Crea gratis la tua vetrina su Guidasicilia

Acquisti in città

Offerte, affari del giorno, imprese e professionisti, tutti della tua città

vai a Shopping
vai a Magazine

La famiglia Gheddafi è sola

Dopo gli scontri di ieri, a Tripoli è tornata una situazione di "calma relativa". Il figlio di Gheddafi ha offerto negoziati ai ribelli

26 febbraio 2011

La città di Tripoli si è svegliata questa mattina in una situazione di calma relativa. Al momento le strade sono semivuote e non si registrano nuove proteste e scontri dopo quelle avvenute ieri in diversi quartieri della città.
Secondo quanto riferito dal giornalista residente nella capitale libica, Muahhadm al-Hayazi, alla tv araba Al Jazeera, un gruppo di attivisti e intellettuali che hanno preso parte alle proteste di ieri sta creando un coordinamento dei gruppi di opposizione in città per cercare di operare in stretto contatto con i gruppi di insorti che controllano Bengasi e la Cirenaica, in modo da portare avanti un tipo di lotta organizzata contro il regime di Muammar Gheddafi.
Il primo luogo della capitale libica conquistato ai manifestanti è stato l'aeroporto internazionale di Maatiqa, mentre le forze di sicurezza fedeli a Gheddafi hanno sparato sui manifestanti in diverse zone della città.
In mano ai rivoltosi sarebbe caduta anche la città di Gharian, secondo quanto riferito dal portavoce dei manifestanti, Sadiq al-Gharian, mentre Al Arabiya ha annunciato che i manifestanti hanno assunto il controllo della città petrolifera di Barca, in Cirenaica. Gli insorti hanno preso il controllo di quasi tutti i giacimenti petroliferi a est del terminal di Ras Lanuf. "Quasi tutti i giacimenti petroliferi a est di Ras Lanuf adesso sono sotto il controllo del popolo", ha detto Abdessalam Najib, ingegnere petrolifero della compagnia libica Agico e membro della coalizione del 17 febbraio, secondo quanto riportato dalla stampa araba. Nijiab ha detto che gli impianti stanno lavorando con una capacità del 25%.

Intanto, uno dei figli del leader libico Muammar Gheddafi, Seif al Islam, ha offerto negoziati ai ribelli che si oppongono al regime del padre, ma il suo linguaggio non è apparso conciliante. "Abbiamo a che fare con dei terroristi - ha detto nella tarda serata di ieri - l'esercito ha deciso di non attaccarli e di dar loro l'opportunità di negoziare. Speriamo di poterlo fare in modo pacifico e lo faremo a partire da domani".
Il giovane Gheddafi ha poi negato la presenza di mercenari africani e assicurato che "lo stato riprenderà il controllo delle città nella parte orientale del Paese". Secondo Saif al Islam, a Bengasi e in altre città orientali il controllo sarebbe stato assunto dagl islamisti e la gente si lamenta del deterioramento delle condizioni di vita. "Alle ragazze viene impedito di girare per le strade - ha affermato - le scuole sono chiuse e tutto è bloccato dagli islamisti che hanno preso il controllo con la forza".

Ieri, mentre diversi quartieri di Tripoli erano interessati da scontri fra i ribelli e quello che rimane del regime di Gheddafi, il colonnello è apparso nella Piazza Verde, e ha parlato ai suoi sostenitori. "Sono in mezzo al popolo di Tripoli, chi non mi vuole non merita di vivere", ha detto Gheddafi parlando da un muro di cinta ai lati della piazza. "Voi siete il popolo, preparatevi a difendere il paese. La battaglia del jihad ci ha permesso di sconfiggere la colonizzazione italiana e il popolo armato può sconfiggere ogni attacco". "Lotteremo e vinceremo contro ogni complotto. Proteggete la Libia e i suoi giacimenti di petrolio - ha affermato alzando i pugni in cielo per incoraggiare la folla - lotteremo e vinceremo. Sconfiggeremo i rivoltosi come abbiamo sconfitto gli italiani durante la colonizzazione". "Lotteremo per riconquistare ogni angolo della Libia - ha poi aggiunto Gheddafi -. I depositi di armi sono aperti per armare il popolo, e insieme combatteremo, sconfiggeremo e uccideremo chi protesta". "Su il morale - ha concluso - guardate sono tra voi, ballate e siate felici".
I manifestanti contro il regime sarebbero almeno 50mila mentre in piazza a sostegno di Gheddafi erano presenti solo alcune migliaia di persone.

