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L'Etna e i segni premonitori dei terremoti

Il lavoro di 5 ricercatori dell'Ingv di Catania pubblicato sul "Journal of volcanology and geothermal research"

20 ottobre 2012

Terremoti ed eruzioni non si possono prevedere, ma sull'Etna adesso è più semplice capire il comportamento del vulcano e quindi quando prepararsi ad un evento sismico ed eruttivo riducendo i rischi per chi ci vive attorno.
Tutto grazie ad uno studio dell'Ingv di Catania, pubblicato sulla rivista specializzata "Journal of volcanology and geothermal research" e firmato da Eugenio Privitera, Amalia Bonanno, Stefano Gresta, Giuseppe Nunnari e Giuseppe Puglisi. I cinque ricercatori catanesi hanno capito come funziona il meccanismo a catena che attiva le faglie dell'Etna: il magma risale, crea stress sul fianco orientale del vulcano, attiva le faglie e questo provoca ulteriori risalite.
Per "Triggering mechanisms of static stress on Mount Etna volcano. An application of the boundary element method" - questo il titolo dello studio - l'Ingv ha simulato al computer quello che succede durante le eruzioni, ed il rapporto tra il magma e le faglie che intersecano l'edificio vulcanico.
"Il risultato più interessante - spiega il presidente dell'Ingv Stefano Gresta - è la scoperta che la risalita di nuovo magma può trasferire stress sul fianco orientale dell'Etna provocando l'attivazione sismica della nota faglia Pernicana e delle altre faglie che interessano i versanti Orientale e Meridionale del vulcano". Questo può "accrescere l'instabilità di questo intero versante e scatenare attività sismica locale". Si innesca, così, un meccanismo di loop, con "l'incoraggiante prospettiva di definire in anticipo l'evoluzione dei diversi possibili scenari (sismico ed eruttivo) sul maggiore vulcano attivo europeo".

Il team catanese ha studiato terremoti ed eruzioni degli ultimi trent'anni sull'Etna, grazie all'attività di monitoraggio costante, ed ha ipotizzato quattro scenari realistici che potrebbero verificarsi sul vulcano. Dati preziosi per la Protezione Civile durante possibili emergenze. I terremoti, così, continuano ad essere imprevedibili, ma almeno adesso è possibile coglierne al volo i segnali premonitori.

Oltre il 60% degli edifici italiani costruiti prima della normativa antisismica - Le aree a elevato rischio sismico sono circa il 44% della superficie nazionale (131 mila kmq) e interessano il 36% dei comuni (2.893). In queste aree delicate vivono 21,8 milioni di persone (36% della popolazione), per un totale di 8,6 milioni di famiglie e si trovano circa 5,5 milioni di edifici tra residenziali e non residenziali. La pericolosità degli eventi naturali è senza dubbio amplificata dalla elevata vulnerabilità del patrimonio edilizio italiano. Oltre il 60% degli edifici (circa 7 milioni) è stato costruito prima del 1971, quindi prima dell'entrata in vigore della normativa antisismica per nuove costruzioni (1974).
E' quanto emerge da uno studio Ance-Cresme 'Rischio sismico e rischio idrogeologico: la sfida italiana' secondo cui oltre 2,5 milioni risultano in pessimo o mediocre stato di conservazione.
A livello regionale è la Sicilia a presentare la situazione più critica, con oltre 800 mila edifici realizzati più di 40 anni fa.

Quanto al terremoto dell'Emilia, sulla base dei dati pubblicati dalla Regione Emilia Romagna e relativi agli oltre 40 mila sopralluoghi effettuati da Protezione Civile e Enea, emerge che il settore residenziale complessivamente ha reagito bene al sisma, con il 37% degli edifici dichiarati inagibili. Soltanto il 27% degli edifici privati ad uso produttivo è risultato agibile, mentre quasi il 50% è stato giudicato totalmente inagibile.  Il rapporto evidenzia anche che un terzo dei capannoni a rischio terremoti. Nel 2011 sono presenti sul territorio nazionale 325.427 capannoni a esclusivo o prevalente uso produttivo. Ben 4 capannoni su 10 sono stati realizzati tra il 1971 e il 1990, per un totale di 133,5 mila edifici, e quasi 3 su 10 sono stati costruiti dopo il 1990.
Nelle aree a elevato rischio sismico, ossia le regioni della fascia appenninica e del Sud Italia, rientrano oltre 95 mila strutture, pari al 29% del totale. La Campania ha il maggior numero di strutture nelle aree a rischio, oltre 15.900 edifici, seguita dalla Sicilia, con 12.600 capannoni, e dall'Emilia Romagna, con 12.300 strutture. Ma l'Emilia Romagna ha complessivamente il maggior numero di capannoni esposti a rischio naturale, dal momento che ben 7.941 strutture si trovano nelle aree ad elevato rischio idrogeologico. Regioni con una quota consistente di edifici produttivi esposti a rischio di frane o alluvioni sono anche la Lombardia (4.125) e il Veneto (3.961). 

A rischio anche le scuole e gli ospedali, soprattutto al sud. In Italia sorgono 64.800 edifici a esclusivo o prevalente uso scolastico (91,4 milioni di mq complessivi, in media 1.410 mq per edificio). Si tratta di un patrimonio piuttosto antiquato, se si pensa che un edificio su dieci è stato realizzato in epoca anteriore al 1919 e complessivamente oltre il 60% prima del 1971. Oltre 24 mila scuole (37%) si trovano in aree a elevato rischio sismico, circa 6.250 (9,6%) sorgono in aree a forte rischio idrogeologico.

Gli ospedali nel territorio nazionale sono circa 5.700 (44,2 milioni di m2, in media 7.776 m2 per edificio). Le strutture esistenti nelle aree a rischio sismico sono 1.822 edifici, 547 ospedali sorgono invece in aree a forte rischio idrogeologico. Quasi il 45% dell'intero patrimonio, pari a 11.470 edifici tra scuole e ospedali, si trova nelle regioni del sud e il 22% al centro.
Più contenuto è il patrimonio esposto a rischio al Nord. A livello regionale la Sicilia, la Campania e la Calabria presentano la situazione di rischio maggiore con oltre 10 mila edifici esistenti nelle aree di rischio elevato: in Sicilia 4.894 scuole e 398 ospedali, in Campania 4.872 scuole e 271 ospedali, in Calabria 3.200 scuole e 190 ospedali.

[Informazioni tratte da Italpress - Corriere del Mezzogiorno, Adnkronos/Ign]

 

 

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20 ottobre 2012
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