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L'ombra neofascista dietro la strage di Portella della Ginestra del Primo Maggio 1947

Un indagine da riaprire per svelare, finalmente, la verità

02 maggio 2005

La carneficina durò un paio di minuti. Alla fine la mitragliatrice tacque e un silenzio carico di paura piombò sulla piccola vallata.
Era il Primo Maggio 1947 e a Portella della Ginestra si era appena compiuta la prima strage di Stato. Undici morti, due bambini e nove adulti. 27 i feriti. Tutti poveri contadini siciliani.
Che a sparare dalle alture, sulla folla radunata a celebrare la festa del lavoro, erano stati gli uomini del bandito Salvatore Giuliano, gli italiani lo scopriranno solo quattro mesi dopo, nell'autunno del 1947. Ma mai riusciranno a sapere chi armò la mano di quei briganti, comodi residui della storia, incarnazione di un fenomeno del passato, che ancora sopravviveva nella Sicilia dei compromessi e degli intrighi.

Già nel Maggio dell'anno scorso lo storico Giuseppe Casarubbea aveva richiesto al procuratore della Repubblica di Palermo, Pietro Grasso, la riapertura delle indagini su quella che è stata definita la prima strage di Stato, la strage di Portella della Ginestra. In una lettera al procuratore Grasso, lo studioso siciliano, parlava di recenti ricerche e pubblicazioni che mettevano in evidenza elementi di grande rilievo per svelare la verità su una delle vicende più oscure della storia siciliana e italiana del Novecento, ricerche e documenti che si sono arricchiti ulteriormente nel corso dell'ultimo anno.

La strage di Portella della Ginestra non fu solo un affare di mafia, di fronde anti-comuniste e lobby terriere che contrastavano le lotte contadine. A muovere la mano del bandito Salvatore Giuliano, ritenuto l'autore dell'eccidio, furono anche reduci fascisti, in particolare i militanti della Decima Mas del principe Junio Valerio Borghese, spalleggiati da servizi neo-nazisti in un estremo tentativo di riaffermare il blocco 'nero'.
Questo nuovo scenario è stato delineato da alcuni documenti inediti che escono fuori dagli archivi americani di College Park, nel Maryland, e raccolti da Giuseppe Casarrubea che da anni si batte per la ricerca della verità sulla strage del Primo maggio del 1947, protagonista in passato di alcune querelle storiche sulla vicenda.
Casarrubea è venuto in possesso di questi documenti lo scorso gennaio e li consegnerà alla Procura di Palermo. ''Queste carte - sostiene lo storico - ci consegnano uno scenario nuovo e convincente. Gli archivi Usa confermano il coinvolgimento dei fascisti che fu denunciato, senza che nessuno però ne desse troppa importanza, dalla famiglia mafiosa di Monreale al processo di Viterbo''.

Tra il marzo e il maggio del 1945, il Servizio informazioni militari (Sim) e il controspionaggio angloamericano scoprono una pericolosa rete di ''commandos'' di Salò che, fin dall'estate del 1944, opera tra Napoli, Reggio Calabria e la provincia di Palermo. E in Sicilia, a ricevere armi, denaro e addestramento alla guerriglia, secondo i documenti inediti fu la banda di Salvatore Giuliano che agiva a Montelepre.
Le indagini partono per caso. Alla fine di febbraio del 1945 una pattuglia americana cattura sull'Appennino pistoiese due militi degli NP (Nuotatori-Paracadutisti) della Decima Mas di Junio Valerio Borghese: Pasquale Sidari e Giovanni Tarroni. I due confessano di aver trascorso vari mesi nell'Italia liberata per organizzare l'eversione armata del fascismo della RSI nelle regioni meridionali.
Fanno nomi e cognomi, che permettono agli Alleati di identificare nel giro di poche settimane una complessa rete di spionaggio e di sabotaggio nazifascista. Sono decine gli arresti a Napoli e provincia. Qui operano Gino Locatelli e Bartolo Gallitto (Decima Mas) ed i fascisti del principe calabrese Pignatelli. Ma ben presto le indagini si estendono a Calabria e Sicilia. A Partinico, in provincia di Palermo, dal luglio 1944 è attiva la ''filiale'' siciliana di Borghese, composta da tre militi della Decima Mas al comando di Dante Magistrelli.

Oltre ad addestrare e ad equipaggiare la banda di Giuliano, Magistrelli si reca regolarmente a Napoli e a Roma per ricevere ordini e denaro dai neofascisti romani, a loro volta in contatto con i servizi segreti nazifascisti a Verona e a Milano. In un rapporto del '45 del maggiore dei carabinieri Camillo Pecorella si legge che ''Dante Magistrelli ha ricevuto istruzioni per una missione da svolgere nell'Italia liberata ed è da considerare un agente sabotatore al servizio del nemico. Non vi è il minimo dubbio che il soggetto appartiene ad una organizzazione di spionaggio e sabotaggio e che è stato reclutato tra i militi della Decima Flottiglia Mas. In Sicilia, la banda Giuliano costituisce un fattore di grave disturbo dell'ordine pubblico, nell'interesse dei servizi segreti nazifascisti''.

''Ho deciso di rivelare solo ora la scoperta - afferma Casarrubea - perché siamo al 58mo anniversario della strage di Portella della Ginestra. Le decine di nuove carte dei servizi segreti statunitensi, provenienti in gran parte dagli scaffali desecretati dell'Office of Strategic Services, hanno un eccezionale valore storico: ci permettono, ad esempio, di retrodatare all'estate del 1944 i criminali contatti terroristici tra Salvatore Giuliano, i suoi emissari e la Decima Mas di Borghese, con importanti implicazioni storico-politiche che esporrò ampiamente in un nuovo libro''.

(Nella foto, ''Portella della Ginestra'' di Renato Guttuso)

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02 maggio 2005
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