L'Italia naviga a gonfie vele nel mercato delle imbarcazioni di lusso

Un megayatch su tre è italiano e solca i mari portando alta la bandiera del made in Italy

27 ottobre 2003
L'Italia scala le classifiche e si conferma leader dell'industria navale soprattutto per quanto riguarda le produzioni di lusso. La concorrenza spietata dei cantieri orientali sembra non aver intaccato la produzione italiana di navi da crociera e imbarcazioni da diporto. In questa categoria l'Italia è uno dei maggiori produttori mondiali tanto è vero che buona parte delle imbarcazioni di lusso solcano i mari tenendo alta la bandiera del made in Italy. Per la  cantieristica navale italiana, infatti, il 2002 si è concluso con un bilancio positivo. L'industria tricolore occupa 32 mila persone e vanta  ordini per 5,3 miliardi di euro, per la maggior parte (3,5 miliardi) provenienti dall’estero. Un volume d’affari sostenuto soprattutto dalla produzione di navi passeggeri di lusso. In questo settore, infatti, l’inventiva italiana non ha rivali. Come è avvenuto nell’alta moda, le barche italiane sono diventate sinonimo di estro e genialità, sapientemente abbinate alla perfezione tecnica. Barche di questo tipo richiedono professionalità altamente specializzate, in grado di realizzare tutte le forniture necessarie, dall’informatica all’arredo bagno.

Basti pensare che la metà delle navi da crociera presenti nel globo porta il marchio italiano Fincantieri sinonimo di ricerca ed innovazione. Nel 2002 il marchio ha sbaragliato la concorrenza, aggiudicandosi le commesse di 11 navi: in dollari, 4,6 miliardi su una torta mondiale di 10 miliardi.  Complessivamente i cantieri italiani si sono aggiudicati, nel 2002, 170 delle 500 ordinazioni di megayacht (superiori ai 24 metri di lunghezza) arrivate da tutto il mondo. I marchi più  rinomati sono Ferretti o Azimut-Benetti, che hanno saputo conquistare un mercato così esigente. Il primato della cantieristica italiana  è in assoluto quello della costruzione dei megayacht ( uno su tre è italiano). Nel 2000 il fatturato nazionale ha superato il miliardo di euro, per arrivare, nel 2002, a ben 1,3 miliardi.

Stando anche ai dati sull’affluenza dei passeggeri,  nel 2002, in tutto il mondo, ben 10 milioni di persone hanno scelto questo tipo di vacanza. E, per i prossimi cinque anni, l’Awes (Associazione europea costruttori) prevede un tasso di crescita annuo di 5-6 punti percentuali. Nel 2007 i passeggeri sulle navi da crociera dovrebbero ammontare a 13 milioni. Puntare sulla produzione di navi da crociera, dunque, conviene. Sulla produzione di imbarcazioni da crociera e per trasporto passeggeri, l’Europa mantiene ancora la leadership mondiale e in Europa il nostro Paese fa la parte del leone. Dei 166 ferry passengers (navi traghetto) ordinati nel 2002, il Vecchio continente fabbricherà il 72%, soprattutto grazie all’Italia che si è aggiudicata il 29% delle commesse. Per il resto, appena il 6% va al Giappone, l’8% alla Corea, il 14% alla Cina. In Italia, 7 navi saranno prodotte da Fincantieri, 9 da Apuania, 9 da Visentini e 4 nei cantieri Orlando. In ottimo stato anche il settore della nautica da diporto il cui fatturato, nel 2002, ha superato il miliardo e 300 milioni di euro provenienti in buona parte dall'estero. Attorno alla cantieristica si sta sviluppando un altro settore: quello degli accessori che l’anno scorso ha raggiunto un fatturato di 834 milioni di euro, occupando oltre 6.700 dipendenti.

"L’Italia fa le migliori navi da crociera del mondo e tutta la cantieristica è di alta qualità. Ma il settore non è adeguatamente seguito dalle istituzioni - dice con un pizzico d'amarezza l'ammiraglio Renato Sicurezza, direttore di Assonave, l’associazione di imprenditori marittimi aderente a Confindustria. -Occorre una vera e propria politica del mare. I governi europei - sottolinea l’ammiraglio - non hanno capito che l’Europa  ha bisogno del mare. Attualmente, infatti, il 75% delle importazioni del Vecchio continente avviene via terra, mentre l’Italia fa arrivare via nave l’81% delle merci che compra all’estero. Lo spazio dunque c’è, ma - avverte - per non lasciarlo alla concorrenza sleale servono incentivi, senza arrivare al protezionismo navale in vigore in altre parti del mondo".

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27 ottobre 2003

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