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L'ombra della mafia nell'incendio ai capannoni di Brancaccio

Gravissimi i danni arrecati in alcuni capannoni di proprietà della ditta "Forni Spinnato" ma locati ad altre aziende

11 marzo 2011

Un incendio è divampato, nella tarda serata di ieri, in alcuni capannoni della zona industriale di Brancaccio, a Palermo, distruggendoli. Gravissimi danni sono stati arrecati anche ad un edificio adibito ad uffici, di proprietà della ditta "Forni Spinnato", in via Pecoraino, a pochi metri dal deposito dei mezzi dell’Amia. Non ci sono stati feriti, ma i danni sono comunque ingenti.
Sono quattro i capannoni danneggiati tutti di proprietà della Forni Spinnato ma locati ad altre aziende: Costanza, Hydra engineering, Baza autocarri. In particolare nel deposito della ditta Costanza in via Filippo Costantino, specializzata in imballaggi e trasporti, il rogo ha devastato quintali di merce tra computer e altro materiale imballato poche ore prima. Il tetto ha ceduto e hanno resistito solo le pareti dell'edificio.
Una decina di squadre dei vigili del fuoco hanno lavorato per tutta la notte e, solo nelle prime ore dell’alba, sono riuscite a domare il rogo. Dei capannoni andati in fumo quattro erano stati affittati ad altre ditte.
Secondo i carabinieri di Brancaccio, che indagano sull’episodio, è molto probabile che l’incendio sia di natura dolosa. Nei lucchetti di tutte le serrature dei capannoni incendiati c'era colla di tipo Attak. La scoperta fatta ad una prima ricognizione fanno privilegiare ai carabinieri che conducono l'inchiesta la pista del racket delle estorsioni.

Le fiamme sono partite dal deposito della ditta di autotrasporti Costanzo per poi propagarsi anche verso altre due aziende affittuarie dei capannoni. L'incendio ha fatto danni per oltre venti milioni di euro secondo la stima fatta dal titolare della Hydra, Antonio La Fata. Ingenti anche i danni alla ditta Sorci-Costanzo che ha perso nell'incendio molti furgoni: solo alcuni, subito portati via dal capannone, si sono salvati. Altri capannoni, sempre di proprietà della Spinnato, sono affittati dalla Mediserv Carni e da una ditta di imballaggi che si è insediata solo da pochi mesi.
"Non ho mai ricevuto estorsioni. Nessuna richiesta di pizzo in oltre vent'anni di attività a Brancaccio. Siamo sempre stata un'isola felice nella difficile realtà di Brancaccio". Antonio La Fata, titolare della Hydra engineering, che si occupa di depurazione delle acque, non riesce a spiegarsi perché la sua ditta è stata distrutta dalle fiamme di un incendio probabilmente doloso. "C'erano vent'anni di sacrifici dentro quel capannone - ha detto La Fata - fatti di piccoli investimenti e molto volontà. È un momento terribile anche per i miei dipendenti. In passato c'era stato qualche furto, ma mai nessuna richiesta di estorsioni o minacce. Quello che posso dire e che le nostre attrezzature che valevano oltre 300 mila euro, tutte distrutte, erano perfettamente a norma". "Non è il momento di fare appelli, potremmo parlare solo quando sapremo se l'incendio è doloso - ha aggiunto - Sicuramente però non siamo in grado di poterci riprendere da soli. Con le nostre forze non possiamo rimettere in piedi l'azienda. A questo punto non so che faremo".
L'incendio si è sviluppato quando già la ditta Forni Spinnato, uno dei marchi storici, dell'imprenditoria cittadina, aveva chiuso i battenti. L'allarme è scattato non appena le fiamme hanno avvolto il capannone che da due anni era stato affittato alla Sorci-Costanzo, sollevando una colonna di fumo visibile anche a parecchi chilometri di distanza. Per precauzione, l'intera via Pecoraino è stata chiusa al traffico e altre squadre dei vigili del fuoco e delle forze dell'ordine sono state mobilitate per l'emergenza.
"Avevamo già chiuso - ha raccontato Natale Spinnato, uno dei titolari della ditta - quando siamo stati avvertiti dell'incendio. Non credo che l'attentato fosse rivolto a noi. Mi sembra comunque di precipitare nell'incubo che ho vissuto nel 1982, quando denunciai al commissario Ninni Cassarà (ucciso il 6 agosto 1985) le richieste di pizzo. Fui poi destinatario di un attentato con 10 chili di tritolo qui in fabbrica".

La doppia modalità: l'attak e poi l'incendio presuppone l'opera di una squadra ben addestrata. Preoccupazione tra gli investigatori: un incendio di queste proporzioni, nel cuore di un quartiere sotto stretto controllo delle cosche, segnerebbe la preoccupante recrudescenza dell'attività estorsiva con metodi distruttivi che ricordano quello che a luglio del 2007 distrusse dall'altro della città, in via La Malfa, il deposito di ferramenta di Rodolfo Guajana che non si era mai piegato alle richieste di tangenti nonostante fosse stato anche minacciato personalmente.
Di recente, proprio il pentito Gaspare Spatuzza, killer di Brancaccio, ha aperto con i magistrati di Palermo il capitolo delle estorsioni agli stabilimenti industriali che ricadono nel mandamento governato dai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano.
"Se fosse dimostrata l’origine dolosa dell’incendio, saremmo di fronte a un picco di recrudescenza della criminalità che non c’era più da diverso tempo", ha commentato il procuratore di Palermo, Francesco Messineo.

[Informazioi tratte da Adnkronos/Ing, Ansa, Repubblica/Palermo.it]

 

 

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11 marzo 2011
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