E a Bengasi intanto è in festa: nella seconda città della Libia i manifestanti pro-democrazia hanno celebrato il controllo dell'amministrazione locale. Bengasi è attualmente governata da un comitato di giudici e di avvocati, che hanno rivolto un appello urgente agli abitanti affinché ritornino al lavoro. "Manterremo gli impegni presi dalla Libia con le compagnie petrolifere e per il funzionamento dei terminal petroliferi" ha reso noto la direzione temporanea dei rivoltosi libici che controllano Bengasi. La direzione temporanea si è detta inoltre contraria alla possibilità di un intervento di militari stranieri nel paese, anche solo per motivi umanitari. Il consiglio si è pronunciato contro ogni tipo di interferenza straniera nella crisi in corso in Libia.
Completamente in mano ai manifestanti anche le città di al-Zawiyah e di Misurata. Lo ha riferito Al Arabiya che ha citato testimoni nelle due città libiche.
Ieri, inoltre, per protesta contro il regime di Muammar Gheddafi si è dimesso anche il procuratore generale libico, Abdelrahman Al-Abbar. In un videomessaggio diffuso da Al Jazeera, il procuratore ha affermato: "Mi dimetto perché non posso accettare che sia stato versato tutto questo sangue del mio popolo".

VIVERE E MORIRE IN LIBIA - La famiglia Gheddafi intende continuare a "vivere e morire in Libia". Lo ha detto Seifulislam Gheddafi, figlio e delfino del colonnello Muammar Gheddafi, in un'intervista al canale CnnTurk.
Secondo quanto hanno riferito fonti diplomatiche occidentali, diversi paesi africani avrebbero offerto rifugio a Gheddafi e alla sua famiglia, ma finora il colonnello avrebbe declinato ogni invito. Le stesse fonti sottolineano che prende forma l'idea di processare il leader libico per violazioni della legge internazionale. I paesi che si offrono di ospitare Gheddafi lo farebbero con l'obiettivo di salvare vite in Libia, nella convinzione che le violenze cesseranno prima se il leader libico lascerà il paese. Ma, concludono le fonti, se i paesi occidentali dovessero chiedere l'estradizione di Gheddafi per processarlo davanti al Tribunale penale internazionale dell'Aia, la questione diventerebbe molto più complicata.

