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L'Eni sul banco degli imputati

Le famiglie di Gela accusano il petrolchimico di "disastro ambientale permanente". L'azienda respinge le accuse: "Abbiamo le carte in regola"

15 gennaio 2016

Mercoledì scorso, l'Eni è comparso sul banco degli imputati, nel tribunale di Gela, alla prima udienza del processo che vede accusato l'ente "dell'inquinamento ambientale prodotto, in oltre 50 anni di attività, dal suo petrolchimico, con conseguenze pesanti sull'ecosistema e sulle persone", come sostengono i pm.
A chiederne la condanna sono le famiglie di una trentina di bambini nati malformati, che ritengono l'ente petrolifero di Stato responsabile delle patologie genetiche dei loro figli.
Ne è convinta anche l'amministrazione comunale di Gela che, a nome della città, si è costituita parte civile, chiedendo la creazione di un primo fondo risarcitorio di 80 milioni di euro.

Cinque periti nominati dal tribunale di Gela, hanno sancito il nesso di causalità esistente tra inquinamento industriale e malformazioni neonatali riscontrate sui bambini gelesi (spina bifida, palatoschisi, ecc.), e hanno parlato di "disastro ambientale permanente" i cui effetti nocivi giungerebbero all'uomo attraverso la catena alimentare.
L'avvocato dei ricorrenti, Giuseppe Fontanella, ha chiesto, con un ricorso cautelare d'urgenza firmato da 500 persone, il sequestro e il blocco dei pozzi petroliferi e degli impianti ancora in esercizio nella raffineria di Gela.
Ma i legali dell'Eni respingono ogni accusa, ribadendo che l'azienda ha le carte in regola, avendo rispettato 110 prescrizioni delle 112 imposte dal ministero per l'Ambiente, e ammonendo che "le richieste della controparte rischiano di far saltare il protocollo d'intesa per il salvataggio della raffineria di Gela".

Intanto, il plenum del Consiglio Superiore della Magistratura ha approvato all'unanimità la revoca del trasferimento a Catania del giudice del tribunale di Gela, Manuela Matta.
Il giudice, con maggiore anzianità tra quelli in servizio a Gela, era stata assegnata al tribunale della città etnea per far fronte all'emergenza immigrati. Ma la sua partenza rischiava di bloccare centinaia di procedimenti penali su questioni rilevanti, alcune delle quali riguardano proprio i presunti reati ambientali legati al Petrolchimico, e tale decisione aveva sollevato polemiche e proteste da più parti. L'ultima, da parte del sindaco di Gela, Domenico Messinese, che aveva parlato di "ennesimo tentativo di scippare la città di un diritto di stato".


[Informazioni tratte da ANSA, Lasiciliaweb.it, Repubblica/Palermo.it]

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15 gennaio 2016
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