L'America forte di George W. è una nazione che non si sarebbe dovuta ritirare nemmeno dal Vietnam

24 agosto 2007

Perfino Bob Woodward, il mitico giornalista del Washington Post che scatenando lo scandalo Watergate costrinse il presidente Richard Nixon a dimettersi, parlando di George W. Bush - di cui non ha mai manifestamente nutrito simpatie - ha detto una volta che quando il figlio di Bush Senior parla dell'importanza della presenza americana in Iraq sembra ci creda sul serio. Insomma, stando all'impressione di Woodward, George W. Bush è convinto che la guerra in Iraq è stata giusta farla, come è giusto che dopo tre anni, fallimentari e disastrosi, è bene che l'esercito di 'Uncle Sam' stia ancora a calpestare il suole del 'Paese tra i due fiumi'.
Convinzione che Bush ha espresso nuovamente davanti al congresso annuale dei reduci dalle guerre all'estero (Veterans of Foreign War), dicendo che bisogna sostenere l'impegno in Iraq e non fare come in Vietnam, ''dove il più grave errore fu quello di andare via''.

George W. ha colto così l'occasione di lanciare un appello agli americani e in particolare ai democratici che hanno la maggioranza in Congresso a sostenere lo sforzo bellico in un momento in cui è altissima negli Usa la pressione per il ritiro delle truppe, e lo ha fatto rievocando le argomentazioni di quanti negli anni Settanta avevano chiesto la fine della guerra per Saigon: ''Allora come oggi la gente diceva che il vero problema era la presenza americana. Che, se ce ne fossimo andati, le stragi sarebbero finite'', e invece. Dopo aver citato un senatore pacifista del tempo che aveva chiesto che differenza avrebbe fatto chi avesse vinto in Vietnam, Bush ha concluso il suo discorso dicendo che ''una eredità incontrovertibile del Vietnam è che il prezzo del ritiro americano è stato pagato da milioni di cittadini innocenti le cui sofferenze hanno aggiunto nel nostro vocabolario termini come Boat People, Campi di Rieducazione e Killing Fields''. ''Oggi dobbiamo chiederci se la nostra generazione di americani resisterà alla tentazione della ritirata e farà in Medio Oriente ciò che i veterani in questa stanza hanno fatto in Vietnam''.
Il ritiro dalla guerra in Vietnam, insomma, secondo il presidente repubblicano fu prematuro, pur ammettendo che l'intervento fu forse una decisione discutibile sotto certi aspetti.

Bush ha infine paragonato l'attacco dell'America in Iraq alle guerre condotte da Washington contro i nazisti, il Giappone imperiale e i sovietici.
George W. continua, insomma, a sostenere che il frutto del sacrificio americano e della perseveranza in Asia è un continente più libero, stabile e prospero, un continente la cui gente vuole vivere in pace con l'America e non attaccarla. Quanto ad al Qaeda e agli estremisti islamici che combattono l'America in Iraq, faranno secondo Bush la fine di quei regimi: ''Sono certi della loro causa come lo erano i nazisti, gli imperialisti in Giappone e i comunisti sovietici. E sono destinati allo stesso destino. La più grande arma nell'arsenale della democrazia è il desiderio di libertà scritto nel cuore del Creatore''.
Discorsi che, se non fosse ormai al suo ultimo mandato, sembrerebbero quelli di un uomo pronto a ricandidarsi convinto di trionfare.

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24 agosto 2007

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