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L'Annunciazione di Antonello torna a risplendere

Dopo il restauro uno dei dipinti più importanti del pittore siciliano torna al suo splendore

10 maggio 2008

Dopo la mostra monografica dedicata ad Antonello da Messina nel 2006 alle Scuderie del Quirinale di Roma, uno tra i dipinti più importanti dell'artista, l'Annunciazione, è tornato dopo ben cinquantaquattr'anni all'Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro per essere, appunto, restaurato. Il dipinto, così di nuovo lucente, è stato esposto al pubblico romano per alcuni giorni, a fine aprile, nella sala delle Navi, presso il Complesso Monumentale di San Michele a Ripa Grande, nella mostra "Antonello, Annunciazione: il restauro. Omaggio a Cesare Brandi", per poi ritornare nella sua "casa", la Galleria Regionale di Palazzo Bellomo a Siracusa.

Antonello dipinse l'Annunciazione per la chiesa della SS. Annunziata di Palazzolo Acreide, nel siracusano, tra il settembre e il novembre del 1474, subito prima del suo trasferimento a Venezia, dove poi rimase fino alla morte.
Della sua paternità si era persa memoria fino alla seconda metà dell'800, quando degli studiosi locali cominciarono ad avanzare l'attribuzione ad Antonello, confermata nel 1903 dalla scoperta del documento di commissione.
Si tratta dell'opera più alta e impegnativa dell'attività siciliana del Maestro, quella in cui più chiaramente si nota la capacità di Antonello di coniugare una resa "lenticolare" della realtà alla maniera dei grandi pittori fiamminghi della prima metà del Quattrocento con la sua strutturazione in forme spaziali secondo la prospettiva geometrico-luminosa di Piero della Francesca, da cui tuttavia, in questo momento, si distingue per la complessa dinamica delle luci e delle ombre.

Agli inizi del secolo scorso, a causa del disastroso stato di conservazione, il dipinto è stato sottoposto all'operazione traumatica di rimozione dall'originario supporto di legno, ormai fratturato e fradicio per l'umidità, con la conseguente applicazione su un nuovo supporto di tela. L'operazione sebbene affidata al più importante restauratore del tempo, Luigi Cavenaghi, finì per rendere l'opera estremamente fragile, tanto che la si dovè poi sottoporre ad un nuovo intervento di restauro conservativo alla fine degli anni Trenta.
Nel 1942 giunse all'Istituto Centrale del Restauro, dove risultò necessario proteggere il retro del dipinto, senza affrontare il problema delle lacune. Quest'ultimo è stato affrontato, senza però esser risolto, in un restauro della metà degli anni Ottanta, in occasione del quale si schiarì il neutro delle lacune, peggiorando però la lettura complessiva dell'opera.

Nel 2006, proprio in occasione della mostra alle Scuderie, per intervenire al meglio sul dipinto di Antonello si è proceduto preventivamente alla formulazione di un'ipotesi virtuale di ricostruzione, sottoposta alla discussione di specialisti italiani e stranieri, che è ha ricevuto approvazione unanime, dando avvio al recente restauro.
Secondo l'insegnamento brandiano si è cercato di restituire l'unità potenziale dell'opera, che non è l'unità fisica, ma quella che permette una fruizione adeguata dei valori essenziali di un dipinto. Il ripristino della qualità cromatica e dell'impaginazione luministico-prospettica hanno riconfigurato l'opera nella sua originale struttura formale. Attraverso le indagini scientifiche ed il restauro è stato riprodotto l'impianto luministico, che non è quello di Piero della Francesca, come a lungo si è creduto. Nell'Annunciazione non c'è la luce zenitale, priva d'ombre, del pittore urbinate, ma piuttosto sono diverse le fonti di luce che rifrangendosi sugli elementi architettonici danno luogo ad effetti chiaroscurali.
Il dipinto presenta ben cinque piani prospettici non percepibili prima del restauro e le figure prima come risucchiate e assorbite dal fondo ora emergono rispetto ad esso. Quello che non era risarcibile è stato trattato, non con il rigatino, ma con l'abbassamento ottico-tonale delle lacune.
A protezione del fragile supporto in tela del dipinto e allo scopo di minimizzare l'effetto di eventuali vibrazioni, sono stati inseriti negli spazi costituiti dai bracci della crociera del telaio quattro pannelli in balsa rimovibili.

Così operando si è chiuso il ciclo aperto più di mezzo secolo fa quando il dipinto viene portato d'autorità all'ISCR e Cesare Brandi ritenne inopportuno intervenire perché non aveva ancora messo a punto la metodologia della reintegrazione delle lacune. Ora quella metodologia non solo c'è, ma è stata a lungo sperimentata sia dall'Istituto sia nel resto d'Italia e del mondo e pertanto i restauratori, guidati da Giuseppe Basile, vi sono ricorsi per restituire all'opera il massimo possibile richiesto da una fruibilità corretta.
L'esposizione presso il San Michele ha consentito inoltre di confrontare l'opera restaurata con un'immagine fotografica del dipinto prima dell'intervento: in quest'ultima le lacune emergono su una materia pittorica che fa da sfondo, mentre nel dipinto le lacune tornano a far da sfondo ad una materia pittorica ricostituita nei suoi valori essenziali, esprimendo quell'unità potenziale di cui parlava il fondatore dell'ICR, Cesare Brandi. L'applicazione integrata delle indagini scientifiche, di una filosofia del restauro ormai consolidata e del restauro restituiscono insomma ai nostri occhi uno dei capolavori dell'arte italiana del Quattrocento. [Fabrizia Puca Aise]

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10 maggio 2008
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