LA CASA DEI MATTI

Konchalovskij, visionario come sempre, porta Bryan Adams in una terra di confine

06 febbraio 2003
 

 
Noi vi consigliamo di vedere…
LA CASA DEI MATTI
di Andrej Konchalovskij


Nel 1996, durante la prima guerra in Cecenia, un ospedale psichiatrico si ritrova prossimo alla frontiera bellica. Janna e gli altri pazienti vivono ignari degli eventi esterni, ma sono sconcertati quando il treno che ogni sera li divertiva tanto non passa più. Una mattina lo staff medico scompare nel nulla. Si scatena il finimondo: qualcuno decide di fuggire, ma l'eco dei vicini bombardamenti li fa tornare di corsa a quella che considerano come la loro casa. Janna si rifugia in un mondo onirico, armata della sua fisarmonica e della passione per il suo idolo pop, Bryan Adams. Quando un gruppo di soldati si installa nell’ospedale, Janna si innamora di uno di loro: ma ha paura di sposarlo perché convinta che cedendo alle lusinghe del nuovo amore spezzerebbe il cuore di Bryan Adams. Quando le truppe russe portano la guerra fin dentro l’istituto, tutto ciò che Janna può fare è suonare la fisarmonica e pregare che la pace ritorni... . Dopo otto anni di assenza dal grande schermo, l’estroso regista russo torna con un film sulla guerra e le sue atrocità. Ma lo fa attingendo alla materia dei sogni, spingendo il pedale del grottesco e del ridicolo.

Distribuzione Luce
Durata 106'
Regia Andrej Konchalovskij
Con Julija Vysotskij, Sultan Islamov, Evgenij Mironov, Stanislav Varkki
Genere Surreale-Grottesco


Recensione
Andrej Konchalovsky è un autore diviso in due: oscilla tra la sua vera anima, cruda e visionaria (spesso fiabesca: Asja e la gallina dalle uova d'oro), e quella acquisita americana, spettacolare e chiassosa (A 30 secondi dalla fine). Nel concorso veneziano della scorsa estate ha fortunatamente prediletto la prima (guadagnandosi così una premiazione) spingendo il pedale del fantastico per portarci direttamente nella sua Casa dei matti, che tanto deve all’immaginario felliniano. Di manicomi spesso lo schermo se ne è cibato con ingordigia: luogo di espiazione, redenzione, sofferenza pura, trame sanguinarie, ribellioni appassionanti. Il regista russo intuisce che una storia di ricoveri psichiatrici può ben legarsi a quella recente del suo paese, spesso visitato da guerre, sommosse, o, almeno, decisioni incomprensibili. Prendendo, così, spunto da una storia vera, ci porta nel recentissimo passato, il 1996, al confine della Cecenia durante la prima guerra. Un manicomio al fronte, ricoverati in attesa del nulla (interpretati da attori professionisti e non), soldati ceceni e russi a contendersi il controllo dell’edificio, tanto inutile nella realtà quanto simbolico nella finzione. In un vorticare di immagini e di musiche, il personaggio centrale è Janna, smarrita e fragile, cui presta una nitida ed intensa recitazione Julia Vysotsky, moglie del regista. Suona la fisarmonica e conserva una passione segreta per Bryan Adams, che nel film appare e canta, con effetto straniante. Toni realistici e toni fantastici, immagini reali oppure sognate, al limite del compiacimento: i piani si contaminano, tra refettori e campi minati, siringhe e mitragliatori, morti veri e malati finti, con un confine tra vita e morte sempre labile come lo è quello tra la realtà e la fantasia.

Luca Pellegrini (il cinematografo.it)

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06 febbraio 2003

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