatore un alter-ego infantile attraverso il quale osservare gli eventi".
(Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 9 febbraio 2003)

"Scritto dallo stesso Ammaniti con Francesca Marciano, il film lascia l'Italia ancor più sullo sfondo per concentrarsi sui bambini e sulla loro visione delle cose. Ma a forza di smussare e ingentilire i toni, Salvatores cade in una medietà di stile che piacerà forse alle grandi platee ma convince solo in parte chi diffida dei cliché. (...) Reclutati sul posto i piccoli attori, Salvatores non va fino in fondo. Da un lato segue il percorso interiore di Michele, il disagio palpabile in famiglia, i giochi crudeli, le fantasie bizzarre circa il rapito. Dall'altra smorza i dialetti, esalta le immense distese di grano, cerca appena può il contrappunto comico o grottesco, non cerca immagini nuove ma usa toni e colori quasi da spot. Finendo col rendere inoffensivo perfino il mondo brulicante e minaccioso in cui è confinato il piccolo rapito, lordo dei suoi escrementi e convinto di essere già morto visto che i suoi genitori non lo vengono a prendere. Insomma, è come se i fantasmi evocati fossero fin troppo minacciosi per lasciarli scorrazzare liberamente sullo schermo, e si dovesse per forza addomesticarli scegliendo i toni più lievi. Ma è un calcolo di natura commerciale che spegne la materia ribollente di 'Io non ho paura' e lo condanna a restare nell'affollato limbo delle occasioni a metà".
(Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 14 marzo 2003)

"Di solito il cinema non racconta i bambini, li usa per fare piangere o ridere. E di solito quando un regista adatta un romanzo per lo schermo rischia di tradirlo troppo, snaturandolo, o troppo poco, limitandosi a una piatta illustrazione. Invece Gabriele Salvatores è riuscito a fare un film sui bambini, con la sensibilità di un Comencini o di un Truffaut, e a tradurre in immagini il bel romanzo di Niccolò Ammaniti, senza tradirlo, ma facendolo diventare puro cinema, dinamico e profondo. (...) Oltre a dimostrare di saper usare l'immagine per trasformare simboli, etica e nostalgia in concretezza narrativa e in ritmo coinvolgente, Salvatores è stato molto bravo nella scelta e nella direzione dei suoi attori (e non attori). Cristiano, dai grandi occhi espressivi, ha la giusta introversione e una convincente purezza, Di Pierro una perfetta e indifesa angelicità; il padre Dino Abbrescia le necessarie ruvidità e impotenza e la madre Aitana Sànchez-Gijon la giusta dolente bellezza. Ma forse la vera sorpresa è Abatantuono, carogna fino all'ultima battuta, che, con raffinata misura, va a pescare il suo lombardo cattivo con stecchino fra i denti direttamente dal bar del Giambellino.
(Stefano Lusardi, 'Ciak', 28 febbraio 2003)

 

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20 marzo 2003

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