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Kamikaze mafiosi

La criminalità organizzata italiana somiglia veramente ad Al Qaeda. Gli affiliati sono pronti a tutto... a tutto

26 febbraio 2008

La descrizione della 'ndragheta che la scorsa settimana la Commissione parlamentare Antimafia ha proposto, nella sua prima relazione annuale sulla criminalità organizzata calabrese, ha fatto parecchia impressione. “La 'ndrangheta cresce e si espande alla maniera di al Qaeda, con un'analoga struttura tentacolare priva di una direzione strategica ma caratterizzata da una sorta di intelligenza organica, di una vitalità che è quella delle neoplasie, e munita di una ragione sociale di enorme, temibile affidabilità".
La 'ndrangheta, è scritto nel testo approvato, "è oggi la più robusta e radicata organizzazione, diffusa nell'intera Calabria e ramificata in tutte le regioni del Centro-Nord, in Europa e in altri Paesi stranieri cruciali per le rotte del narcotraffico". E ancora: "Il contagio delle 'ndrine va da Rosarno all'Australia, da San Luca a Duisburg (il riferimento è alla strage di Ferragosto 2006 in Germania, ndr). Molecole criminali che schizzano, si diffondono e si riproducono nel mondo. Una mafia liquida che si infila dappertutto, riproducendo, in luoghi lontanissimi da quelli in cui è nata, il medesimo antico, elementare ed efficace modello organizzativo. Alla maniera delle grandi catene di fast-food, offre in tutto il mondo, l'identico, riconoscibile, affidabile marchio e lo stesso prodotto criminale".
Insomma, la 'criminalità nostrana' che utilizza gli stessi ''procedimenti molecolari'' usati dalle organizzazioni terroristiche islamiche, tante metastasi lontane da un nucleo principale, che diventano a loro volta centri nevralgici del male.  

Quanto recepito ieri dai quotidiani aggrava ancora di più il senso d'allarme che la relazione della Commissione antimafia di una settimana fa ha potuto provocare. I carabinieri di Bari, infatti, hanno smantellato un presunto clan mafioso che, secondo gli investigatori, disponeva di giovani 'kamikaze', cioè di 20enni pronti a fare "qualsiasi cosa" e a "sacrificarsi" per il bene dell'organizzazione.
Ventiquattro le persone arrestate dai carabinieri del comando provinciale nel rione barese di San Paolo. Agli indagati, ritenuti affiliati all'agguerrito clan Telegrafo, sono stati contestati i reati di associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, detenzione di armi ed estorsioni. Nel corso dell'indagine, in cui sono indagate 61 persone, sono state sequestrate nove pistole, un fucile a canne mozze, circa 900 munizioni, 700 grammi di cocaina e sette chili di hascisc. Il clan Telegrafo è uno dei più vecchi e temuti gruppi criminali baresi. E' capeggiato - secondo gli inquirenti - dal quarantenne Lorenzo Valerio e dal suo luogotenente Carlo Iacobbe, di 38 anni, ed è già stato duramente colpito con 46 arresti nell'ottobre del 2003.

La presenza dei giovani 'kamikaze' è provata anche da intercettazioni telefoniche. In una conversazione tra due indagati uno dice all'altro, parlando sottovoce e consapevole di rivelare un segreto: "Qualche giorno... ti devo portare... ti devo portare a vedere i... i kamikaze; ragazzini di 20 anni!... di 20 anni...kamikaze!... ti dico kamikaze... che non... non ci pensano".
All'inizio i militari quasi non credevano al contenuto di questo colloquio intercettato, ma la prova la raccolsero nel corso di controlli compiuti il 25 novembre del 2004 in una zona del quartiere San Paolo. Per impedire la scoperta di una 'cupa' (un nascondiglio di armi), i vertici del clan decisero di mandare i kamikaze a sparare ai militari. L'agguato fu evitato solo perché i carabinieri avevano in corso un'attività di intercettazione e riuscirono ad anticipare per tempo le mosse del clan bloccando i responsabili di zona che non riuscirono più ad impartire i loro ordini ai kamikaze.

Dall'esame eseguito dagli investigatori sono emersi tre assetti del gruppo mafioso, all'interno dei quali si riconoscono ruoli e competenze definiti nel dettaglio: al livello più basso, il primo, ci sono quelli che i militari chiamano i 'kamikaze', ragazzi di 20 anni pronti a fare qualsiasi cosa per difendere e valorizzare l'attività del clan; al secondo gli addetti allo spaccio della droga e alla riscossione dei pizzo; al terzo i responsabili di zona, addetti alla gestione dei kamikaze e dei pusher e responsabili degli introiti, a diretto contatto con Carlo Iacobbe, con compiti di gestione e direttamente dipendente dal boss detenuto, Lorenzo Valerio.
La scalata ai gradi più alti avveniva in base alla capacità di massimizzare i guadagni, all'omertà in caso di arresto e alla disponibilità nei confronti del clan, anche a costo di sacrificare gli affetti familiari. Se queste regole venivano rispettate si poteva accedere all'affiliazione di sangue, la cosiddetta 'terza', che sanciva l'ascesa dell'affiliato al vertice della gerarchia mafiosa. Il conferimento della 'terza' - secondo le indagini dei carabinieri - avveniva durante una cerimonia di affiliazione con giuramento di fedeltà al padrino, Carlo Iacobbe. Per suggellare l'evento, durante la festa, l'affiliato portava un anello con un solitario di brillante al boss. L'anello non era altro che il simbolo di un legame indissolubile, come un matrimonio. In caso di contrasti con il capo, l'anello non poteva essere più indossato a simboleggiare il momentaneo allontanamento dal clan.

L'organizzazione fondamentalista barese, secondo i carabinieri, teneva sotto stretto controllo tutti i commercianti, gli imprenditori edili e gli ambulanti del mercato rionale del quartiere San Paolo. Tutti erano tenuti a versare il 'pizzo', che arrivava fino a 1000 euro al mese. L'importo dell'estorsione era commisurata al volume d'affari delle vittime e doveva essere corrisposta puntualmente il giorno 5 di ogni mese. Chi ritardava veniva avvicinato da esponenti dell'organizzazione e minacciato.
Anche le minacce sono state documentate - secondo le indagini dei carabinieri - da alcune intercettazioni telefoniche e ambientali. Una di queste riguarda il boss Carlo Iacobbe e il suo consigliere Raffaele Caputo. Uno dice all'altro: "Che sta facendo lo scemo!... ora passiamo.. devo dirgli: '... lo lasciasti il coso... che qua il pensiero devi mettere... che qua non stiamo a giocare... te lo dovessimo far vedere...!'". Già, magari proprio con un giovane pronto a tutto, pronto a sacrificarsi per il bene dell'organizzazione.

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26 febbraio 2008
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