L'Italia, l'Iran e la pena di morte

''Ogni paese indipendente combatte il crimine in modo appropriato alle sue leggi...''

06 agosto 2007

L'Italia, in prima linea a livello internazionale per arrivare per arrivare ad una moratoria universale della pena di morte, non può rimanere indifferente alla sistematica ferocia con cui il regime iraniano continua a comminare ed eseguire condanne a morte tramite impiccagione.
Dall'inizio di quest'anno, più di centoventi uomini sono stati impiccati in Iran, spesso in piazza, davanti agli occhi della popolazione che così viene ''educata'' alla morale imposta dai governatori di Teheran. Undici le persone impiccate nell'ultima settimana, 16 in quella precedente. Soltanto mercoledì scorso sono stati sette gli uomini giustiziati a Mashhad. Il giorno dopo, colpevoli di avere ucciso un giudice, altri due sono saliti sul patibolo, in una strada di Teheran, davanti a una folla di centinaia di persone. La presidenza portoghese dell'Unione Europea ha condannato quello che ha definito ''un crescente ricorso alla pena di morte''. Una realtà che riporta ad un immaginario vecchio in Europa di 300 anni. 

Giovedì scorso dalla Farnesina si erano alzate voci che esprimevano ''forti inquietudini'' per l'ondata di sentenze capitali nella Repubblica islamica. Inoltre il Ministero degli Esteri Italiano ha chiesto anche la sospensione della sentenza contro due giornalisti curdi, Adnan Hassanpour e Abwolwahed Boutimar, condannati il mese scorso da un tribunale rivoluzionario competente sui crimini contro la sicurezza nazionale. I due, che sono membri del Partito del Kurdistan iraniano dichiarato fuorilegge sono stati condannati per ''moharebeh'', termine generico del diritto islamico che significa ''ostilità verso Dio'', punito in Iran con la pena capitale.

All'intervento italiano, espresso all'ambasciata iraniana a Roma, è giunta ieri una dura replica di Teheran, per bocca di Mohammad Alì Hosseini, portavoce del ministero degli Esteri iraniano: ''Ogni paese indipendente combatte il crimine in modo appropriato alle sue leggi e qualsiasi interferenza dall'esterno è un'ingerenza negli affari interni del paese''. Alì Hosseini se l'è presa soprattutto con il modo usato dalla stampa occidentale per trattare le notizie sulle sentenze capitali in Iran, e in particolare proprio sulle quelle emesse nei confronti dei due giornalisti. ''La copertura della vicenda da parte dei media occidentali - ha affermato Hosseini - si è basata su due opinioni: la prima che i due siano stati condannati in quanto giornalisti, la seconda, perché sono curdi''.  Ma ciò non è vero, ha aggiunto il portavoce iraniano, perché ''le sentenze emesse dalla magistratura iraniana riguardano la violazione della legge'' e ''non hanno nulla a che fare con l'appartenenza etnica, la professione o la carica'' dei condannati. Secondo Hosseini la stampa occidentale persegue dei ''fini politici'', e comunque le inchieste e i processi in Iran rientrano esclusivamente ''nel quadro della responsabilità della magistratura''. Anche un avvocato dei due curdi condannati, Saleh Nikhbakht, ha detto nei giorni scorsi che la sentenza non riguarda la loro attività giornalistica, ma reati penali a loro contestati e che essi hanno confessato.

Dalla Farnesina la replica ad Alì Hosseini è stata immediata ed è arrivata direttamente dal vice ministro degli Esteri Ugo Intini: ''Nessuna interferenza nei confronti del governo iraniano: l'Italia ha fatto della lotta alla pena di morte una bandiera in campo internazionale e crede nel dialogo''. ''Penso - ha continuato il viceministro Intini - che il governo iraniano conosca le buone intenzioni del governo italiano che crede a soluzioni politiche dei conflitti in atto. La lotta alla pena di morte è una battaglia di principio per un mondo più stabile e più giusto''.

- Sì, abbiamo fini politici (Articolo 21 Liberi di...)

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06 agosto 2007

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