STATI UNITI ED EUROPA VERSO SANZIONI CONTRO LA LIBIA - La Casa Bianca ha annunciato che sta procedendo con i piani per l'adozione di sanzioni unilaterali contro Tripoli in risposta alle violenze nel Paese. Il portavoce di Barack Obama, Jay Carney ha reso noto ieri che gli Stati Uniti stanno finalizzando questo processo. Washington al tempo stesso, ha detto, sta lavorando con i partner europei su sanzioni aggiuntive e altre azioni multilaterali che potrebbero essere adottate.
Dopo aver annunciato le sanzioni, Carney ha dichiarato che gli Stati Uniti potrebbero andare oltre. "I passi che metteremo in atto nel prossimo futuro non sono gli unici che siamo disposti a intraprendere se altri se ne rendessero necessari", ha affermato. Secondo il portavoce, le sanzioni contro regimi come quello libico "hanno dimostrato di essere efficaci". Quanto a Gheddafi, "la sua legittimità agli occhi del suo popolo si è ridotta a zero".
Poche ore prima gli Stati Uniti avevano sospeso anche tutte le attività nella propria ambasciata in Libia, facendo evacuare tutti i dipendenti della propria sede diplomatica e i familiari.
Intanto un accordo è stato raggiunto anche dai Paesi dell'Unione Europea sulle sanzioni da imporre contro la Libia. Ad anticipare la notizia dell'intesa raggiunta sulle misure da prendere sono state fonti del ministero degli Esteri tedesco, precisando che la decisione formale sarà presa all'inizio della prossima settimana a Bruxelles. D'accordo anche l'Italia. "Chi ha compiuto questi atti così orribili non può essere evidentemente in nessun modo sostenuto dalla comunità internazionale e quindi neanche dall'Italia, ovviamente" ha detto il ministro degli Esteri, Franco Frattini, sottolineando che "l'Italia condivide l'opzione della adozione di sanzioni personali e patrimoniali mirate che dovessero essere proposte a livello europeo".
D'altra parte il Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite ha chiesto all'unanimità la sospensione della Libia dall'organismo e un'inchiesta sulle violazioni commesse dal regime di Gheddafi. Con una risoluzione, l'organismo dell'Onu, che conta 47 paesi membri, ha deciso di "inviare con urgenza una commissione di inchiesta indipendente, internazionale per indagare su tutte le presunte violazioni delle norme internazionali sui diritti umani in Libia". La risoluzione "raccomanda inoltre all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, di fronte alla massicce e sistematiche violazioni dei diritti umani da parte delle autorità libiche" di considerare la sospensione del Paese dal Consiglio per i diritti umani, di cui fa parte dal maggio 2010. E' stato proprio durante la sessione speciale del Consiglio Diritti Umani delle Nazioni Unite che si è dimesso il corpo diplomatico libico presso l'Onu di Ginevra. "Noi della delegazione libica abbiamo deciso di prestare il nostro servizio come rappresentanti del popolo libico e della loro voglia di libertà" ha detto uno dei diplomatici. "Noi rappresentiamo solo il popolo libico".
Quella dell'Onu a Ginevra è solo l'ultima di una lunghissima lista di defezioni nella diplomazia di Tripoli da quando è cominciata la rivolta anti-Gheddafi, dopo i casi di Cina, Regno Unito, Polonia, India, Svezia, Indonesia, Marocco, Giordania e India.

Secondo quanto riferito all'Adnkronos da fonti diplomatiche a Bruxelles, la prima occasione utile per adottare le sanzioni contro il regime di Tripoli potrebbe essere la riunione dei ministri dei Trasporti, Infrastrutture ed Energia di lunedì. Diverse le opzioni in discussione: quella "meno controversa e più rapida", secondo le fonti, è l'embargo sulle armi alla Libia su cui tutti sono d'accordo, poi ci sono le ipotesi di bando ai viaggi per le personalità del regime e di congelamento dei beni. Escluse, per il momento, le sanzioni economiche, cui è contrario "un fronte di Paesi più ampio".
Anders Fogh Rasmussen ha poi annunciato anche una riunione di emergenza della Nato a Bruxelles. "Chiaramente la priorità deve essere data all'evacuazione e, possibilmente, anche all'assistenza umanitaria", ha spiegato il segretario generale della Nato. Secondo Rasmussen, l'eventuale istituzione di una no fly zone sulla Libia avrebbe bisogno di un "chiaro mandato dell'Onu". Rispondendo a una domanda riguardo alla possibilità che la Nato agisca in questa direzione, ha detto che "è troppo presto" per rilasciare commenti in proposito.
Ha allontanato l'ipotesi l'Alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza comune Catherine Ashton, in una conferenza stampa a Budapest. "L'imposizione di una no fly zone sulla Libia è stata oggetto di discussione tra gli Stati Uniti e alcuni stati membri dell'Ue, ma al momento è estremamente complicata da realizzare" ha detto Ashton. "Quel che dobbiamo fare deve essere invece efficace da subito per mettere sotto pressione le autorità libiche e fermare la violenza", ha aggiunto.
La Commissione europea ha deciso lo stanziamento di tre milioni di euro di aiuti alla Libia e ai Paesi vicini per le prime necessità umanitarie. Questi fondi di emergenza serviranno intanto a fornire cibo e medicinali e altri beni di prima necessità per i cittadini libici e per i profughi che si stanno dirigendo verso Egitto e Tunisia per fuggire alle violenze. Secondo i dati forniti da una portavoce della Commissione europea, finora dalla Libia sono stati rimpatriati "già 3.400 cittadini europei e si ritiene che ce ne siano ancora 3.600, di cui il 20% hanno doppia nazionalità".

