L'onore di Andreotti e l'intenzione di uccidere Bossi

Al processo sulla trattativa Stato-mafia la deposizione del pentito Leonardo Messina

06 dicembre 2013

"Un giorno c'era Umberto Bossi a Catania e io dissi a Borino Micciché: 'questo ce l'ha con i meridionali , vado e l'ammazzo'. Mi disse di fermarmi: questo è solo un pupo. L'uomo forte della Lega è Miglio che è in mano ad Andreotti".
E' ripreso ieri, con la deposizione del pentito Leonardo Messina, ex uomo d'onore di Caltanissetta, il processo per la trattativa tra Stato e mafia, che si celebra davanti alla Corte d'assise di Palermo presieduta da Alfredo Montalto.
"Sono nato e cresciuto nell’ambiente di Cosa nostra, in particolare con gli uomini d’onore di Caltanissetta. Quando mi sono sposato nel 1978 abbiamo fatto con mia moglie un giuramento in chiesa, davanti a Dio, in cui abbiamo giurato di onorare la mafia tutta la vita", ha affermato Messina.

Raccontando il suo passato da boss mafioso, ha spiegato: "Sono uomo d’onore che ha giurato due volte, la prima da uomo d’onore riservato con Luigi Calì, successivamente c’è stata una guerra di mafia, mi hanno richiamato e ho dovuto giurare pubblicamente con la famiglia San Cataldo nel 1982". "Dall’82 fino a quando ho collaborato con la giustizia ho rivestito degli incarichi in Cosa nostra a Cl. Nel 1985 fui nominato sotto capo".
Messina decise poi di collaborare. "Decisi di collaborare con il giudice Paolo Borsellino. All’inizio alcuni erano spaventati, non erano abituati ad avere un uomo a questi livelli. Sin dall’inizio Borsellino mi disse solo due parole: "A noi serve solo la verità, non ci servono congetture". Mi ascoltava per ore. Siamo stati insieme per parecchie ore. Cosa nostra è un lavoro a tempo pieno".

Il pentito ha poi raccontato di alcuni aspetti della mafia e i suoi intrecci con la politica. "C'era stato un momento in cui si disse che Andreotti era stato fatto uomo d'onore e che ci avrebbe garantito il buon andamento del maxiprocesso. Si diceva che Andreotti era uomo d'onore, che era 'punciuto' (affiliato formalmente, n.d.r)", ha detto. "Le indicazioni che ci arrivavano da Cosa nostra erano che il maxiprocesso ai boss mafiosi sarebbe finito in una bolla di sapone, non ci sarebbero state condanne e che tutto sarebbe stato buttato giù. Cosa nostra è un salotto molto importante, ha un potere economico, politico e punitivo". Il collaboratore ha riferito che inizialmente tra i vertici di Cosa nostra c'era la certezza che il maxiprocesso, in Cassazione, sarebbe andato al giudice Corrado Carnevale. "Si riteneva che sarebbe finito in barzelletta", ha detto. Poi "quando si seppe che invece a presiedere il collegio giudicante che avrebbe celebrato il maxi sarebbe stato un altro, si capì che i politici si erano allontanati". "Allora ci si cominciò a lamentare di Salvo Lima e Giulio Andreotti - ha spiegato - e si disse che non erano più in grado di garantire nulla". "C’è stato un momento in cui in Sicilia la mafia scelse di votare per il Psi, io stesso ricevetti l’ordine di votare per i socialisti e Claudio Martelli si era preso con Cosa nostra degli impegni che poi, però, non ha mantenuto. Era persino andato a dire in tv che lui non sapeva nulla e che incontrava solo persone per bene, invece incontrava gente come Angelo Siino (ex uomo d'onore, oggi pentito ndr). Altro che persone per bene...".

Infine, l’idea di uccidere Umberto Bossi. "Ero con alcuni uomini d'onore, tra cui Borino Miccichè, quando mi venne detto chiaramente, tra la fine del 1991 e l'inizio del 1992, che c'era una commissione nazionale che deliberava tutte le decisioni più importanti. Una commissione in cui sedevano i rappresentanti di altre organizzazioni criminali e il cui capo era Totò Riina. Un giorno c'era Umberto Bossi a Catania e io dissi a Borino Miccichè: 'questo ce l'ha con i meridionali e gli dissi vado e l'ammazzo'. Mi disse di fermarmi: questo è solo un pupo. L'uomo forte della Lega è Miglio che è in mano ad Andreotti. Insomma, si sarebbe creata una Lega del Sud e la mafia si sarebbe fatta Stato".
Messina ha parlato anche del progetto separatista di Cosa Nostra, "si sarebbe creata una Lega del Sud e la mafia si sarebbe fatta Stato" e ha rivelato che all'inizio degli anni '90, per realizzare questo obiettivo, i malavitosi siciliani erano pronti "ad acquistare dalla 'ndrangheta una grossissima partita di armi investendo circa 2 miliardi di lire". Secondo il collaboratore di giustizia, le armi - bazooka, kalashnikov e pistole - dovevano servire al progetto separatista voluto dalla mafia che pensava alla creazione di una Lega del sud. La cosa poi sfumò perché Messina, che era, a suo dire, il trait d'union con la 'ndrangheta, venne arrestato e il suo referente mafioso, il capomafia di Enna Borino Miccichè, fu arrestato.

[Informazioni tratte da ANSA, Lasiciliaweb.it, Corriere del Mezzogiorno]

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06 dicembre 2013

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