L'ESEMPIO SICILIANO

Sul cambiamento di quel popolo che non volle più rinunciare alla propria dignità pagando il pizzo

18 settembre 2007

Ieri mattina a Catania, nella zona industriale di Catania, Confindustria Sicilia ha convocato il direttivo straordinario dopo l'incendio che ha danneggiato, tra venerdì e sabato scorsi, un capannone dell'azienda del presidente degli industriali agrigentini, Giuseppe Catanzaro.
''Se dovesse confermarsi la natura dolosa del rogo, e tanti elementi lo lasciano pensare - ha affermato il capo degli industriali isolani, Ivan Lo Bello -, sarebbe un atto gravissimo. Un gesto che colpisce l'impegno di Catanzaro, da meno di un anno presidente ad Agrigento, contro il racket delle estorsioni''. ''Reagiremo - ha aggiunto Lo Bello - accelerando i tempi delle nostre iniziative. Nessuno si illuda che il nostro sia un progetto estemporaneo, che si fermerà alle prime intimidazioni. Andremo avanti. Il nostro scopo è proprio quello di suscitare orgoglio e una maggiore determinazione negli imprenditori''.
''Se pensano di fermarci - ha detto il presidente degli industriali agrigentini, Giuseppe Catanzaro - hanno sbagliato epoca, uomini e circostanze. Andremo avanti, costi quel che costi, non arretreremo di un solo millimetro. I tempi sono maturi per andare avanti a testa alta''.

Nelle scorse settimane Confindustria Sicilia si è alzata in piedi e a testa alta e a gran voce ha pronunciato l'inizio della proprio battaglia contro la criminalità organizzata. ''Fuori da Confindustria tutti quegli imprenditori che subiscono il racket delle estorsioni senza denunciare alimentando così il subdolo potere della Mafia. Fuori da Confindustria tutti quegli imprenditori che si scopre essere conniventi e collaboratori della criminalità organizzata che arricchendosi illecitamente spezzano le gambe a tutti quelli che vogliono solo ed esclusivamente vivere la loro vita, il loro lavoro nella normalità''.

Il presidente della Confindustria nazionale, Luca Cordero di Montezemolo, e il sottosegretario alla Presidenza, Enrico Letta, hanno espresso la propria solidarietà a Giuseppe Catanzaro con una telefonata, nel corso del direttivo straordinario tenutosi ieri.
Montezemolo si è collegato dall'estero in audioconferenza e si è detto ''orgoglioso di rappresentare la classe imprenditoriale siciliana che sta lavorando in una condizione estremamente difficile e che proprio in questo momento sta dimostrando di sapere fare un ottimo lavoro''. Montezemolo ha chiesto allo Stato di ''fare tutto il possibile affinché sia posto il massimo impegno sul tema della sicurezza perché, militari o no, lo Stato deve garantire la sicurezza ai cittadini'', e di ''ridurre i tempi della giustizia, che non possono essere più quelli attuali''.
Enrico Letta invece ha espresso ''la propria soddisfazione per quanto stanno facendo gli imprenditori siciliani'', definendoli ''la frontiera più avanzata del Paese, e non solo per il mondo industriale''. Secondo il sottosegretario alla Presidenza, della reazione degli industriali dell'Isola ''si sta avvantaggiando l'intero sistema produttivo nazionale''. ''Si sta presentando all'opinione pubblica e ai mercati esteri - ha affermato Letta - una classe imprenditoriale rinnovata, responsabile e coraggiosa. Tutto ciò ci pone all'avanguardia''.

I nuovi boss si sfidano sul ''pizzo'' e i negozianti continuano a pagare
di Attilio Bolzoni (Repubblica.it, 18 settembre 2007)

E' finito il tempo del silenzio, giù a Palermo. Quello della colla che non fa rumore, i mafiosi la rovesciavano nei lucchetti delle saracinesche delle botteghe per avvertire in sordina, senza tanta cagnara. Ricordavano ai commercianti che bisognava pagare. È finito anche il tempo delle minacce velate. Delle ''messe a posto'' concordate, il conto che si può saldare anche a rate o a Pasqua o a Natale, il ''pizzo'' che non si deve scucire quando c'è un lutto o una disgrazia in famiglia. Cambiano i padroni della mafia e con loro torna il racket più violento.
Stanno saltando in aria le borgate di Palermo. Cantieri in fiamme, magazzini sventrati dalla dinamite, ruspe accartocciate. Dopo dieci anni di taglieggiamenti nascosti e più di duemila piccoli e grandi boss della ''Anonima Estorsioni'' arrestati solo nella capitale siciliana, la nuova legge di Cosa Nostra è entrata in vigore. Dappertutto. A Trapani. A Caltanissetta. Ad Agrigento. A Catania. Si stanno presentando così i nuovi capi che si contendono l'eredità di Bernardo Provenzano. Vogliono comandare. Sempre più degli altri. Vogliono tutto. Usano la forza per far capire anche ai loro nemici - quelli delle ''famiglie'' concorrenti, i possibili futuri avversari - che loro sono i più potenti. E' un'offensiva su larga scala. Provincia dopo provincia. Soffocano, spremono fino all'ultima goccia di sangue tutte le loro vittime.
Ecco quello che sta accadendo in questi giorni in Sicilia. Ecco quale è l'ultimo volto del racket.