PAURA PER GLI ITALIANI DERUBATI E SENZA CIBO - "In questo momento le maggiori preoccupazioni sono per gli italiani nella zona di Hamal, che ci hanno mandato segnali di difficoltà. Avrebbero pochi viveri e sarebbero stati anche derubati. Si tratta di più di quindici italiani, lavoratori". Ieri il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha espresso la sua preoccupazione alla Camera, facendo il punto sulle operazioni di rimpatrio dei nostri connazionali dalla Libia. "Il C-130 che deve riportarli a casa - ha spiegato il ministro - ha avuto difficoltà di atterraggio nella zona, ma ora ci sono buone speranze di poter ottenere l'accesso da Tobruk".
Proseguono quindi le operazioni di rimpatrio dei nostri connazionali dal Paese africano con i voli partiti o in partenza ieri da Tripoli, Sheba e Hamal. "L'evacuazione dei nostri connazionali - ha precisato La Russa - è una preoccupazione prioritaria per il governo".
Intanto sono state completate le operazioni di imbarco a bordo di nave San Giorgio della Marina militare, che al porto di Misurata ha assicurato l'evacuazione di 245 persone, tra cui 130 italiani. L'unità da sbarco farà ora rotta verso Catania, dove dovrebbe arrivare nella mattinata di domenica. Il cacciatorpediniere 'Mimbelli' rimane invece nell'area nell'eventualità di altri interventi per l'evacuazione di connazionali.
Sia gli Stati Uniti che la Gran Bretagna, annuncia La Russa, utilizzeranno "la base di Sigonella per gli aerei che abbiano come solo obiettivo l'evacuazione o scopi umanitari. E noi abbiamo dato la nostra autorizzazione, solo per questi scopi".

DALL'EGITTO ALLA TUNISIA, GLI ALTRI FRONTI CALDI - Continuano le rivolte in Nordafrica e in Medio Oriente. Il fronte più caldo resta la Libia, ma anche in Tunisia e in Egitto, nonostante la caduta dei regimi, la gente è tornata a manifestare. E in Yemen ieri in mille sono scesi in piazza contro Saleh.
EGITTO. Nuova manifestazione, venerdì in piazza Tahrir, simbolo della rivolta popolare che l'11 febbraio ha portato alle dimissioni di Hosni Mubarak. I dimostranti hanno chiesto le dimissioni del primo ministro Ahmed Shafiq e un processo rapido per l'ex rais. Secondo quanto riferito dal servizio in lingua araba della Bbc, il migliaio di manifestanti riuniti ieri ha chiesto che il premier ad interim abbandoni il suo incarico e così il suo governo, accusato di essere eccessivamente caratterizzato da uomini della vecchia guardia. La piazza ha chiesto inoltre il rilascio di tutti i detenuti politici.
TUNISIA. Sempre ieri alcune decine di migliaia di manifestanti si sono riuniti nel centro di Tunisi per chiedere le dimissioni del governo provvisorio, insediatosi dopo la cacciata dell'ex presidente Zine el-Abidine Ben Ali.
YEMEN. Migliaia di manifestanti, in gran parte studenti, sono scesi in piazza vicino all'Università di Sanaa, nello Yemen, per protestare contro il governo. Anche i fedeli al presidente Saleh, in carica dal 1978, hanno annunciato una contromanifestazione a sostegno del governo nella capitale yemenita dopo la preghiera del venerdì. "Manifesteremo in sostegno dell'iniziativa del presidente Saleh e per mostrare alla comunità internazionale che noi siamo con Saleh e che l'opposizione non ha il controllo delle piazze", ha dichiarato il portavoce del ministero degli Interni, Mohammed Maueri. Gli oppositori, invece, chiedono le dimissioni del governo. "Questa protesta e tutte quelle che seguiranno sono per la caduta del regime", ha detto Noman Saleem, manifestante anti-governo. "on smetteremo fino a quando non cadrà. Non importa se succederà oggi e domani, siamo pazienti e aspetteremo", ha aggiunto.

[Informazioni tratte da Adnkronos/Aki, Adnkronos/Ing]

 

 

Condividi, commenta, parla ai tuoi amici.

26 febbraio 2011
Caricamento commenti in corso...

Ti potrebbero interessare anche

Registra la tua azienda su Guidasicilia
Registra la tua azienda su Guidasicilia
Registra la tua azienda su Guidasicilia
Registra la tua azienda su Guidasicilia