E' appena il principio, l'inizio di una vicenda che potrebbe assumere contorni sempre più clamorosi. Fino a sfociare in una guerra di mafia. ''Ma i boss per il momento hanno fatto i conti dentro la loro organizzazione e non fuori'', spiega Maurizio De Lucia, il magistrato del pool antimafia palermitano che dal 1995 è titolare di quasi tutte le inchieste sulle estorsioni. E racconta: ''La reazione che ha avuto Confindustria rivela un'esasperazione senza precedenti nel panorama imprenditoriale dell'isola, noi che seguiamo le indagini avevamo percezione solo in parte di quanto stava accadendo, gli imprenditori non ce l'hanno fatta più a sopportare''.
E' la ribellione. I boss non se l'aspettavano. Sono stati colti di sorpresa, sono rimasti spiazzati.
Una vera e propria rivoluzione negli usi e nei costumi, dove fino a qualche anno fa i presidenti di Sicindustria invitavano i colleghi ''a pagare tutti per pagare meno'' e dove fino a qualche mese fa qualche presidente di Confcommercio era ancora presente nei ''libri mastri'' degli emissari del racket. Ma sta mutando tutto in Sicilia. Rapidamente. Da una parte e dell'altra. E' di appena un anno fa la nascita di ''Addiopizzo'', in passato una cosa così non era neppure immaginabile a Palermo. Una decina di ragazzi palermitani una mattina d'inizio estate hanno fatto trovare la città tappezzata di manifesti. Erano appesi dappertutto. Sui muri. Sui pali telefonici. Sui balconi dei palazzi. E su ogni manifesto c'era scritto: ''Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità''.

Dopo un anno sono 197 gli imprenditori e i commercianti che a Palermo si oppongono al racket. Pubblicamente. I loro nomi sono in fila uno dopo l'altro in un elenco sul web. E sono 9067 - dato aggiornato ad oggi - i palermitani che li sostengono pubblicamente con i loro acquisti. Palermo non vuole morire di mafia. Resiste. E' alla fine di agosto che è venuto in città anche Tano Grasso, l'ex commerciante di scarpe di Capo d'Orlando che è diventato simbolo alla fine degli Anni Ottanta dei siciliani che non abbassano la testa. E' sbarcato per annunciare l'arrivo dell'Associazione Antiracket anche a Palermo. C'era in ogni grande città dell'isola tranne lì. Ci provavano a metterla su dal 1990, da quando avevano ucciso il povero Libero Grassi, quell'industriale tessile che come un disperato già diciotto anni fa non voleva pagare pizzo ai Madonia di Resuttana. Sono segnali.
Tanti. Come quello rivelato ieri l'altro dal questore di Catania Michele Capomacchia. Da gennaio ad agosto nei suoi commissariati sono state raccolte 16 denunce di commercianti e imprenditori nel mirino del racket. Nell'ultima settimana sono stati 18 che si sono presentati a dire: ''Io non voglio pagare''. E' l'effetto di un atto di coraggio, quello del presidente dei costruttori catanesi Andrea Vecchio. Poi però hanno colpito il presidente degli industriali di Caltanissetta. Poi ancora quello di Agrigento. Fa paura ai boss la ribellione degli imprenditori siciliani.

L'attacco è pianificato. La mafia sta rispondendo ai costruttori catanesi, a Sicindustria, a Montezemolo che vuole imporre l'espulsione da Confindustria ''a chi paga''. A Palermo la mafia si è già organizzata in grande stile. Con i ''prestampati''. Lettere mandate tutte da un ufficio postale e recapitate a chissà quanti commercianti e imprenditori. Cinque righe di avviso: ''Cercati l'amico e mettiti a posto''. E il disegno di un candelotto con la miccia accesa. In quattro hanno denunciato. Gli altri? ''E chissà chi sono e quanti sono gli altri'', risponde il magistrato De Lucia.
Negli ultimi nove mesi a Palermo sono stati in 15 a denunciare una richiesta di pizzo. Nemmeno l'uno per cento degli operatori economici della città. Erano state 22 nel 2004 le denunce, 23 nel 2005, 40 nel 2006. Ma quanti sono i taglieggiati di Palermo? ''I dati statistici fanno desumere, con ragionevole certezza, l'esistenza di un ''numero oscuro'' assolutamente elevato che, secondo stime, darebbe conto di come l'80 per cento dei commercianti e degli imprenditori sia vittima del racket'', scrivono i carabinieri di Palermo in un dossier riservato consegnato il 16 luglio scorso alla commissione parlamentare antimafia.
Quel ''numero oscuro'' scenderà o salirà nelle prossime settimane? A Palermo vinceranno sempre loro, i soliti padroni?

 

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18 settembre 2007

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